Abstract
Nel panorama psichiatrico e sociale contemporaneo, la terza età rappresenta spesso un territorio inesplorato e denegato. Attraverso la presentazione del saggio “L’età e il principio di piacere” dello psichiatra e psicoanalista francese Gérard Le Gouès, tradotto e curato per l’Italia da Rossella Valdrè, emerge una riflessione di rara profondità sulla senescenza. L’articolo esplora le dinamiche inconsce dell’invecchiamento, il riassetto dei meccanismi di difesa e la tragica, ma affrontabile, realtà della demenza, definita clinicamente “psicolisi”. Un invito rivolto ai professionisti della salute mentale a guardare oltre il decadimento organico per ritrovare, attraverso l’ascolto psicoanalitico, il desiderio vitale che non si estingue mai del tutto.
La Vecchiaia Negata e il Contatto con la Realtà
La società odierna, fortemente incentrata sull’immagine e sull’efficienza produttiva, tende a rimuovere il contatto autentico con la senescenza. Se da un lato i media abbondano di narrazioni su come arginare o posticipare l’invecchiamento, dall’altro si assiste a una progressiva invisibilità degli anziani reali: soggetti spesso afflitti da deficit sensoriali o relegati nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, che scompaiono gradualmente dalla quotidianità condivisa, divenendo presenze sempre più astratte e scomode.
Questo allontanamento fisico ed emotivo non è casuale: riflette un profondo diniego collettivo, un meccanismo di difesa sociale eretto contro l’angoscia della finitudine e della malattia. Avvicinarsi alla vecchiaia richiede, come sottolineato da Rossella Valdrè, lo sforzo consapevole di abbandonare le narrazioni di facciata per incontrare il paziente nella sua realtà clinica e umana, spesso segnata da solitudine e isolamento strutturale che nessuna retorica della “terza età attiva” riesce davvero a colmare.
Il Conflitto Fondante: l’Io Mortale e l’Inconscio Immortale
L’assunto centrale dell’opera di Le Gouès si fonda su una dicotomia freudiana essenziale, capace di illuminare l’intero, doloroso processo dell’invecchiamento umano. L’Io cognitivo e razionale è pienamente consapevole della propria mortalità e della progressiva esauribilità del tempo a disposizione; l’Es, al contrario, ignora ontologicamente il concetto di morte ed è governato da un senso di onnipotenza e da una spinta perpetua verso il piacere.
Da questo insanabile scarto tra una realtà biologica declinante e un desiderio inconscio inesauribile originano i conflitti tipici della senescenza. Il principio di piacere non si estingue con gli anni: a venire meno sono unicamente i mezzi fisici e psichici per il suo pieno soddisfacimento. È questa la tensione irrisolvibile — e clinicamente fondamentale — che l’operatore della salute mentale è chiamato a riconoscere e a sostenere, senza ridurla a mero sintomo organico.
L’Economia in Perdita: Narcisismo e Investimenti Oggettuali
Il processo di invecchiamento può essere metaforicamente descritto come un’economia in perdita: un bilancio esistenziale che richiede una continua e faticosa ricalibrazione degli investimenti psichici. Nel corso dell’intera vita, l’individuo distribuisce le proprie energie tra investimenti narcisistici — l’autostima, la cura e l’amore di sé — e investimenti oggettuali, ossia l’amore per gli altri, la professione, gli ideali condivisi.
Con l’avanzare dell’età, l’inevitabile logoramento delle reti sociali e delle forze fisiche impone un ripiegamento narcisistico, una chiusura quasi fisiologica sui propri bisogni primari e su un perimetro di interessi sempre più ristretto. La qualità di questo ripiegamento dipende tuttavia in larghissima misura dalla pregressa struttura di personalità del soggetto: essa si articola in modo radicalmente diverso a seconda che l’organizzazione psichica di base sia di matrice nevrotica, psicotica, depressiva o borderline, rendendo ogni storia clinica irriducibilmente singolare.
La Trasformazione dei Meccanismi di Difesa
L’osservazione clinica nei contesti geriatrici e domiciliari rivela un profondo mutamento nell’assetto difensivo dell’individuo anziano, che tende a irrigidirsi per fronteggiare un diffuso e pervasivo senso di vulnerabilità. La rimozione perde progressivamente tenuta, portando con una certa frequenza a manifestazioni di disinibizione verbale o erotica che sarebbero apparse impensabili nelle fasi giovanili o adulte della vita. Emergono con prepotenza difese rigide di stampo ossessivo — la diffidenza cronica verso i caregiver, il timore paranoide di essere derubati — aspetti spesso riconducibili alla riattivazione di fissazioni anali, che il declino del controllo corticale lascia affiorare senza filtro.
Sul versante orale si registrano alterazioni talora severe, che possono oscillare tra un’iperfagia compensatoria e una drastica anoresizzazione: quest’ultima, in particolare, va letta come segnale di un radicale disinvestimento nei confronti della vita stessa, una comunicazione non verbale che la clinica non può permettersi di ignorare o di ridurre a mero problema nutrizionale.
Il Corpo Sociale e il Corpo Biologico: il Trauma del Pensionamento
L’inizio dell’invecchiamento psichico non coincide necessariamente con il declino organico: esso si insinua fin dalle prime crisi della mezza età, aggravate dalle moderne pressioni ritmiche e dalle imposizioni di una società che misura il valore dell’individuo in termini di produttività e prestazione. Si apre così una frattura dolorosa tra il corpo biologico-psicologico, spesso ancora pienamente capace di desiderare e progettare, e il corpo sociale, che sancisce burocraticamente l’estromissione dal mercato del lavoro e dalla sfera dell’utilità riconosciuta.
Il pensionamento, in particolare quando non è intimamente desiderato ma subito come imposizione esterna, si configura a tutti gli effetti come un lutto: una perdita identitaria acuta che può accelerare e inasprire considerevolmente il processo di invecchiamento. Le dinamiche intergenerazionali, intrise di latenti fantasmi edipici, alimentano un sotterraneo antagonismo sociale che la letteratura ha saputo cogliere con lucidità profetica: Dino Buzzati, ne I cacciatori di vecchi, traduce in metafora narrativa quell’insofferenza del giovane verso l’anziano che si fa pulsione eliminatoria, specchio di una società che preferisce rimuovere ciò che non sa più valorizzare.
La Demenza come “Psicolisi” e l’Importanza del Rilancio Relazionale
La trattazione forse più densa e originale del saggio di Le Gouès riguarda la demenza, affrontata non soltanto come esito organico ineluttabile, ma interpretata psicoanaliticamente come progressivo sgretolamento dell’apparato psichico: una condizione che l’autore definisce con termine illuminante “psicolisi”. Nelle fasi iniziali e nelle manifestazioni di pseudodemenza, il deficit relazionale e la regressione indotta dall’istituzionalizzazione superano spesso, per gravità clinica, il danno neurologico di base: un dato che dovrebbe indurre a ripensare radicalmente le priorità dell’intervento.
La psicolisi si dispiega attraverso la perdita del pensiero astratto, che cede il passo a una desolante concretezza fattuale, e con il progressivo svanire delle rappresentazioni interne. Il soggetto precipita in un “deserto affettivo” in cui la solitudine interiore — data dall’assenza di ricordi vividi e di immagini interiori — diviene totalizzante e si traduce in una sofferenza silenziosa difficilmente raggiungibile con gli strumenti ordinari della clinica.
Esiste tuttavia una finestra terapeutica di grande valore, in cui è ancora possibile operare un “rilancio narcisistico”: attraverso un ascolto continuativo, non giudicante e strutturato da parte degli operatori — anche OSS o caregiver informali, non necessariamente figure ad alta qualificazione psicoterapeutica — è possibile rianimare le ultime tracce di investimento affettivo prima dell’oblio definitivo. La relazione, in questa fase, precede e supera qualsiasi tecnica.
L’Anziano tra Vulnerabilità e Violenza
Un aspetto sistematicamente ignorato dalla narrativa sociale edulcorata — che vorrebbe il vecchio eternamente ritratto nei panni del nonno mite e saggio — è il rapporto crudo e reale tra l’anziano e la violenza, sia essa agita o, ben più di frequente, subita. Il diniego sociale occulta la realtà di un soggetto che, divenuto inerme e dipendente quasi quanto un bambino, si ritrova drammaticamente esposto ai maltrattamenti altrui: abusi che non si consumano esclusivamente nelle cronache di mala sanità che colpiscono saltuariamente le strutture residenziali, ma che proliferano nel silenzio omertoso all’interno delle mura domestiche, lontano da ogni sguardo clinico e istituzionale.
Riconoscere l’anziano sia come oggetto fragile e primario di violenza, sia — in casi minoritari ma clinicamente rilevanti — come soggetto capace di agirla a causa di disinibizioni pulsionali legate al decadimento corticale, costituisce uno snodo irrinunciabile per un’adeguata e deontologicamente corretta presa in carico. La clinica che non vede questa duplice possibilità è una clinica parziale, e dunque insufficiente.
Conclusione
Il contributo di Gérard Le Gouès ci consegna un monito etico e professionale di rara lucidità: l’apparato psichico dell’anziano merita la stessa rigorosa e appassionata attenzione clinica riservata a qualsiasi altra fase del ciclo vitale. Non è necessaria la formalità protocollare delle quattro sedute settimanali sul lettino analitico; ciò che urge è l’adozione diffusa di una specifica “postura” mentale d’ascolto, capace di accogliere la regressione senza sminuirla né ridicolizzarla, di sostare nel disagio senza fuggire verso soluzioni puramente farmacologiche o organizzative.
Rinarcisizzare il paziente anziano — restituendogli dignità di esistere attraverso la parola condivisa e la relazione transferale — significa contrastare attivamente la spinta mortifera della rassegnazione e del decadimento. Nello spirito fondativo che ha sempre animato lo spazio clinico-culturale di questa rivista, la psichiatria contemporanea non può e non deve limitarsi ad assistere passivamente al tramonto biologico del paziente: ha il dovere strutturale di farsi custode vigile di quel principio di piacere che continua, silente e tenace, a reclamare la vita.
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