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Odisseo vuole Itaca, ma non vuole la fine dell’Odissea

5 Ago 26

A cura di Matteo Balestrieri

 Odisseo (il “nostro” Ulisse) vuole davvero tornare a casa? È questa la domanda che attraversa l’Odissea di Christopher Nolan e che induce a rileggere sotto una luce diversa anche il poema omerico. La risposta apparentemente più ovvia è affermativa: tutta l’Odissea è il racconto del nóstos, del ritorno. Itaca è il luogo desiderato, Penelope la donna rimpianta, Telemaco il figlio lasciato bambino, la casa il punto verso cui il viaggio dovrebbe tendere. Eppure Omero ci racconta che il ritorno dura dieci anni, quanti ne è durata la guerra. Gli dèi lo ostacolano, certamente; ma Odisseo sembra talvolta concorrere a prolungare la propria lontananza. Come se desiderasse Itaca e, nello stesso tempo, temesse ciò che Itaca comporta: la fine del viaggio, l’uscita dalla dimensione eroica, il ritorno alla continuità della vita ordinaria.

Il primo termine con cui Omero lo definisce è polýtropos: l’uomo dai molti percorsi, dalle molte risorse, ma anche dai molti volti. Odisseo non è un eroe unitario come Achille, dominato dall’ira e dall’aspirazione alla gloria. È guerriero e naufrago, re e mendicante, marito fedele e amante di altre donne, narratore veridico e abilissimo mentitore. La sua qualità fondamentale è la mētis, l’intelligenza mobile, strategica, capace di adattarsi alle circostanze, prevedere le mosse altrui, simulare e dissimulare. Achille prevale imponendo la propria forza; Odisseo sopravvive modificando continuamente se stesso.

Ma proprio questa capacità di adattamento contiene un problema: chi è Odisseo quando non deve più affrontare una prova? La guerra e il viaggio gli forniscono continuamente un avversario, uno scopo e una situazione estrema nella quale dimostrare la propria superiorità. Itaca, invece, gli chiederebbe di essere marito, padre e sovrano; non più l’uomo dell’evento eccezionale, ma quello della durata. Dovrebbe sostituire all’intensità della sfida la continuità delle relazioni, all’astuzia la fiducia, al comando la reciprocità, all’immediatezza del pericolo la ripetizione della vita quotidiana.

Odisseo non teme necessariamente di non essere riconosciuto al suo ritorno. Sa di essere il re legittimo e confida nella propria capacità di riconquistare il posto perduto. Piuttosto, potrebbe temere che quel riconoscimento non gli basti. Essere riconosciuto da Penelope significa essere amato nella propria unicità, ma anche ricondotto entro il limite di una relazione. Essere celebrato come eroe significa invece rinnovare continuamente la propria eccezionalità.

L’episodio di Polifemo, pur mostrando una differenza importante tra l’Odisseo omerico e quello di Nolan, è particolarmente significativo perché rivela come il desiderio del ritorno possa passare in secondo piano rispetto all’affermazione di sé. Nel poema, per salvarsi, Odisseo rinuncia temporaneamente alla propria identità e si presenta come “Nessuno”. Quando il Ciclope accecato grida che Nessuno lo sta uccidendo, gli altri Ciclopi non intervengono. Odisseo ha vinto grazie alla mētis, l’intelligenza astuta e strategica. Ma, raggiunta la nave, non tollera che l’impresa rimanga anonima e rivela il proprio nome. Non gli basta essere sopravvissuto: vuole che Polifemo sappia chi lo ha sconfitto. È un atto di hybris, ossia l’arrogante superamento della misura e dei limiti propri della condizione umana, che lo induce a esporsi inutilmente e provoca la reazione divina.

Nolan elimina il gioco tra “Nessuno” e Odisseo e trasforma la provocazione verbale in un gesto fisico: mentre potrebbe ormai allontanarsi, Odisseo scaglia una lancia contro Polifemo. Anche qui non sa accontentarsi della salvezza, ma deve aggiungere un ultimo atto, ormai non necessario, con il quale riaffermare la propria superiorità e riaprire il pericolo.

L’Odisseo omerico vuole dunque lasciare il proprio nome, mentre quello di Nolan vuole lasciare il segno della propria forza. Nel primo l’autoaffermazione nasce dal desiderio che l’impresa venga riconosciuta e raccontata; nel secondo dal bisogno di continuare ad agire e verificare la propria potenza. Nolan rende così corporea e muscolare l’ambivalenza tra gloria personale e desiderio di Itaca che Omero aveva espresso più sottilmente attraverso il nome e la parola.

Nel poema è la rivelazione del nome, nel film l’attacco diretto, a consentire a Polifemo di invocare la vendetta del padre Poseidone, determinando il protrarsi del viaggio. È dunque vero che un dio impedisce a Odisseo di tornare, ma è stato Odisseo a offrirgli il potere di colpirlo. Il fato esterno si innesta su una necessità interna: il bisogno di autoaffermazione prevale sulla prudenza e persino sul desiderio di Itaca. Odisseo sacrifica il ritorno alla gloria. La sua grandezza e la sua hybris hanno la stessa origine.

Circe offre un altro indizio dell’ambivalenza di Odisseo. Nel poema, dopo aver liberato i compagni dall’incantesimo, egli rimane presso di lei per un intero anno. Non è più prigioniero e nessuna forza divina gli impedisce di ripartire. Sono i compagni a dovergli ricordare Itaca e a sollecitarlo a riprendere il viaggio. Circe rappresenta così la possibilità di sospendere il ritorno in una condizione protetta, gratificante e sottratta al tempo.

Nolan rinuncia alla rappresentazione, consolidata dalla tradizione successiva, di Circe come irresistibile seduttrice. La sua Circe è una donna di mezza età, dimessa e campestre, più simile a una strega legata alla terra e ai suoi poteri che a una tentatrice. Odisseo non rimane dunque perché conquistato dal fascino erotico, ma perché attratto dalla quiete di quella parentesi. Circe gli offre non tanto una nuova conquista quanto un nuovo esperimento: la possibilità di fermarsi, deporre temporaneamente l’identità del guerriero e provare una forma di vita marginale, protetta e senza imprese.

Proprio l’assenza della seduzione rende più significativo il suo indugio. Odisseo non rinuncia esplicitamente a Itaca; semplicemente sospende il ritorno e sperimenta che cosa significherebbe vivere altrove. Presso Circe può rinviare il ritorno, ma non rinunciarvi: quella vita quieta lo trattiene per un anno senza diventare una vera alternativa a Itaca.

Se presso Circe Odisseo rinvia il ritorno abbandonandosi alla quiete, nell’incontro con le Sirene è invece la seduzione della sfida a prevalere. Odisseo conosce il pericolo e potrebbe proteggersi, come fa con i compagni, chiudendosi le orecchie. Vuole invece ascoltare il canto, facendosi legare all’albero della nave. Non è costretto ad affrontare quella prova: la sceglie. Le Sirene non promettono soltanto piacere, ma una conoscenza assoluta e, insieme, il racconto delle imprese compiute a Troia. Cantano l’eroe a se stesso, gli restituiscono un’immagine grandiosa della sua identità. Odisseo vuole ascoltarle e contemporaneamente sopravvivere: avvicinarsi all’estremo senza esserne distrutto. Ancora una volta non gli basta arrivare a destinazione; deve arrivarvi dopo avere conosciuto ciò che agli altri uomini è precluso.

La curiosità è parte della sua grandezza, ma anche della sua pericolosità. Odisseo vuole vedere, conoscere, incontrare gli abitanti delle terre sconosciute. Non è un viaggiatore esclusivamente orientato alla meta. È attratto dall’altrove, dalla possibilità di misurarsi con ciò che non conosce, dal rischio personale come occasione di autoverifica. La patria lo chiama, ma il mondo continua a interrogarlo; e Odisseo non sa sottrarsi a quell’interrogazione.

Calipso rappresenta invece un necessario controesempio. Nel poema la dea lo trattiene per sette anni e gli offre l’immortalità, ma Odisseo piange sulla riva guardando il mare. Desidera Penelope, sebbene mortale e meno bella della dea. Qui la nostalgia di casa appare autentica e sarebbe ingiusto trasformare la permanenza presso Calipso in una scelta inconsapevole. Odisseo non è semplicemente un uomo che usa gli dèi come pretesto per non tornare. Le forze che lo ostacolano sono reali. Ma possono realizzare, in alcuni momenti, qualcosa che una parte di lui desidera: mantenere aperto il viaggio e rinviare la domanda su ciò che verrà dopo.

È proprio questa ambivalenza che Nolan porta in primo piano, traducendola in termini psicologici moderni. Il suo Odisseo è un reduce, ma non soltanto perché traumatizzato. Il trauma conta: egli porta con sé i morti, la colpa, la violenza compiuta e quella subita. Tuttavia la sua difficoltà a tornare non dipende solo dall’impossibilità di dimenticare la guerra. Dipende anche dal fatto che la guerra gli ha fornito un modo di essere.

Nel pericolo Odisseo è vigile, necessario, capace di decidere. Ha uomini che dipendono da lui, avversari da affrontare, soluzioni da inventare. L’aggressività è legittimata, il tempo contratto nell’urgenza, l’identità confermata dall’azione. La vita ordinaria, al contrario, è lenta, ambigua e relazionale. Non richiede costantemente coraggio e strategia, ma presenza, affidabilità, intimità e capacità di tollerare la ripetizione. Il reduce può desiderare la casa senza essere più capace di abitarla. Può amare chi vi è rimasto e tuttavia percepire quella vita come priva dell’intensità alla quale si è assuefatto.

La dimensione narcisistica non consiste quindi soltanto nella ricerca dell’ammirazione altrui. È qualcosa di più profondo: Odisseo si è identificato con l’uomo della prova. Ha bisogno della sfida non solo per essere celebrato, ma per sentirsi pienamente esistente. Se nessuno deve essere salvato, ingannato o sconfitto, chi è Odisseo? Che cosa farà dopo essere tornato a casa?

Anche le figure femminili assumono, in questa prospettiva, un significato che va oltre la tentazione erotica. Circe, Calipso, Nausicaa e le Sirene rappresentano possibilità alternative di esistenza. Circe offre la sospensione del tempo; Calipso l’oblio e l’immortalità; Nausicaa la possibilità di una nuova casa; le Sirene il sapere assoluto e l’eterna celebrazione dell’eroe. Non è necessario pensare che Odisseo debba “provare altre donne” prima di tornare da Penelope. Deve piuttosto attraversare altre identità possibili, altre vite che avrebbero potuto sottrarlo alla propria storia.

Penelope rimane diversa da tutte loro. Non gli offre l’oblio, l’immortalità o l’eterna avventura. Gli offre il riconoscimento più profondo: quello fondato su una storia condivisa. Il segreto del letto nuziale, costruito intorno all’ulivo e dunque inamovibile, rappresenta la stabilità che Odisseo ha perduto. Ma proprio questa stabilità può essere insieme desiderata e temuta. Penelope è sufficiente come oggetto d’amore; non può però, da sola, risolvere la dipendenza di Odisseo dall’eccezionalità. Nessuna persona può assumersi il compito di colmare il vuoto lasciato dalla fine della dimensione epica.

Nolan accentua questo conflitto facendo dell’impossibilità del ritorno non soltanto una persecuzione divina, ma anche una resistenza interna. Gli dèi spiegano perché Odisseo non riesca a tornare; la sua ambivalenza spiega perché una parte di lui trovi nel mancato ritorno una forma di esistenza. Poseidone lo perseguita, ma contemporaneamente lo mantiene nella condizione in cui egli sa chi essere: comandante, stratega, guerriero, protagonista.

Il conflitto non è perciò tra amore e disamore, né tra fedeltà e infedeltà. Odisseo ama Penelope e desidera Itaca. Ma desiderare la casa non equivale a saper tornare a casa. La sua vera alternativa è fra due modi di esistere: essere riconosciuto entro la continuità di una relazione oppure confermare continuamente se stesso attraverso il confronto con l’ignoto.

Il finale scelto da Nolan, nel quale Penelope riparte con lui, offre una soluzione suggestiva e insieme problematica. Odisseo non è costretto a scegliere definitivamente tra la moglie e il viaggio: è Penelope a entrare nella dimensione del viaggio. La coppia può ricostituirsi, ma a condizione che il ritorno non coincida con la sedentarietà. È una soluzione romantica, perché trasforma finalmente l’erranza solitaria in un cammino condiviso; ma può essere letta anche come l’ultima vittoria della resistenza di Odisseo. Egli ritrova Penelope senza dover rinunciare all’uomo epico che è diventato.

Che uomo era dunque Odisseo? Un uomo capace di amare la propria casa, ma anche di tenerla lontano; di desiderare il ritorno e di creare le condizioni che lo ritardano; di nascondersi per sopravvivere e poi rischiare tutto per affermarsi. Non semplicemente un eroe narcisista, né soltanto un reduce traumatizzato, ma un uomo che ha trovato nella sfida la forma più intensa della propria identità.

L’Odissea omerica racconta un uomo che vuole tornare, ma il cui orgoglio, la curiosità e il desiderio di conoscenza prolungano il cammino. Nolan rende esplicito il conflitto che Omero dissemina negli episodi: Odisseo vuole Itaca, ma non vuole la fine dell’Odissea. Vuole ritrovare Penelope senza cessare di essere l’uomo del viaggio. La domanda conclusiva non è pertanto se riuscirà a tornare, ma se sarà capace di rimanere. Ed è forse questa la prova che neppure l’uomo dai molti espedienti sa con certezza come affrontare.

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