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L’OCEANO DELLA MENTE E IL POTERE TRAUMATOLITICO DEGLI PSICHEDELICI – Recensione

22 Apr 26

Abbiamo citato Fabio Villa nel recente passato a proposito di psicoterapia assistita da psichedelici (PAP).

Villa è autore del volume “L’oceano della mente”, che intendiamo qui presentare brevemente -in particolare indicando i temi su cui si snoda il volume, in relazione al lavoro clinico.

Tendenzialmente il cuore del lavoro è rappresentato dai capitoli centrali, riguardanti l’effettivo svolgersi delle sessioni di PAP: stiamo parlando di esperienza cliniche per ora di confine, assolutamente avanguardistiche anche per un paese aperto alla sperimentazione come la Svizzera (nb: cuore del rinascimento psichedelico europeo).

Il terapeuta, come leggiamo dalle parole di Villa, spesso si occupa “solamente” di assistere e praticare una “vigile attesa”, fino alla fine dell’esperienza del paziente: il grosso del lavoro verrà fatto dal paziente stesso durante il suo viaggio, così come attraverso i suoi “incontri”.

La promessa della PAP è quella di aiutare il paziente a prendere contatto con simboli/parti di sé/memorie di sé, contatto in grado di svolgere un lavoro traumatolitico e simbolizzante su un piano psicologico, direttamente a contatto con la fenomenologia del suo vissuto, intervenendo sul modo di percepire la realtà del paziente e di promuovere una rilfessione su sé stesso all’interno di essa.

A differenza di una terapia farmacologica semplice, ci si aspetta che il lavoro del farmaco psichedelico possa portare il paziente a vivere sè stesso e il suo mondo da prospettive profondamente, radicalmente differenti -è d’altronde documentato l’effetto entropico della sostanza psichedelica, così come il suo potere neuroplastogeno.

PARTE 1: PAP

Villa parte con una riflessione a proposito della necessità di un “ritorno al sacro” in una cultura per lo più materialistica, e con un parallelismo tra la figura dello psicoterapeuta e dello sciamano (figura la cui origine si “perde nella notte dei tempi”): l’LSD, sintetizzato in Svizzera, fu usato in psicoterapia fino alla fine degli anni ‘60, quando la “war on drugs” promossa dagli USA non bloccò l’intero processo di ricerca/sperimentazione, processo negli ultimi anni -come osserviamo- ricominciato.

Gli psichedelici, leggiamo, si distinguono in 4 categorie:

“Sono convenzionalmente suddivisi in quattro classi sulla base della loro struttura chimica: gli psichedelici detti classici che sono degli agonisti del recettore della serotonina 5-HT2A, gli empatogeni o entactogeni che sono inibitori del reuptake o rilasciatori di serotonina e dopamina, gli agenti dissociativi anestetici come la ketamina (antagonista del recettore NMDA) e gli allucinogeni atipici, il cui effetto verte su diversi recettori. In generale essi producono effetti quali le allucinazioni, la dissoluzione dell’Io, l’aumento di ampiezza del contenuto del pensiero e delle sue associazioni alla base di una profonda introspezione, la percezione di comunione universale e di essere empaticamente legati agli altri.”

Tendenzialmente Villa si mostra scettico a proposito del paradigma biologico stretto:

“Il costrutto biologista per cui esiste un rapporto biunivoco tra sintomo e alterazione della funzione cerebrale, già fragile per descrivere la depressione e le altre affezioni psichiche, nello studio della PAP diventa una psicosi di epistemologia ottimistica.”

Nel capitolo a proposito della psicoterapia assistita, Villa introduce alcune osservazioni a riguardo del potere “connettomico” della PAP, osservando come l’esperienza psichedelica tendenzialmente riesca per un tempo limitato ad allargare il filtro (come lo chiamava Aldous Huxley) usato dal cervello per limitare le informazioni sulla realtà.

L’esperienza nel suo complesso sarebbe in grado di portare, infine, a una nuova flessibilità cognitiva.

A riguardo delle diverse sostanze, come altri Villa elegge la psilocibina a molecola “maestra” nel lavoro clinico (soprattutto per i suoi effetti di trasformazione profonda), ragiona sull’utilità dellMDMA per il lavoro sulle sensazioni e per “preparare il terreno” al lavoro sul PTSD e considera infine -in linea con una certa tradizione sciamanica- l’ayahuasca sostanza “diagnostica”. Proseguendo nel volume, fa quindi un breve excursus a proposito della letteratura scientifica a proposito dei benefici della PAP, per poi raccontare della sua esperienza -maturata su di un centinaio di pazienti- spingendosi a parlare di “miracoli clinici” soprattutto riferendosi ad alcuni casi difficili (provenienti da psicoterapie di lungo corso e molta psicofarmacologia).

Così poi a proposito della depressione:

“È ipotizzabile che la PAP sia efficace nella depressione perché, grazie alla flessibilità cognitiva che fa acquisire, conduce ad una rottura o ad un ammorbidimento degli schemi cognitivi rigidi depressivi quali l’inamabilità, l’inutilità, la mancanza di merito e legittimità, il sentimento di fallimento, la dicotomia paralizzante tra la scelta giusta e quella sbagliata, il pensiero disfattista che rende il miglioramento un miraggio e così via. Dopo aver esperito un’alterazione della percezione del tempo come quella della PAP, che è appunto ‘fuori dal tempo’, la linearità dello scorrere degli eventi e la visione ferrea dei traguardi di vita diventano relativi. L’ideale irraggiungibile alla base dell’autoflagellamento viene rivisto ed il Super-io aggressivo fa pace con un Io martoriato”.

L’autore mette in evidenza successivamente i vantaggi della PAP anche per altri disturbi, compresa l’ansia generalizzata e il DOC, usando ancora la metafora freudiana relativa al complesso E/Io/Super-io.
A proposito del PTSD, troviamo approfondito qui estesamente come il meccanismo facilitatore dell’elaborazione dei traumi passerebbe, nel caso della PAP, dalla preparazione del terreno alla terapia espositiva -per via dell’alterazione neurobiologica mediata dal farmaco psichedelico. In particolare con l’MDMA si tratterebbe di livellare le reazioni di allarme che il paziente sperimenterebbe durante la rievocazione del ricordo traumatico. L’MDMA consentirebbe dunque di affrontare le immagini del trauma in modo più innocuo, più neutro, e da qui passerebbe il lavoro di rielaborazione, attraverso dunque un lavoro di terapia espositiva (come succede nell’emdr).

Tendenzialmente si ha la sensazione, dalle parole di Villa, che la PAP possa produrre esperienza emotive correttive, una sorta di psicoterapia “vissuta”, esperita, come essere riaccolti entro un legame profondo quando si aveva la paura di essere rifiutati -per via dello spiazzamento di una convinzione o della modificazione profonda di uno schema interpersonale. Villa osserva come l’esperienza psichedelica sembri agire nella psiche entro livelli pre-simbolici, promuovendo un’operazione di sintesi, la formulazione di una gestalt senza passare necessariamente dall’utilizzo del linguaggio verbale.

Al di là della funzione di ammorbidimento del Super-Io e della sua “flessibilizzazione”, potrebbero essere qui fatte molte osservazioni a riguardo del potere traumatolitico dell’esperienza psichedelica, attraverso un’accresciuta capacità di sintesi e di simbolizzazione, fornendo un’ampia cornice narrativa non mediata dal significante linguistico, un po’ come riesce a fare una potente metafora -una sorta di “superscrittura”.

Procedendo nella lettura incontriamo alcune delle controindicazioni suggerite da Villa (tra cui l’evitare di somministrare la PAP a soggetti psicotici) e alcune considerazioni di carattere generale riguardanti il “viaggio” psichedelico tra cui, per esempio, l’idea di non tentare di controllare alcunché durante il viaggio stesso: predisporsi, magari, a un’”intenzione”, per poi lasciarsi andare a tutto quello che avverrà durante la sessione. Tendenzialmente si accederà a dei contenuti della mente “sepolti”, o inconsci, che volendo si potranno annotare su di un quaderno per farli cristallizzare e riprendere, successivamente, in fase di integrazione psichedelica.

La PAP, come già sottolineato, diviene una sorta di “intensificazione” del lavoro di psicoterapia, da inscrivere tra un lavoro preparatorio e un lavoro successivo di integrazione, così da non dare l’impressione al paziente che il processo terapeutico venga “spezzato” dalla PAP stessa.

Villa osserva come la PAP produca un’esperienza di “viaggio” (la fenomenologia dell’esperienza psichedelica è a volte stata paragonata al viaggio dell’eroe -per esempio si veda questo): l’esperienza prende un connotato doppio, con un doppio livello: il primo agganciato al “reale” -cooperante e dialogante (in caso di necessità) col terapeuta-, l’altro che assume un connotato simbolico e “lavora” in senso psicoterapico -come in un sogno, ma da svegli.

Villa scrive:

“Si creano due realtà parallele, una simbolica ed una tangibile. A seconda dello stato d’animo e della disposizione ad abbandonarsi a sé, del contesto, della sostanza e della sua dose, si partecipa intensamente e si ricorda molto di ciò che si sperimenta.“

Attraverso gli elementi del viaggio psichedelico, la mente più profonda si incarna/esprime nei simboli che il paziente trova nell’esperienza, aiutandolo nel risolvere conflitti o nell’osservarli con maggiore chiarezza.
Altre volte, Villa osserva, gli elementi di conflitto o le emozioni più forti portati dalla persona si sganceranno dalla dimensione simbolica ricadendo sul corpo (si veda l’incredibile teoria del codice multiplo di Wilma Bucci).
In generale, spesso la funzione della PAP è mitopoietica:

La PAP è una tecnica mitopoietica, nella misura in cui ciò che il paziente vive è di fatto un racconto che parla tramite simboli di sé: un vero e proprio mito personale. Qualora si scavi nel passato, le reminiscenze possono prendere la forma di visite di situazioni realmente vissute o falsi ricordi. Oppure si cercano soluzioni pratiche o si perdona se stessi e il prossimo. Figure appartenenti al mondo naturale o fantastico, oppure concetti astratti si inseriscono nella trama del mito. Tutto ciò che si percepisce ha un significato, talora intelligibile, talora enigmatico o confuso. Ogni istanza psichica assume una forma, una voce, un volto, un suono, e significa qualcosa in sé da decifrare secondo le emozioni scaturite. Quindi ogni frammento della vita psichica del soggetto si personalizza o metaforizza, proprio come nel mito. Come sostiene Hillman. ‘È soltanto quando la psiche si riconosce in una messa in scena di mitemi, che può ‘comprendere’ il mito, sicché una esegesi psicologica del mito inizia con l’esegesi di se stessi, con il ‘fare anima’’.

Proseguendo nella lettura, Villa elenca molteplici simboli/elementi “ricorrenti” nelle esperienze di viaggio, dal concetto di dissoluzione dell’Io all’idea di “incontro con l’Ombra”, alle esperienze mistiche (con un vertice osservativo junghiano -seppur la sua formazione sia stati in CBT, come abbiamo appreso dallintervista). Fu Stanislav Grof a distinguere le fasi dell’esperienza psichedelica, con una prima fase caratterizzata da distorsioni percettive, una fase psicodinamica, quindi una fase perinatale, e infine una mistica). Alla fine della prima parte del libro, Villa chiude con:

“la PAP consente una restaurazione dell’amore e del senso perduti ricongiungendo l’Io al Sé, attraverso vari percorsi simbolici. Come spesso accade, il suo linguaggio è criptico ma le emozioni ci guidano nella sua interpretazione, o per meglio dire, esegesi.”

PARTE 2: TRIP REPORTS E INTEGRAZIONE

Nella seconda parte del volume Villa riporta le parole e le esperienze di 5 pazienti trattati con PAP, le impressioni da essi ricevute, le conseguenze sulla loro psicologia indotte dal trattamento (per lo più attraverso psilocibina).
L’autore si pone come osservatore (il che, l’osservazione, è un po’ il filo conduttore di tutto il volume -come dicevamo il libro è un report, ha un taglio cronachistico e vuole prima di tutto documentare) evitando di interpretare troppo e commentando le impressioni ricevute dai pazienti.
Come prima si accennava, è fortemente presente la dimensione simbolica durante il viaggio psichedelico, così come il processo di “creazione di mito personale” (mitopoiesi) a seguito del ricordo dell’esperienza stessa.
La PAP sembra permettere all’individuo di leggere vissuti personali in modo alternativo e fortemente simbolico, da una grande distanza, come “a volo d’uccello”: una volta finita l’esperienza, i ricordi legati all’esperienza psichedelica produrranno “mito”, immagini potenti in grado -idealmente- di cambiare la narrazione su di sé o alcune concezioni a riguardo della propria storia o della propria psicologia. Come si accennava all’inizio, inoltre, il tutto sembra coincidere con una “elasticizzazione” dei processi di auto-giudizio e dei generali schemi riguardanti il Sé (nella prima parte del volume Villa propone l’idea che molti dei disturbi “toccati” dalla PAP siano parzialmente ingenerati da una sclerotizzazione del Super-io -usando un’immagine freudiana-, da forme troppo severe di morale e responsabilità riguardanti la propria vita e la propria persona).

Un elemento senza dubbio di grande interesse è il ricorrere, come si diceva, del “filtro simbolico”: tutto durante l’esperienza psichedelica sembra, a un certo punto, assumere una valenza di simbolo, incluso l’ambiente dove avviene il trip: un tappeto potrà diventare la propria vita, un angolo del tappeto stesso la morte, e attraverso queste immagini si potranno osservare la propria stessa interiorità e il proprio rapporto con la vita e la morte in generale, come se l’immagine esterna fosse innervata di significante, iperinvestita, altamente potente nel -di nuovo –produrre significato e mito.
Questi elementi fenomenologici ci possono far venire in mente la psicosi e la portata simbolica degli elementi “esterni” in certe particolari situazioni. Bion parlava per esempio di oggetti bizzarri, di elementi esterni dove vengono proiettati contenuti emotivi grezzi, non elaborati, e di come questi divenissero dei contenitori in grado di catalizzare elementi interni del paziente. Qui qualcosa di simile sembra accadere (ma in modo “positivo”, non patologico) e l’esterno diviene investito di una serie di aspetti psicologici riguardanti sé, producendo rivelazioni/insight.
Per chi cercasse “trip report” di qualità, abbiamo scritto in passato a proposito di Phenomenautics.

CONCLUSIONI

Concludendo la lettura di “L’oceano della mente”, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a una trattazione di avanguardia psicoterapica attraverso le riflessioni di un medico psicoterapeuta che trae le sue osservazioni da casi clinici reali, visti nel suo studio.
Questo saggio va considerato dunque una sorta di diario, la summa di una serie di rilfessioni a riguardo della psicoterapia e dei suoi limiti, e sul potere di un nuovo (che in realtà è antichissimo) strumento clinico -riflessioni aderenti alla realtà delle sedute di PAP vissute giorno dopo giorno, riportate in uno stile piano e chiaro, semplice e scientifico, e soprattutto attraverso uno sguardo non ideologico/ideologizzato.

Assolutamente da leggere.

NB qui lintervista fatta recentemente a Fabio Villa dalla redazione POPMed; qui invece, un ulteriore approfondimento in podcast

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