Con gli occhi dei familiari e Sull’orlo dell’abisso: due libri importanti per capirne i punti di vista
Recentemente sono usciti due libri importanti per leggere il ruolo delle famiglie e delle loro associazioni nel contesto dei servizi e delle politiche di salute mentale: Con gli occhi dei familiari. Vivere accanto alla sofferenza psichica: il percorso, le storie, gli strumenti (Trento, Erickson Editore, 2026), di Paolo Giovanazzi e Sandra Villano, e Sull’orlo dell’abisso. Essere familiare di persona affetta da disturbo mentale. Aspetti psicologici, psicodinamici, relazionali, sociali e il loro riflesso sul triangolo operatori-utenti-familiari (Roma, Armando Editore, 2025), di Renato Ventura. Entrambi i libri si propongono di dare visibilità e parola alla complessa e sfaccettata esperienza delle persone che svolgono funzioni di caregiving e convivono con chi attraversa vissuti di disagio, di psichiatrizzazione (volontaria o involontaria) o di malattia nell’ambito della salute mentale. Entrambi i libri propongono che il ruolo dei familiari debba essere radicalmente riconsiderato e valorizzato per rispondere alle sfide contemporanee dei servizi: Renato Ventura, neurologo e psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico, presidente dell’associazione di volontariato milanese La Tartavela dal 2020 al 2024 e a sua volta familiare di una persona affetta da un grave disturbo mentale, opera una profonda decostruzione del paradigma psichiatrico dominante, proponendo un superamento della visione puramente biologica della malattia a favore di un approccio che valorizzi la dimensione umana e sociale della cura, denunciando apertamente l’autoreferenzialità e il senso di onnipotenza che rischiano i gruppi professionali quando utilizzano l’asimmetricità del modello medico come difesa dall’angoscia che il contatto con la follia genera. Paolo Giovanazzi, che ha vissuto per circa quindici anni come caregiver di suo fratello affetto da una grave forma di schizofrenia, e Sandra Villano, che alla sua esperienza personale di familiare aggiunge il ruolo professionale di TERP (Tecnico della riabilitazione psichiatrica) presso la Struttura Complessa Salute Mentale della Lomellina – in virtù del quale tra l’altro conduce gruppi psicoeducativi per familiari e utenti – incarnano il modello di collaborazione tra famiglie e servizio indicato dall’orientamento del fareassieme, rivolto a compensare i limiti dell’approccio biomedico con un orientamento psicosociale e comunitario. Pur se informati da orientamenti culturali e supportati da riflessioni cliniche molto diverse, come vedremo, i due libri convergono nel proporre forme di confronto, dialogo e protagonismo condiviso tra operatori e famiglie: leggerli in contemporanea, sottolineando gli aspetti in comune e mappando gli ambiti concettuali segnati da maggiori divergenze, restituisce un insight abbastanza preciso degli elementi di tensione che caratterizzano il dibattito sui servizi e le politiche di salute mentale dal punto di vista delle famiglie coinvolte.
“Con gli occhi dei familiari” è un libro diviso tre capitoli: la prima parte fornisce un quadro concettuale volto a spiegare l’esperienza evolutiva dei familiari, la seconda parte è dedicata ai racconti in prima persona di 17 tra madri, padri, figlie, fratelli, sorelle e coniugi di persone con esperienza diretta, la terza parte presenta strumenti pratici e interventi evidence-based rivolti alle famiglie, tratti dall’ambito della psichiatria di comunità e della riabilitazione psicosociale. Nel primo capitolo del libro, intitolato “Il percorso del familiare caregiver”, i riferimenti teorici sono variegati: il concetto cardine è quello di recovery, considerato nella sua formulazione classica riconducibile al lavoro di Bill Anthony dei primi anni ‘90: inteso cioè non come guarigione clinica totale, ma come un processo di maturazione personale che coinvolge sia l’utente che il familiare. Esso non porta necessariamente alla scomparsa dei sintomi, quanto piuttosto alla capacità di gestire con competenza le criticità che la malattia comporta: l’obiettivo è riuscire a convivere con il disturbo mantenendo una buona qualità di vita e dando valore all’individualità e alle priorità specifiche di ogni persona; di conseguenza, «significa riprendere in mano la propria vita, assumendosi la responsabilità del proprio recupero, mettersi al centro della propria riabilitazione e percorrere un viaggio dove all’inizio si è affiancati dall’operatore fino al momento in cui si sarà in grado di camminare sulle proprie gambe»1 ed esercitare protagonismo sul «proprio percorso riabilitativo»2. Alla luce del modello della recovery vengono descritte le cinque tappe fondamentali del percorso attraverso cui il familiare caregiver arriva a dedicarsi alla partecipazione attiva e collaborativa con il servizio, che costituisce, insieme a un ambiente familiare stabile e a una buona rete sociale, uno dei principali fattori protettivi per resistere agli stress indotti dalla patologia e inevitabilmente amplificati dal carico oggettivo e soggettivo che essa comporta per le famiglie coinvolte. La patologia, tematizzata come esito dell’interazione tra vulnerabilità genetiche/biologiche e psicologiche/ambientali, è definita secondo i principi del modello bio-psico-sociale e della psichiatria di comunità: la compliance terapeutica, vale a dire la diligenza con cui il paziente segue le prescrizioni mediche (la cui mancanza è principalmente spiegata come un sintomo della malattia stessa), così come la necessità di un approccio integrato in situazioni in cui coesistano un disturbo mentale e una dipendenza, sono i presupposti fondamentali per il contrasto allo stigma e alla sua interiorizzazione, che arrivano a toccare anche le famiglie caregiver costituendo un ostacolo al lavoro di squadra con i servizi. Il principale riferimento teorico della terza parte, che si intitola “Rafforzare la consapevolezza: alcuni strumenti”, è Ian Falloon, che propone interventi psicoeducativi da erogare presso i servizi per i familiari caregiver, basati sull’informazione scientifica, sull’insegnamento di abilità comunicative e su un metodo strutturato di problem solving: questo intervento viene indicato come il principale strumento per fare in modo che gli ambienti domestici svolgano un ruolo collaborativo con la cura diminuendo gli atteggiamenti critici, l’ostilità e l’ipercoinvolgimento, come mostrano anche gli studi di Christine Vaughn, George Brown e Julian Leff; si tratta di metodi basati sulle evidenze, il cui impiego permette di prevenire le ricadute del paziente anche nel caso questi abbia sperimentato episodi psicotici gravi. La riduzione dell’emotività espressa e il contrasto agli stili disfunzionali, anche attraverso la facilitazione di gruppi di auto mutuo aiuto, diventano obiettivi centrali delle attività previste dalle linee guida specifiche per i familiari che i servizi dovrebbero adottare. La sezione più intensa e significativa del libro, però, è senza dubbio la seconda, “Storie di familiari”: i racconti di 17 persone coinvolte a vario titolo in vicende familiari attraversate dall’esperienza diretta travalicano la rigida scansione delle fasi di elaborazione e lasciano trasparire, oltre agli approcci auspicati, i vissuti di angoscia, le critiche e i sentimenti di mancato ascolto e mancata accoglienza che inevitabilmente le famiglie vivono; i temi che emergono dai racconti sfumano la assiomaticità definitoria delle altre due parti calandola nei chiaroscuri e nelle ambivalenze dei trascorsi familiari. Le «tribolazioni quotidiane»3 che non sempre trovano spazio nei manuali tecnici su cui si formano i professionisti riguardano il senso di impotenza e la solitudine che spesso le famiglie provano di fronte al «muro di gomma»4 costituito da un sistema di cure che talvolta appare lento, poco coordinato o focalizzato esclusivamente sul farmaco, ignorando la dignità e i bisogni globali della persona
Il libro di Renato Ventura, “Sull’orlo dell’abisso” (2025), si configura come un manuale critico che intreccia l’esperienza professionale dello psicoterapeuta con quella soggettiva del familiare, proponendo una radicale decostruzione della psichiatria: Ventura adotta uno sguardo molto critico sugli attuali sistemi di salute mentale, contestando duramente la sanitarizzazione del disagio e la deriva bio-medica che ne consegue, la quale riduce la sofferenza psichica a una mera malattia organica o a uno squilibrio neurochimico; per Ventura, infatti, l’uso degli psicofarmaci da parte dei servizi psichiatrici è spregiudicato fino a configurarsi come un ritorno alla «psichiatria manicomiale»6: attorno ad esso – quando viene inteso come pratica principale della cura – tendono a strutturarsi sistemi caratterizzati da «muri»7 e «distanza»8. Utilizzando la metafora dell’abisso, l’autore descrive sia l’esperienza della psicosi (uno spazio di sragione e un multiverso esistenziale in cui il principio di realtà è sovvertito), sia l’esperienza di chi prova ad instaurare una relazione con coloro che sono immersi in essa: una sfida che richiede di superare la paura del non senso, lanciata a familiari e operatori (questi ultimi però, come dichiara Ventura, tendono a sottrarsi alla radicalità di questa sfida proteggendosi dietro rigidi sistemi classificatori e nosografici di impostazione medica). Affinchè le famiglie possano invece affrontarla, sarebbe necessario che i modelli eziopatogenetici così come le culture che orientano i servizi passino «dalla logica della colpa alla logica della responsabilità»9, a cui deve però corrispondere anche un cambiamento soggettivo e una crescita da parte dei familiari stessi: Ventura li invita infatti a liberarsi dal peso del concetto di fallimento (educativo, relazionale, ecc) per farsi carico della sofferenza del congiunto in modo consapevole, trasformandosi da capro espiatorio (come rischia di apparire se si adotta in modo acritico la visione sistemica del “paziente designato”) a risorsa fondamentale del processo di cura. Parallelamente egli esorta le famiglie a restare pungoli e soggetti attivi nella critica al sistema: quelle che definisce «istituzioni totali» di epoca post-basagliana10, intendendo alcune Comunità Terapeutiche e REMS che funzionano come luoghi di segregazione securitaria («minimanicomi»11 che tradiscono lo spirito della Legge 180), necessitano di essere costantemente poste sotto lo scrutinio e la denuncia delle associazioni di familiari. Per fare questo è necessaria una profonda riflessione, come vedremo, sulle dinamiche dell’associazionismo in salute mentale e sui suoi rischi di silenziamento: contro una società neoliberista che tende a cambiare di segno il mandato dei servizi di salute mentale imponendo una coercizione alla conformità ed eliminando l’alterità e il dissenso, l’autore propone che le associazioni dei familiari siano parte integrante di una politica civica della salute mentale. In definitiva si auspica un approccio che esca dall’autoreferenzialità specialistica per integrare saperi umanistici, psicologici e sociologici, attraverso cui modelli come il dialogo aperto e la recovery, non si trasformino in «vuote affermazioni di principio»12 o in semplici tecniche di gestione, ma mantengano la capacità di produrre un reale cambiamento esistenziale.
Lungo gli 11 capitoli dei quali consta, il libro di Ventura affronta una ricognizione critica entro cui i temi che toccano il mondo delle famiglie coinvolte da vicende psichiatriche vengono scomposti e analizzati su più piani grazie al convergere di diversi saperi, non solo psy, ma anche filosofici, antropologici e sociali. Più che definire un quadro teorico rigido entro cui debba inscriversi il modo corretto di interpretare i disturbi mentali oppure indicare come i servizi dovrebbero funzionare, Ventura mette sul tappeto una grande quantità di prospettive e discorsi critici, ciascuno dei quali potrebbe meritare un volume a sè. I titoli dei capitoli infatti sono: “Familiari e disturbo mentale”, “Salute mentale, volontariato e professionisti”, “L’abisso della follia”, “La diagnosi dei disturbi mentali e la salute mentale”, “Le varie correnti psichiatriche in Italia”, “I familiari di fronte alla diagnosi psichiatrica”, “La cura del disturbo mentale tra delusione e mistificazione”, “Associazioni dei familiari: problemi e prospettive”, “La legge e il disturbo mentale”, “Psichiatria, Psicologia e Salute Mentale”, “Crisi della psichiatria o degli psichiatri?”. Ci soffermeremo qui solo su quelli che riteniamo più rilevanti, anche per considerare le proficue possibilità di confronto con l’altro libro di cui abbiamo parlato; partiamo dal tema dell’associazionismo. Nel libro “Con gli occhi dei familiari” la partecipazione dei familiari è considerata l’esito finale e la più alta espressione di un percorso di recovery ben riuscito: la collaborazione con il servizio e l’intervento negli ambiti psicosociali, la cui valorizzazione è fondamentale per l’esito positivo di un percorso di cura, sono considerati un campo di azione – se non riservato ad essi – che proprio dal coinvolgimento attivo di familiari può trarre la sua linfa più vitale. Nel libro di Ventura, se l’evocazione di un triangolo relazionale tra utenti, familiari e operatori converge con l’enfasi generale posta sul coinvolgimento attivo delle famiglie, i contenuti del loro attivismo e della loro riflessione critica assumono una diversa configurazione: a rischio di entrare in collisione piena con l’alleanza terrapeutica auspicata nel modello del fareassieme, qui si auspica che i familiari arrivino a mettere in discussione e a contestare la validità delle definizioni e degli approcci medici che stanno alla base delle diagnosi e della componente clinica dei trattamenti. In altri termini, sia Ventura, sia Giovanazzi e Villano vedono il rischio di un eccessivo potere della componente medica al centro del modello bio-psico-sociale, i due libri propongono però strategie molto diverse per contrastarlo: da una parte Ventura aggredisce la credibilità stessa dell’impianto definitorio che identifica medico e biologico (individuando in questa commistione, come vedremo, gli effetti del «peccato originale»13 della salute mentale italiana), dall’altra Giovanazzi e Villano propongono che un radicale approfondimento degli aspetti psicosociali compensi l’egemonia medica e la sottragga al rischio di isolamento alla quale è esposta ed espone a sua volta i sistemi. Sul piano delle tattiche, l’evidence based medicine risulta un oggetto ambivalente le cui oscillazioni sono da osservare lungo i capitoli dei due libri: nel modello del fareassieme, ispirato all’obiettivo di una organica e armoniosa interazione tra interventi medici e interventi psicosociali nell’alveo di una matura psichiatria di comunità, esso assume una funzione e una coloritura maggiormente chiara e univoca: dimostra cioè che gli interventi non medici migliorano il processo di cura, quindi va sostenuto e adottato come impianto argomentativo; per il modello maggiormente orientato alla critica sociopolitica e alle inclinazioni psicoterapeutiche di Ventura invece, l’impianto argomentativo dell’evidence based medicine rischia di portare acqua al mulino della neurobiologia applicata, pur se è innegabile – a detta dello stesso autore – la sua importanza nel sostenere buone pratiche come i trattamenti riabilitativi, la deprescrizione farmacologica e l’umanizzazione delle cure.
La valorizzazione dell’esperienza vissuta, altro importante ponte concettuale tra associazionismo dei familiari e sistemi di salute mentale, assume due diverse sfumature nei due libri: per Giovanazzi e Villano la figura dell’ESP familiare può contribuire a realizzare forme di consapevolezza diffusa che, collettivizzando il trauma e trasformando il dolore, rinsaldano l’alleanza terapeutica e migliorano complessivamente il clima dei servizi. Sulla base di questa riflessione l’autore e l’autrice citano l’esperienza dell’associazione nazionale Famiglie in rete, impegnata a superare la frammentazione e l’isolamento dei familiari promuovendo forme di advocacy orientate a valorizzare strumenti come il “Dopo di noi” e l’amministrazione di sostegno. Rispetto al ruolo dell’ESP familiare Ventura ha un approccio più cauto: pur riconoscendo l’importanza di queste figure e notando che in generale l’inserimento di “esperti per esperienza” nei Dipartimenti di Salute Mentale può favorire un miglioramento delle relazioni con le persone affette da disturbi mentali nei contesti dei CSM e degli SPDC, dedica una particolare attenzione al rischio che esso possa riprodurre la tradizionale asimmetria tra curante e curato. Infatti nel libro di Ventura il posizionamento dei familiari, pure impegnati in forme di associazionismo, è accompagnato dal rischio di riprodurre pedissequamente la griglia definitoria biomedica: la necessità di rassicurazione e difesa di fronte al caos della follia può portare a vedere la diagnosi e la definizione biomedica dei disturbi come «elementi di sicurezza», a cui si accompagna un un atteggiamento spesso «regressivo e difensivo»14. «Anche l’impreparazione culturale crea, come in Renzo nei Promessi Sposi, una sorta di timore riverenziale nei confronti dello psichiatra. In realtà molto spesso è l’atteggiamento degli operatori che, come i medici di un tempo che usavano il latinorum, utilizzando termini e formule diagnostiche (schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo borderline…) inducono a ritenere la psichiatria materia di difficile comprensione per il non specialista.»15: di conseguenza l’associazionismo finisce a funzionare come «foglia di fico»16 e oggetto di strumentalizzazione politica che può mascherare (dietro intenti riabilitativi) il recupero di logiche segreganti e totalizzanti. A fronte di questo rischio, Ventura ammette che anche i familiari possono accedere al ruolo riconosciuto di ESP, se accettano di sviluppare percorsi formativi differenziati e se approfondiscono la loro riflessione sul ruolo critico che sono chiamati a svolgere nei servizi, superando l’atteggiamento di timore riverenziale e partecipando alla loro co-progettazione, finalizzata a rendere l’offerta terapeutica più aderente ai reali bisogni.
La discussione sull’eredità di Basaglia e sulla legge 180 rappresenta il campo sul quale è più interessante misurare le distanze e le affinità tra i diversi posizionamenti dei due libri: nel libro “Con gli occhi dei familiari” i momenti di analisi più complessi e profondamente sentiti riguardo alla Legge 180 si trovano nelle parti riservate alle esternazioni in prima persona: se da un lato viene riconosciuto il valore etico e umanitario della riforma, dall’altro si denuncia con forza il peso drammatico che essa ha riversato sulle spalle delle famiglie. La figura di Franco Basaglia raccoglie tra i familiari un’ovazione generale per quanto riguarda le intenzioni e la statura morale: egli è descritto come un «grande uomo», un «illuminato» e un «grande innovatore»17 che ha dato valore alla dimensione umana e sociale della malattia mentale; gli viene dato il merito di aver agito per tutelare persone che subivano abusi e venivano rinchiuse in strutture descritte come veri e propri «lager»18. Un tema ricorrente è il rammarico per la sua morte precoce; si ritiene che Basaglia abbia fatto il suo compito come medico, ma che non abbia avuto il tempo di finire il suo grande progetto, lasciando le famiglie in balia di «effetti catastrofici»19 gestiti da chi è venuto dopo di lui: la Legge 180 è infatti descritta come una «riforma incompiuta»20 da parte dei membri delle famiglie. Sebbene abbia restituito dignità ai pazienti, è considerata carente perché non ha previsto adeguate strutture territoriali di supporto; alcune testimonianze sono molto dure, definendo la legge un «fallimento totale»21laddove si è limitata a chiudere i manicomi senza aprire strutture adatte a curare e accogliere, lasciando la famiglia sola. Complessivamente però emerge l’idea che non sia la legge in sé ad aver fallito, ma la società e la politica, incapaci di far vivere pensieri civillissimi e di investire le risorse necessarie nei servizi territoriali: l’aspetto più critico evidenziato nel testo è infatti lo spostamento del carico assistenziale dalle istituzioni alle famiglie determinato dalla cronica carenza di risorse e dalla limitata penetrazione della cultura del fareassieme (secondo alcuni la Legge Basaglia ha «ha devastato le vite delle loro famiglie», caricandole di responsabilità che non sono in grado di gestire da sole22). Molti familiari denunciano di essere stati lasciati soli dopo la chiusura dei manicomi, trasformando quella che doveva essere una conquista di civiltà in un isolamento forzato in casa con il malato, spesso senza alcun sostegno professionale; di conseguenza viene criticata l’assenza di servizi di salute mentale operativi sulle ventiquattr’ore e la cronica carenza di personale e risorse economiche nei Centri di Salute Mentale. Certamente il libro non invoca un ritorno al passato («Non bisogna rimpiangere i manicomi!»23), ma chiede un cambio di rotta per il futuro attraverso una maggiore integrazione dei familiari, come alleati e co-protagonisti nei percorsi di cura, e modifiche legislative che possano migliorare la legge 180/1978, fornendo strumenti pratici di attuazione che mettano al centro i bisogni reali sia dei pazienti che dei loro caregiver, potenziando la domiciliarità e la responsività dei servizi, anche in condizioni di mancata compliance. Per Ventura, proprio la commistione tra psichiatria e servizio sanitario (tramite la Legge 833/1978, nella quale confluì la legge 180) è il peccato originale da cui derivano le storture del sistema: entro un complesso di istituzioni a direzione medica, con una cronica mancanza di formazione e di gruppi professionali orientati alla psicoterapia, era inevitabile che l’identificazione e la cura dei disturbi sarebbe stata immiserita a causa di un paradigma interessato solo a cogliere i malfunzionamenti del cervello; la 180, quindi, non va modificata ma vanno fatte due operazioni culturali: decostruirne il valore simbolico di «esito raggiunto»24(e in questo siamo ancora vicini all’idea di riforma incompiuta espressa precedentemente) e affiancarla con provvedimenti che innervino con massicce dosi di figure professionali con competenze psicoterapeutiche i servizi di salute mentale.
Ali di là del radicale fraintendimento in cui Ventura incorre rispetto al rapporto tra sanità e salute mentale,25il confronto tra i due libri mostra che il campo di discussione sull’eredità di Basaglia, sul significato e l’attualità della Legge 180 costituisce un terreno di confronto ancora da sviluppare, che necessita di una sempre più accurata indagine storica e genealogica. I diversi punti di vista espressi da persone accomunate dall’esperienza di essere familiari a contatto con i servizi di salute mentale meritano di essere profondamente discussi e approfonditi nei contesti pubblici e scientifici, per evitare che visioni diverse e parziali vadano incontro ad un processo di polarizzazione che, oltre a immiserire il dibattito, renda più difficile un rapporto efficace con i servizi. Se pensiamo al libro, uscito quasi contemporaneamente a questi due, di D’Elia e Andolfi (che in “La famiglia che cura” propongono un «rinascimento della terapia familiare» mobilitando un vasto apparato teorico) abbiamo un quadro ancora più significativo della rilevanza e dell’attualità del tema. Senza soffermarci sull’ampia mole di contenuti racchiusi nella più di 400 pagine del testo di D’Elia e Andolfi – di cui a breve proporremo una lettura più specifica – ci limitiamo a dire con certezza che, a partire dalle idee dei partecipanti all’opera (56 tra collaboratrici e collaboratori distribuiti lungo i 39 capitoli), si può dire che l’intervento sulle famiglie è fondamentale per contrastare l’individualizzazione del disagio e il rischio di un ritorno a modelli di cura basati sulla separazione e la lunga istituzionalizzazione.
L’attenzione e l’approfondimento del vissuto, delle ricostruzioni di senso e dell’orientamento delle famiglie e delle loro organizzazioni è un tema che oggi i servizi e la politica devono approfondire; in un periodo, inoltre, in cui si stanno elaborando raffinati modelli formativi per supportare i familiari che vogliano portare la loro esperienza vissuta a supporto di altre persone che ne hanno bisogno, il confronto tra i diversi orientamenti e punti di vista che i familiari stessi esprimono deve essere un elemento centrale di questa formazione.
NOTE
1 a pagina 200, all’interno del paragrafo intitolato “La recovery in psichiatria”
2 a pagina 198 del libro
3 a pagina 10 del libro
4in particolare a pagina 143 del libro e del suo nucleo di convivenza. Pietro Pellegrini nella sua recensione al libro5 ha ricordato che è impossibile farsi carico costruttivamente dell’esperienza delle famiglie senza considerare i cambiamenti e il pluralismo di modelli familiari esistenti e senza d’altro canto considerare che i sistemi familiari risentono delle caratteristiche dei territori e delle comunità in cui sono immersi: senza costruire modelli d’azione che incidano sui determinanti sociali di salute in modo proattivo ed emancipatorio, i richiami alla collaborazione con le famiglie rischiano di restare astratte dichiarazioni di principio. Un’attenzione più politica al dispositivo familiare come strumento di naturalizzazione della distribuzione ineguale del lavoro di cura nella società sembrerebbe il compimento fondamentale per dare sostanza all’auspicio di Pellegrini.
5 Pietro Pellegrini, “Con gli occhi dei familiari”: il ruolo dei caregiver nella salute mentale di comunità, 18 Agosto 2026, disponibile su https://vasodipandora.online/con-gli-occhi-dei-familiari-il-ruolo-dei-caregiver-nella-salute-mentale-di-co munita/
6 a pagina 64 del libro
7 a pagina 61
8 a pagina 137
9 a pagina 39
10 a pagina 132
11 pagina 131
12 a pagina 140
13 a pagina 192
14 a pagina 150
15 a pagina 141
16 a pagina 140
17 a pagina 54
18 a pagina 57
19 a pagina 54
20 a pagina 54
21 a pagina 57
22 a pagina 55
23 a pagina 57
24 a pagina 188
25 Per avere una visione più precisa dell’intima connessione, avvertita da i coniugi Basaglia e dal complesso movimento con cui hanno interagito, tra superamento del manicomio e istituzione del Servizio Sanitario Nazionale si veda il libro curato da Marica Setaro, Silvia Jop e Alberta Basaglia: Franca Ongaro Basaglia, “Una voce scomoda. Scritti e interventi”, uscito con Il Saggiatore nel 2026; in particolare si veda al suo interno lo scritto “Riflessioni su malattia e società alla luce della riforma psichiatrica”, di Franca Ongaro Basaglia, risalente al 1994.
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