“Il gatto di Budapest” è un breve testo pensato per il palcoscenico teatrale, che a un primo sguardo strizza l’occhio a Beckett (esplicitamente), ai racconti di Kafka (del tutto involontariamente) e ai koan zen, per la sua stringatezza ermetica, anche in senso poetico, che apre agli orizzonti della filosofia esistenziale. Daniela Toschi, psichiatra, storica della psichiatria e della psicoanalisi (soprattutto ungherese), è una letterata raffinata, che ama rivelarsi nascondendosi e in questo testo lo fa più che in ogni altro, mettendo in scena alcune figure del suo “teatro interiore”, tra le quali la sua controfigura, Margit, di cui l’autrice dice, nella introduzione: “La sua scrittura procede per sottrazione e autocensura, per frasi paratattiche la cui connessione può essere soltanto immaginata: ma si apre a un’attenzione diffusa, clandestina, che osserva e registra senza mai dichiararsi del tutto”. Questo testo infatti non può essere compreso senza dichiararne il segreto: che si tratta, cioè, di una produzione successiva all’interruzione dell’analisi personale dell’autrice (mi perdoni Daniela se diffondo una comunicazione personale). “Il gatto di Budapest” ne è un resoconto essenziale, ma anche una post-produzione con profonde riflessioni teoretiche sul senso dell’analisi e l’agire degli analisti.
C’è un fatto, la morte di un gatto attraversando la strada, che compare nello scambio di messaggi iniziale tra Ferenczi e Freud (sotto gli pseudonimi di Sandór Frenkel e di prof. Eisenschild), dal quale si evince la “non coincidenza dei mondi” tra i due, e sorge la domanda se la psicoanalisi possa interpretare solo quello che nasce nel setting come “luogo protetto”, ignorando invece quello che accade fuori, nell’“esposizione” al mondo.
Seguono alcuni testi che, nel solito stile ellittico, associano gli “animali che attraversano” con la percorrenza del corridoio prima di entrare nella stanza di analisi (“percezione alterata del tempo/e dello spazio in prossimità della seduta”). Le trasformazioni di questo attraversamento del corridoio diventano una metafora della progressiva presa di distanza dall’analista. Il terzo testo riguarda invece le griglie analitiche dalle quali “i pazienti non ci passano” mentre i gatti sì (a loro rischio e pericolo): ma forse il gatto è ancora vivo? (Inutile evitare di pensare al gatto di Schrödinger).
Viene evocato quindi Samuel Beckett in persona attraverso alcune lettere di Margit: “Ho pensato a te perché sai stare/ con ciò che resta quando il senso non arriva./Con ciò che non si risolve./Con ciò che continua anche se non dovrebbe”. La risposta di Beckett è lapidaria: “la gente vuole sempre sapere/da cosa una cosa è stata schiacciata e perché./Come se bastasse dare un nome/a ciò che è successo”.
Il passaggio successivo a questo percorso è affidato al personaggio di un burocrate, Áron Fekete, che si dilunga su questioni di pratiche archiviate, “risolte” oppure non archiviabili, “pratiche non chiuse”.
Il testo si conclude in un luogo immaginario al confine tra Texas e Messico, Marfa, dove risiede un discendente della famiglia ungherese a cui apparteneva il gatto, Eliáš Grünberg, e dalle sue lettere a Margit la quale rievoca la questione del gatto e delle perdite in genere (“Lo sai quanto un’assenza sia concreta/Una zona vuota che pesa, occupa spazio”), e che, in virtù del passaggio del tempo, sembra però in grado di rivedere con una certa serenità (“A Budapest c’è vita che resta/tracce che riconosco al buio. /Non voglio abbandonarle./Ma forse attraversare non significa perderle./Ci penserò).
Si tratta dunque di un testo che indaga in profondità i processi di rielaborazione degli eventi traumatici o comunque di perdita in genere: lo fa senza usare i pesanti tecnicismi del nostro gergo psicoanalitico e psichiatrico, ma solo con la forza evocativa della parola poetica, dell’accettazione del carattere insaturo dei vissuti e delle questioni fondamentali dell’esistenza. Per me, un piccolo capolavoro nel suo genere.
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