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Intervista a RITA CORSA, vincitrice del “Premio Gradiva 2026”

2 Set 26

Iniziamo con qualche parola sul suo percorso di studi e formazione, e sulla sua attività attuale

Sono cresciuta a Trieste, dove ho studiato medicina perché, sin da bambina, vagheggiavo di fare la psichiatra. Il mitico frenocomio locale, Andrea di Sergio Galatti, inaugurato in gran sfarzo nel novembre 1908, con il suo meraviglioso parco e i suoi sentieri fatati percorsi da quegli strani e affascinanti personaggi che erano “i folli”, aveva acceso la mia fervida fantasia infantile. Abitavo in una casetta lì vicino e, finiti i compiti, nelle scorribande pomeridiane con mio fratello spesso lambivo le mura di cinta della “cittadina dei matti”. Spinti da una curiosità incontenibile, cercavamo qualche breccia per scrutare “dentro” e “oltre”, ma di solito la nostra brama rimaneva insoddisfatta. Dopo il primo momento di delusione, spostavamo i nostri giochi da un’altra parte, nei giardini circostanti, insieme agli altri fanciulli. Che ricordi dolcissimi.

Quel che è certo, fu allora che decisi di voler far parte anch’io di quel misterioso mondo. Nacque così una vocazione che non mi avrebbe più abbandonata. Da ragazzina ho poi fatto parte del movimento giovanile che ha sostenuto la riforma basagliana e partecipato alle gioiose manifestazioni comunitarie e di volontariato che l’hanno accompagnata.

Quando e come nasce il suo interesse per la storia della psicoanalisi?

Conseguita la laurea, mi sono però trasferita a Genova, per specializzarmi in psichiatria alla scuola di Romolo Rossi, Franco Giberti e Carmelo Conforto, allora faro della psichiatria d’indirizzo psicoanalitico in Italia. Negli anni universitari, infatti, avevo conosciuto la psicoanalisi.

L’incontro con Anna Maria Accerboni fu per me fatale. La conobbi poco più che ventenne. Stavo preparando l’esame di ematologia. L’Accerboni aveva da poco istituito presso l’università di Trieste l’unica cattedra italiana di Storia della psicoanalisi e cercava un giovane collaboratore che l’aiutasse nelle mansioni pratiche (battitura a macchina, controllo bozze, lavori d’archivio, etc.). Non ricordo come risalì a me, ma quando ricevetti la sua proposta accettai immediatamente, incuriosita dall’offerta.

Sotto la guida dell’Accerboni, gradualmente mi appassionai alla psicoanalisi e alla ricerca storica. Ebbi modo di imparare sul campo da tanti grandi maestri italiani e stranieri, con i quali Anna Maria cooperava, quali Michel David, Alain de Mijolla, Ernst Federn, Simona Argentieri, Silvia Vegetti Finzi, Glauco Carloni, Johannes Cremerius, Gaetano Benedetti e moltissimi altri, con cui negli anni a venire imbastii delle relazioni autonome. Ma non solo. Ci vedevamo spesso al Caffè San Marco, dove mi faceva partecipare all’organizzazione di iniziative culturali con illustri personaggi di allora, quali, tra i tanti, Giorgio Voghera, Susanna Tamaro, Tullio Kezich, Claudio Magris, Maria Masau Dan.

Lei ha sempre assegnato un’importanza centrale alla metodologia nella ricerca storica…

Tornando alla ricerca storica, dall’Accerboni ho appreso un metodo di studio, che gradualmente avrei ampliato grazie al confronto con altri storici e, infine, avrei applicato in maniera indipendente: esso si basa sull’individuazione di fonti primarie (documenti, dati, testimonianze e altre carte inedite) e la loro ricostruzione, cui segue l’incrocio, il confronto e la comparazione con le fonti secondarie, cioè quelle già note e pubblicate. Solo alla fine di tale complesso processo storiografico, mi sento di proporre un’ipotesi interpretativa e un’eventuale critica di quanto emerso. In linea con Marc Bloch, va seguito il “costante andirivieni” tra le fonti, tra i dati, dei quali lo studioso propone l’interpretazione attraverso un’opera di comparazione: i documenti, le testimonianze “non parlano se non quando si sa interrogarli”, mediante un serrato confronto. La storia, invero, deve essere fatta per comparazione, sottraendosi dalla fascinazione della verità del fatto in sé.

Come ci insegna Di Chiara, la storia della psicoanalisi si presenta come un problema particolarmente complesso. Le cause sono molteplici, tra le quali spicca in particolare proprio la mancanza dell’uso di una solida metodologia storiografica (1997). Vi sarebbe, infatti, una tendenza alla trasmissione orale dei fatti, trascurando l’avvallo di tracce documentali, che porterebbe alla costruzione narratologica degli eventi e alla creazione di una mitologia delle origini. Il maneggiare vecchi fascicoli ammuffiti può, infatti, condurre l’investigatore a scovare qualche traccia di verità, capace di scalfire convinzioni radicate, di frantumare certezze considerate inalienabili.

La mia indagine è da sempre centrata sull’epoca mitica dei precursori della psicoanalisi, specialmente nel nostro paese. Una curiosità che mi ha spinto a scandagliare gli archivi di mezzo mondo e a intrecciare relazioni con tanti studiosi, alla ricerca delle antiche impronte della mia disciplina. Un viaggio che si è ben presto trasformato in un’avventura entusiasmante, ricchissima di sorprese.

Il suo ultimo libro, “Sulle tracce di Freud. Da Lombroso a De Sanctis e Dalma, scienziati italiani all’alba della psicoanalisi”, conclude una trilogia…

La notevole mole di materiale raccolto mi ha consentito di scrivere un gran numero di articoli per riviste specialistiche italiane (Rivista di Psicoanalisi, Psicoanalisi e Metodo, Rivista di Psicologia Analitica, Studi Junghiani, etc.) e internazionali (The International Journal of Psychoanalysis, International Forum of Psychoanalysis, Revue Française de Psychanalyse, Le Coq-héron, Texte, etc.), diversi capitoli per volumi collettanei storici e tre monografie. Mi soffermerò su questa mia trilogia, che ho dedicato alla nascita della psicoanalisi in Italia.

Nel mio libro d’esordio, Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana. Le vicende di Nathan, Bartol e Veneziani, pubblicato nel 2013 e che ha visto una ristampa riveduta e corretta nel 2018 e un’altra nel 2020, raccontavo dei primi passi mossi dalla psicoanalisi nel nostro paese. Edoardo Weiss si impegnò a introdurre la scienza freudiana, misurandosi sin dagli esordi con l’ostilità degli ambienti medico-scientifici, religiosi e politici nazionali. Egli ebbe lo straordinario merito di aver voluto e saputo perseguire con fermezza il progetto di diffondere le idee freudiane e di riorganizzare a Roma, nel 1932, la Società Psicoanalitica Italiana, fondata nel lontano 1925 da Marco Levi Bianchini. Un traguardo realizzato fronteggiando la durezza dei tempi e le proprie personali fragilità. Gli anni passati a Trieste, la sua città natale, lavorando come psichiatra frenocomiale e come psicoanalista nel suo studio privato (1919-1931), costituiscono un’età epica del movimento italiano, ma pure assai contraddittoria, come ho cercato di dimostrare nella monografia, avvalendomi di tante carte inedite, scovate negli Archivi di Stato italiani e austriaci e nelle pagine del preziosissimo carteggio intrattenuto per circa un trentennio dallo psichiatra triestino con il suo ex analista, il medico viennese Paul Federn, poi divenuto suo intimo amico. Tale epistolario, in lingua tedesca, è conservato tra le Papers di Weiss (Edoardo Weiss Papers) dei Freud Archives della Library of Congress a Wahington, che consultai alla fine degli anni Novanta, ed è da tempo digitalizzato presso l’ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana (Università Bicocca di Milano).

Nel volume successivo, stampato nel 2017 e intitolato Vanda Shrenger Weiss, la prima psicoanalista in Italia. La psicoanalisi a Roma in epoca fascista, ho inteso esaminare gli ultimi anni trascorsi nella penisola dallo psicoanalista triestino e dalla moglie Vanda Shrenger Weiss, prima dell’espatrio negli Stati Uniti in seguito alle leggi razziali del 1938. Gli anni Trenta costituirono un momento molto fecondo ma assai tribolato per i Weiss, vissuto nella capitale tra gli entusiasmi per le iniziali, rilevanti, affermazioni della psicoanalisi e le insidie e gli ostacoli posti dal drammatico clima politico imperante. Ho indugiato sugli sforzi di Edoardo e Vanda e del minuscolo manipolo di seguaci che, nel 1932, in piena età fascista, riorganizzarono la Società Psicoanalitica Italiana e creato la Rivista Italiana di Psicoanalisi. Un esiguo gruppo di studiosi e di clinici, attirati dal rivoluzionario pensiero freudiano, che furono in grado di seminare un’idea portentosa, che avrebbe resistito alle avversità della storia, per propagarsi capillarmente nell’Italia del secondo dopoguerra. Il punto d’osservazione scelto nella narrazione del secondo testo è stato quello di una donna, di Vanda Shrenger Weiss, un’ebrea croata che la storia ci aveva sbrigativamente consegnato come “la consorte” di Edoardo. Un’identità femminile ridotta a un’unica funzione, quella muliebre, del tutto oscurata dall’imponente ombra del marito. Eppure Vanda Shrenger è stata a sua volta medico, pediatra e psicoanalista. La prima psicoanalista in Italia. Ho cercato di restaurare la sua figura e la sua azione nella fase pionieristica del movimento psicoanalitico italiano, avvalendomi dell’imponente quantità di documenti, lettere e tante altre carte inedite, che mi ha messo a disposizione la figlia adottiva dei coniugi Weiss, Marianna Shrenger Weiss, psicoterapeuta a Florence (Oregon), che non finirò mai di ringraziare.

Spendo ancora qualche parola per raccontare del fortunoso percorso umano che mi ha portato a scrivere questa monografia. Nel 2013 il secondogenito, allora ancora vivente, di Edoardo e Vanda Weiss, il matematico statunitense Guido Weiss, mi mise in contatto con la sorella adottiva, Marianna, di cui gli storici weissiani ignoravano l’esistenza. Le vicende che portarono all’adozione di Marianna fanno parte di una delle pagine più buie del Novecento. La notte dell’antivigilia di Natale del 1941, i militanti dell’Ustasha – il movimento nazionalista croato di estrema destra, fondato da Ante Pavelić negli anni Venti, che si opponeva al Regno di Jugoslavia dominato dall’etnia serba – irruppero in Pakrac, trucidarono diversi ebrei e ne deportarono altri nei campi di concentramento di Djakovo e di Jasenovac, dove morirono assassinati o di stenti. I membri della famiglia Shrenger non scamparono all’eccidio; il fratello maggiore di Vanda e sua moglie furono tra le vittime, così come i loro due figli adolescenti. La terzogenita, Marianna, nata da un paio di settimane, si salvò perché venne affidata a una zia acquisita non ebrea. A nove anni, nel 1951, fu fatta migrare negli Stati Uniti, dove venne adottata da Vanda ed Edoardo, divenendone la terza figlia. Sin da subito ho trovato una grande disponibilità da parte di Marianna a partecipare al recupero della voce della sua amatissima madre adottiva. Marianna si mostrò assai favorevolmente colpita dallo scoprire che in un paese tanto lontano come l’Italia ci fosse una studiosa che voleva dedicarsi a far rivivere la figura di Vanda. Le mie articolate richieste furono quindi pienamente esaudite.

E così arriviamo al volume con il quale ha vinto ex aequo il Premio Gradiva (Comune di Lavarone, edizione 2026)

Il mio terzo volume, Sulle tracce di Freud. Da Lombroso a De Sanctis e Dalma, scienziati italiani all’alba della psicoanalisi (2025), è il frutto delle indagini effettuate in archivi cartacei e digitali nazionali ed esteri negli anni più recenti, sempre tese alla scoperta di nuove impronte orientate verso l’alba della psicoanalisi italiana. L’analisi a ritroso, intrapresa nella speranza di individuare tracce freudiane sempre più remote nella cultura scientifica italiana, mi ha fatto percorrere sentieri ancora sconosciuti agli studiosi della psicoanalisi e a intrecciare le mie indagini con storici di altre discipline. Molto fruttuoso è stato il sodalizio scientifico con Pierpaolo Martucci, storico della criminologia italiana. Avanzando insieme, ci siamo ad esempio imbattuti abbastanza fortunosamente in alcuni scritti relativi ai primissimi richiami al nome di Freud nella realtà scientifica italiana. Siamo stati così in grado di fornire elementi inediti, che permettono di rivedere alcune date che sinora parevano consolidate.

Nel luglio del 2026, a questo ultimo libro è stato conferito (ex-aequo) il prestigioso Premio Gradiva, riservato a testi di psicoanalisi di particolare rilievo culturale. Come spiegato nelle motivazioni, la Giuria ha inteso riconoscere il lungo lavoro che ha condotto a completare una “trilogia dedicata alla nascita della psicoanalisi in Italia”, che ha restituito “centralità a tracce dimenticate”, “offrendo un contributo significativo alla storia delle idee” e “ponendo la psicoanalisi all’interno del più ampio panorama delle scienze umane e mediche dell’epoca”.

Io spero inoltre che tanti decenni di fatiche riservate allo studio dei precursori italiani della psicoanalisi, una fetta minuscola della grande storia della psicoanalisi, abbia consentito di dare un rilievo inedito alla figura di Edoardo Weiss. Io ritengo che, come a livello internazionale si sia sviluppata una storiografia focalizzata prevalentemente su Freud (Freudocentric historiography, come la nomina Makari), in Italia sia sorta una narrazione delle origini riservata quasi esclusivamente a Edoardo Weiss. Un racconto del nostro progenitore e della nostra nascita trasmessi soprattutto per via orale e intensamente idealizzati.  Io ho tentato di superare, abbandonandolo, il transfer idealizzato nei confronti di Edoardo Weiss e di allargare il campo ad altre figure fondamentali e da sempre dimenticate. La feticistica idealizzazione delle origini impedisce, infatti, di collocare i nostri progenitori, i promotori della nostra comunità, le loro azioni e il loro pensiero, nel tempo in cui hanno vissuto. Si imbastisce, così, un’agiografia cristallizzata e cristallizzante, priva di “tracce di verità”, che impedisce di situare la nostra storia all’interno delle coordinate spaziali e temporali proprie della loro epoca, un’epoca abitata da uomini.

Io auspico che questo mio appassionato e tenace lavoro di cesello conduca anche a riconoscere un nuovo valore al pensiero dei nostri pionieri, troppo a lungo oscurato da una mitografia delle loro gesta. Ad esempio, le originalissime e, per certi versi, rivoluzionarie idee psicoanalitiche dello stesso Edoardo Weiss hanno subito un doloroso scotoma nel nostro paese. Già i suoi saggi degli anni Venti e Trenta sull’agorafobia e sulle psicosi contengono intuizioni di pregevole portata, ulteriormente approfondite e sistematizzate nel dopoguerra, negli Stati Uniti che accolsero lui e la sua famiglia in fuga dall’Italia fascista. Se al nome di Edoardo Weiss si dedicano biblioteche, strade, parchi, targhe commemorative, ben poca diffusione ha avuto il suo pensiero nel consesso psicoanalitico nostrano. Negli ultimi anni, però, sembra esserci stato qualche segno significativo d’inversione di tendenza, ben testimoniato dal primo numero del 2026 della Rivista di Psicoanalisi, che raccoglie diversi contributi sul pensiero teorico del nostro fondatore. Un po’ di merito va forse anche alle mie fatiche.

La storia della psicoanalisi e, in generale, delle psicoterapie, rimane ai margini degli studi universitari e della formazione nelle cosiddette “scuole” di psicoterapia…

Guardandoci attorno, sembra che la maggior parte delle tante scuole di psicoterapia nella nostra penisola siano poco propense a coltivare le radici, le tradizioni, ciò che si è costruito nel tempo e “chi” lo ha fatto, scordando di inserire corsi di storia della psicoanalisi e della psicoterapia nei loro programmi didattici. Uscendo dai confini italiani, va tuttavia rilevato che il passaggio di millennio ha registrato una drammatica caduta dell’interesse per lo studio della storia nell’intero vecchio continente. Lo spirito del tempo ci consegna un mondo poco teso alla riflessione, dove il pensiero si rifrange sulla superficie, senza mai approfondirsi. Un movimento che Bollas ha definito objecthood, per identificare la fuga dalla mente (2018). Il pensiero collettivo sembra eludere il ricordo, la rimembranza e la commemorazione, tanto cari a Kaës (2016), che li considera passaggi individuali e sociali essenziali per rimettere insieme i pezzi dispersi, disgregati e frammentati dell’umanità e per recuperare un ordine identitario e simbolico.

Io ho molto a cuore la trasmissione della memoria nelle mie lezioni ai candidati della Società Psicoanalitica Italiana. I miei seminari hanno lo scopo di far conoscere agli allievi la nascita e i primi sviluppi del pensiero psicoanalitico italiano. È un modo di farli entrare nella casa SPI, mostrando loro le fondamenta della nostra istituzione. È questo un metodo che favorisce anche la comprensione di tanti eventi accaduti successivamente in SPI, perché essere consapevoli delle proprie origini e del cammino fatto nel tempo è essenziale per non smarrire l’identità e il significato profondo che vi riposa e che viene tramandato, più o meno consapevolmente, di generazione in generazione.

Quali sono le principali attività che sta portando avanti negli ultimi tempi?

È con questo spirito che, cinque anni fa, ho avviato il gruppo nazionale SPI di studio e ricerca Storia della psicoanalisi, insieme a Marco Conci, psichiatra, psicoanalista didatta della società tedesca, membro della redazione di Psychoanalysis and History e consulente all’IPA Committee on the History of Psychoanalysis. Se in Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), Freud avocava a sé il diritto di scrivere la storia della disciplina da lui fondata, la ricerca contemporanea in questo campo ruota attorno alla collaborazione interdisciplinare tra psicoanalisti e storici. Il gruppo, condotto da me e Marco, è stato ideato in un’ottica mista per quanto riguarda l’orientamento psicoanalitico e la disciplina d’appartenenza dei suoi membri (blended group): è dunque aperto agli psicoanalisti di diverse scuole, agli storici di varia estrazione e ai candidati SPI, interessati alla materia e al progetto in via di realizzazione. L’obiettivo principale è quello di creare uno spazio di libera discussione su tematiche inerenti alla storia della psicoanalisi, nella speranza di favorire la diffusione della cultura storica e di avviare, nel tempo, un lavoro di ricerca storiografica in campo psicoanalitico. Il gruppo è molto vivo e partecipato e ha attirato l’attenzione dell’History of Psychoanalysis Committee dell’IPA, che lo considera un’esperienza pilota in ambito psicoanalitico internazionale e che ci ha chiesto di divulgarla mediante dei regolari report, stampati sull’History Bulletin.

La cooperazione con Marco mi sta inoltre portando a realizzare un progetto che tenevo da parte da molti anni, ma che valutavo troppo difficile e pesante da affrontare in solitudine. Quello di curare la traduzione in italiano del carteggio tra Edoardo Weiss e Paul Federn. Le vaste competenze del mio collega e il nostro buon feeling sul piano umano stanno rendendo quest’impresa un esperimento comunque complesso e a tratti faticoso, ma anche rischiarato da momenti di simpatica ironia. Insomma, sta pian piano trasformandosi in un percorso di crescita culturale e di affettuosa conoscenza dell’altro.

Al momento, questa curatela occupa un posto di primo piano nel mio impegno scientifico di natura storica. Ma ho ancora molti documenti inediti conservati nel mio archivio personale, che potranno divenire oggetto di nuove e ulteriori indagini e relativi saggi. Facendomi sempre accompagnare dal ricordo di un caro maestro, Eugenio Gaburri, che con le sue geniali intuizioni illuminava i momenti cupi delle mie ricerche e mi incoraggiava a continuare con parole semplici: «sai, Rita, bisogna darsi tanto da fare per scoprire “un pezzo di verità”».  La ricostruzione storica è, fatalmente, solo “un pezzo di verità”, perché «Lontano è il reale ed estremamente profondo. Nessuno ne verrà a capo» (Qohèlet, 7, 24).

Note bibliografiche

BLOCH M. (1949). Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien. Paris, Armand Colin [Apologia della storia o Mestiere di storico. Torino, Einaudi, 1950].

BOLLAS C. (2018). Meaning and melancholia. Life in the age of Bewilderment. Abingdon/New York, Routledge [L’età dello smarrimento. Senso e malinconia. Milano, Raffaello Cortina, 2018].

DI CHIARA G., PIRILLO N. (1997). Conversazioni sulla psicoanalisi. Istituzione, professione, scienza. Napoli, Liguori.

FREUD S. (1914). Per la storia del movimento psicoanalitico. O.S.F., 7.

KAËS R. (2016), Il lavoro psichico della memoria nei traumi collettivi. Relazione letta in occasione della Giornata della Memoria, Casa della Cultura, Milano, 23 gennaio 2016.

MAKARI G. (2008). Revolution in mind: the creation of psychoanalysis. London, Duckworth & New York, Harper&Collins.

 

Trieste, 30 agosto 2026

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