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“Vivere e Living: due altalene sotto la neve”

10 Gen 26

Ci sono film che non appartengono solo alla storia del cinema, ma alla storia dell’anima. Ikiru – tradotto in Italia come Vivere – è uno di questi. Akira Kurosawa, nel 1952, firma un’opera che non è semplicemente un racconto sulla morte, ma una meditazione sulla vita, sul tempo che ci resta e sull’angoscia che ci paralizza. È il dramma di Kanji Watanabe, interpretato da Takashi Shimura, uno degli attori feticcio di Kurosawa, volto indimenticabile di I sette samurai e di tanti altri capolavori. Shimura porta sullo schermo una disperazione composta, un dolore che si insinua nei gesti quotidiani, trasformando un burocrate grigio in un eroe tragico. La sua voce rotta, il suo sguardo perso nel vuoto, sono la materializzazione di quella che Freud avrebbe chiamato “angoscia di morte”, mentre la sequenza dell’altalena sotto la neve resta una delle immagini più perturbanti e poetiche mai concepite: regressione infantile e sublimazione, Thanatos ed Eros intrecciati in un gesto di dolcezza e resa.

Kurosawa costruisce Ikiru con una lentezza che non è mai inerzia, ma contemplazione. Ogni inquadratura è pensata come un haiku visivo: la luce che filtra negli uffici, la pioggia che cade incessante, il silenzio che diventa grido. Non c’è eroismo, non c’è catarsi hollywoodiana: c’è la nudità dell’essere, la consapevolezza che il tempo è finito e che, come scriveva Heidegger, “l’essere-per-la-morte” è la condizione che dà senso alla vita. In questo senso, Ikiru è un film profondamente psicoanalitico: la diagnosi di cancro è il ritorno del rimosso, l’irruzione del reale lacaniano che spezza la catena simbolica della routine. Watanabe non cerca il piacere, cerca il significato – e lo trova in un gesto minimo, la costruzione di un parco per i bambini. È il trionfo dell’azione autentica contro la paralisi burocratica, il passaggio dall’Io al Sé junghiano, dalla maschera sociale all’individuazione.

Settant’anni dopo, Oliver Hermanus decide di rifare questo film con Living (2022), e lo fa con una fedeltà che sfiora la filologia. Come Sergio Leone con Per un pugno di dollari – che copiò Yojimbo scena per scena – Hermanus non tradisce, ma trasporta: sposta la vicenda nella Londra degli anni ’50, affida la sceneggiatura a Kazuo Ishiguro – premio Nobel per la letteratura – e mette al centro Bill Nighy, che regala un’interpretazione di struggente eleganza. La storia è la stessa: un funzionario scopre di essere malato e cerca di dare senso agli ultimi giorni. Ma ciò che colpisce è la cura maniacale con cui Hermanus riprende le inquadrature, i silenzi, persino la neve che cade sul volto del protagonista mentre canta sommessamente. È un remake che non vuole innovare, ma meditare: come se Ishiguro avesse compreso che Ikiru non è un film da “aggiornare”, ma da “ascoltare”.

Eppure, qualcosa cambia. Living è più sobrio, più trattenuto, più inglese. Dove Kurosawa lasciava esplodere la disperazione in gesti quasi teatrali, Hermanus opta per la compostezza, per il dolore che si consuma in silenzio. È la differenza tra il pathos giapponese e la malinconia britannica: due modi di affrontare la morte, entrambi profondamente culturali. Psicologicamente, il Watanabe di Kurosawa attraversa tutte le fasi del lutto – negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione – in modo visibile, quasi didascalico. Il Mr. Williams di Nighy, invece, sembra saltare le prime fasi e approdare subito alla malinconia, come se la sua vita fosse stata da sempre una lunga preparazione alla fine. Qui Ishiguro inserisce la sua poetica: il tempo perduto, la memoria che sfuma, la dignità come ultimo baluardo contro il nulla.

Dal punto di vista psicoanalitico, entrambi i film parlano della stessa cosa: la morte come trauma originario, come ciò che struttura il desiderio. Ma mentre Kurosawa ci mostra la lotta titanica contro la pulsione di morte, Hermanus sembra suggerire che la vera rivoluzione è la gentilezza, il gesto minimo che resiste all’entropia. In questo senso, Living è meno tragico e più elegiaco: non urla, sussurra. Eppure, la domanda resta la stessa: come vivere quando il tempo è finito? È la domanda che Freud non ha mai smesso di porsi, che Kierkegaard ha trasformato in angoscia, che ogni essere umano porta dentro di sé.

Guardando questi due film uno dopo l’altro, si ha la sensazione di assistere a un dialogo tra epoche e culture, ma anche tra due modi di pensare la psiche. Kurosawa ci dice che la vita autentica nasce dall’azione, dal gesto che rompe la catena dell’inerzia. Hermanus ci dice che la vita autentica nasce dalla consapevolezza, dalla capacità di abitare il tempo che resta con grazia. Entrambi, però, ci ricordano che la morte non è il contrario della vita, ma la sua condizione di possibilità. E forse è per questo che Ikiru è tra i cento film di Variety: perché non parla solo al Giappone del dopoguerra, ma a noi, oggi, in un mondo che corre senza chiedersi dove.

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