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Che cos’è l'”Etologia Psichiatrica”?

3 Feb 26

È una costituenda branca dell’Etologia, la disciplina fondata da Konrad Lorenz che si occupa dei comportamenti (etimologicamente dei “costumi”) di determinate popolazioni animali; ma che più recentemente ha iniziato a interessarsi anche ad alcune popolazioni dell'”animale uomo”.

Le persone che vivono nel mondo della Psichiatria (che comprende in solido i pazienti psichiatrici e i loro curanti) danno vita a modi di essere e di pensare diversi, particolari, che alcuni frettolosamente connotano come “bizzarri” o “folli”, ma che vanno invece visti come il risultato di equilibri e compromessi, destinati, in fin dei conti, a mantenere il contatto con la società da parte di persone, che altrimenti sarebbero destinate al più completo isolamento. L’obiettivo di questo lavoro non è ovviamente quello di stigmatizzare ulteriormente i malati, bensì quello di capire più a fondo il perché di certe difficoltà generate dalla malattia mentale, per cercare insieme ai pazienti delle forme di superamento o di controllo più efficaci. Se questo lavoro fallisce e le peculiarità di comportamento non vengono capite nella loro natura, è facile preconizzare un ulteriore e progressivo allontanamento del paziente psichiatrico dal suo mondo.

Tali peculiarità spesso vengono poco sottolineate dai curanti e alla lunga non più percepite come anomale o date per scontate. Quando vengono rilevate, sono spiegate con motivazioni banalizzanti, come “richiesta di attenzione”, “furbizia”, “bizzarria”, “pigrizia”, “trasgressività”, oppure con altre giustificazioni più elaborate di natura “psicodinamica” o “psicologica”, sempre inadeguate al contesto. Altre volte, invece, i comportamenti anomali vengono messi a fuoco dai curanti e “corretti” energicamente, confondendo ancora di più il paziente, che si sente non capito e rifiutato. In realtà sappiamo che le spiegazioni c.d. “machiavelliche” attribuite ai pazienti non sono mai le prime da prendere in considerazione, perché, nonostante l’apparenza, non fanno parte del loro mondo, in cui pure tutto appare o è finalizzato a qualcos’altro… qualcos’altro che non è mai “logico” e condivisibile, “strategico”, cioè volto a ottenere benefici reali! Se il paziente fosse capace di ragionamenti machiavellici autentici sarebbe un paziente guarito e non si troverebbe in quella struttura. Ciò è tanto vero che di solito, giustamente, la capacità di concepire progetti realistici viene da noi assunta come indizio di miglioramento clinico. Le interpretazioni banalizzanti non centrano il bersaglio, perché non fanno riferimento al vero modo di funzionare dei pazienti, che è del tutto peculiare in quanto deve far fronte a carenze strutturali importanti, per quanto non evidenti a prima vista. Non capire la realtà del paziente non solo non permette di incidere sui suoi comportamenti anomali, ma talvolta ottiene il risultato perverso di avallarli, se non proprio di rinforzarli.

Il nostro primo obiettivo di curanti è dunque quello di cercare di capire le ragioni reali delle cose, che, come dicevo, di solito non sono di immediata percezione, per poi progettare degli interventi volti a cercare di modificare le condizioni che le determinano. Va infatti ribadito che questo lavoro, più che alla eliminazione dei comportamenti bizzarri, mira soprattutto a costruire rapporti più autentici e a pensare assieme delle strategie relazionali più pertinenti e personalizzate.

Oltre a ciò, dobbiamo sapere che ciascuna di tali piccole peculiarità comportamentali, frequentissime nella convivenza quotidiana con i pazienti, spesso solo “comiche”, qualche volta fastidiose, in qualche caso anche potenzialmente pericolose, racchiude in realtà, similmente agli agìti dei pazienti, delle preziose informazioni “in codice” su progetti mancati, bisogni inespressi, aspirazioni confuse, che, se decrittati e condivisi tra pazienti e curanti, possono entrare a far parte di progetti terapeutico – riabilitativi forti. Per fare un esempio tra tanti, tratti dalla mia lunga esperienza, non pochi tentativi di suicidio o idee di suicidio, visti a posteriori, si sono rivelati espressione di un anelito a un cambiamento radicale e positivo nella propria vita.

Ovviamente attuato nel modo peggiore.

Ma in diversi casi e osservando il paziente su tempi lunghi, ho constatato che il cambiamento positivo, alla fine, si è realizzato effettivamente: mutamenti radicali di vita, di lavoro o di rapporti, scoperta di nuove possibilità, ecc.  In questa sede presenterò una ventina di “pillole”, tratte dalla mia esperienza cinquantennale di comunità terapeutica. Sono state scelte tra centinaia di altre possibili. Con quali criteri è avvenuta la scelta? Ho considerato più degne di menzione e più intriganti le situazioni più difficili da decrittare, quelle che più suggeriscono interpretazioni banalizzanti, sempre sbagliate e fuorvianti.

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