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Cesare Pavese e la cognizione del dolore

9 Set 26

Il diario e ciò che la lucidità non salva 

 

Il nove settembre del 1908, a Santo Stefano Belbo, nasceva Cesare Pavese. Non è la data che si ricorda. Di Pavese si commemora quasi sempre l’altra, quella di fine agosto del 1950, a Torino: è l’anniversario che le pagine culturali onorano con puntualità e che ha finito per assorbire l’intera figura, fino a farne il caso esemplare dello scrittore che si toglie la vita. Cominciare invece dal compleanno non è un gesto di cortesia. È una scelta di metodo, e chi lavora nella clinica sa perché.

Il quindici maggio del 1935 Pavese fu arrestato a Torino. La vicenda lo riguardava di sbieco: aveva prestato il proprio recapito alla donna di cui era innamorato, sorvegliata dalla polizia, e vi furono trovate lettere cifrate a lei dirette. Ne seguirono il carcere e il confino a Brancaleone Calabro, dove giunse in agosto e dove restò fino al marzo dell’anno successivo. È là, il sei ottobre del 1935, che comincia il quaderno destinato a uscire postumo, nel 1952, con il titolo «Il mestiere di vivere»; l’ultima annotazione è del diciotto agosto 1950 e precede la morte di nove giorni. Quindici anni. Per la storia della letteratura quel quaderno è un diario d’autore; per chi si occupa di suicidio è qualcosa di più raro: la descrizione in prima persona, continuata per un decennio e mezzo, del proprio dolore mentale, redatta da un osservatore di acutezza straordinaria che era anche l’oggetto osservato.

La suicidologia si è interessata più volte a quel materiale. Edwin Shneidman, al quale si deve la nozione di «psychache» — il dolore mentale collocato al centro dell’atto suicidario anziché ai suoi margini: una teoria, non un dato acquisito — vi tornò nel 1979 con «Risk writing» e nel 1982 con uno studio dal titolo inequivocabile, «The suicidal logic of Cesare Pavese». Prima di lui, nel 1977, un gruppo italiano guidato da Francesco Simone aveva analizzato l’opera letteraria su «Suicide and Life-Threatening Behavior»; dopo di lui David Lester è tornato al diario nel 2006 e nel 2009. Un interesse ricorrente, dunque, e non occasionale: il che non autorizza affatto a fare di Pavese un caso clinico.

Il punto che rende quel quaderno scomodo, e per questo prezioso, riguarda una consolazione tenace: l’idea che chi sa dire il proprio dolore sia, per ciò stesso, meno in pericolo. Un caso singolo non dimostra nulla in statistica, e non pretendo che lo faccia; vieta però di scambiare quella capacità per una garanzia, perché se garanzia fosse stata, Pavese sarebbe morto vecchio. Saper raccontare la propria sofferenza è spesso una risorsa, e in terapia può esserlo molto; non è però un indicatore da cui inferire un rischio minore. La capacità di descrivere una condizione può convivere per anni con l’incapacità di modificarla, e l’introspezione, invece di aprire una via d’uscita, può diventare la forma più raffinata del girare in tondo.

Chi lavora nei servizi conosce l’insidia speculare: la persona che espone il proprio stato con proprietà di linguaggio può rassicurare chi l’ascolta, e la sua padronanza verbale finisce per essere scambiata per un dato prognostico. Non lo è. La valutazione del rischio non si esaurisce in un colloquio ben riuscito: chiede di ricostruire la crisi, la storia della persona, il contesto in cui vive e i sostegni sui quali può contare davvero. È la materia di cui si occupa, in Italia, il manuale di Maurizio Pompili.

Detto questo, va detto il suo contrario. Un diario non è una cartella clinica, e Pavese non è un caso clinico. Scriveva sapendo di essere uno scrittore, e nulla di ciò che uno scrittore consegna alla pagina è ingenuo, neppure quando è sincero: la sincerità è essa stessa una scelta di stile. Ricavarne una diagnosi retrospettiva — l’esercizio che periodicamente qualcuno ritenta, con il conforto delle categorie in vigore al momento del tentativo — significa scambiare un’opera per un protocollo, e pronunciare su una persona mai incontrata un giudizio che, davanti a un paziente, pretenderebbe un esame diretto. Rinunciare alla diagnosi retrospettiva non è timidezza professionale: è ciò che la natura del materiale impone.

Esiste però un errore opposto, e non è meno insidioso. Se l’ipertrofia diagnostica riduce l’uomo a un sintomo, la mitologia lo promuove a emblema: il vizio assurdo, la morte come sigillo dell’opera, il gesto che retroattivamente autentica i libri e li rende necessari. È una lettura seducente, ed è falsa. Sul piano della prevenzione è anche dannosa, perché trasforma una morte in una scelta stilistica e romanticizza una crisi per la quale oggi disponiamo di strumenti terapeutici e preventivi. Non è un’opinione di reparto: le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla comunicazione del suicidio, nella versione aggiornata del 2023, mettono in guardia proprio dal linguaggio che sensazionalizza, romanticizza o normalizza. Nel 1950 quegli strumenti in larga parte non esistevano; è anche per questo che la mitologia va disinnescata, e non riverniciata ogni anno.

Per la stessa ragione, in queste righe non compaiono né il congedo di Pavese né l’ultima riga del suo diario. Sono, di tutto ciò che ha scritto, le pagine più riprodotte, e chi cura una rivista sa che citarle garantisce un titolo. Le stesse raccomandazioni sconsigliano di riportare i dettagli dei messaggi d’addio, e non vedo la ragione per applicarle alla cronaca di ieri e sospenderle davanti a un classico: l’effetto di quelle parole su un lettore fragile non dipende dall’anno in cui furono vergate. Chi le conosce non ha bisogno che gliele si ripeta; chi non le conosce non perde nulla di essenziale. L’assenza, in un pezzo come questo, è essa stessa un argomento.

Il titolo l’ho preso in prestito da Gadda, e credo si possa restituirlo con gli interessi. In Pavese la capacità di dare forma al dolore fu un dono letterario; il dolore non lo fu. Si può conoscere la propria sofferenza come pochi al mondo e non esserne salvati: la consapevolezza, da sola, non basta, e la cura chiede tempo, relazioni, terapie adeguate e qualcuno capace di accorgersi. Resta, oggi, ciò che le date ci obbligano a ricordare: quindici anni di quaderno, «Lavorare stanca» nel 1936, i «Dialoghi con Leucò» nel 1947, «La luna e i falò» nel 1950 e, nel giugno di quello stesso anno, lo Strega per «La bella estate». Una vita intera, non l’ultima settimana. Il nove settembre serve a questo.

Nota della redazione. Chi si trovi in difficoltà può chiamare il 112 in caso di pericolo immediato, oppure Telefono Amico Italia, 02 2327 2327, attivo ventiquattr’ore su ventiquattro.

Riferimenti bibliografici

Gadda, C. E. (2019). La cognizione del dolore (P. Italia, G. Pinotti & C. Vela, a cura di). Adelphi.

Lester, D. (2006). Understanding suicide through studies of diaries: The case of Cesare Pavese. Archives of Suicide Research, 10(3), 295-302. DOI: 10.1080/13811110600583750

Lester, D. (2009). Learning about suicide from the diary of Cesare Pavese. Crisis, 30(4), 222-224. DOI: 10.1027/0227-5910.30.4.222

Pavese, C. (2020). Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950 (M. Guglielminetti & L. Nay, a cura di; nota introduttiva di C. Segre). Einaudi. (Edizione originale postuma 1952)

Pompili, M. (2022). Il rischio di suicidio. Valutazione e gestione. Raffaello Cortina.

Shneidman, E. S. (1979). Risk writing: A special note about Cesare Pavese and Joseph Conrad. Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 7(4), 575-592. DOI: 10.1521/jaap.1.1979.7.4.575

Shneidman, E. S. (1982). The suicidal logic of Cesare Pavese. Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 10(4), 547-563. DOI: 10.1521/jaap.1.1982.10.4.547

Shneidman, E. S. (1993). Commentary: Suicide as psychache. The Journal of Nervous and Mental Disease, 181(3), 145-147. DOI: 10.1097/00005053-199303000-00001

Simone, F., Felici, F., Valerio, P., & Montella, P. (1977). Suicide in the literary work of Cesare Pavese. Suicide and Life-Threatening Behavior, 7(3), 183-188. DOI: 10.1111/j.1943-278x.1977.tb00428.x

World Health Organization. (2023). Quick reference guide: Responsible reporting on suicide. WHO.

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