Recensione a: Steeves Demazeux, Misère de la psychiatrie, PUF, Paris, 2026, 298 pagine, 19,00 €
Steeves Demazeux, filosofo dell’università di Bordeaux, ha compiuto in questo saggio una rilettura della storia della psichiatria francese (ma più in generale occidentale) della seconda metà del Novecento, con lo scopo di mostrare alcuni motivi fondamentali della miseria in cui la disciplina pare trovarsi oggi. Già dal titolo del volume – che si rifà ovviamente al titolo del numero-inchiesta della rivista “Esprit” del dicembre del 1952, dedicato alla denuncia delle condizioni in cui si trovavano allora gli ospedali psichiatrici in Francia – è chiara dunque la prospettiva dell’autore: la scienza psichiatrica è una disciplina medica debole, provata da una povertà (anzitutto materiale, ma non solo) che la rende poco efficace ed inoltre attrattiva per le nuove generazioni di tecnici (medici e, soprattutto, infermieri). Demazeux ha voluto realizzare un précis, un manuale che desse conto di tutte le contestazioni, delle lotte delle critiche che la “vecchia” psichiatria ha suscitato in Europa e in Nord-America, soprattutto a partire dagli anni Sessanta nel Novecento. Ed ha inteso rimettere in discussione alcuni “miti” (da Laing a Foucault, da Goffman a Szasz) che di quelle contestazioni – più o meno rivoluzionarie ed ideologiche – alla psichiatria sono divenuti (più o meno volentieri) delle bandiere.
Il dato essenziale è dunque questo: «Nous sommes […] les héritiers d’une “perception anti-psychiatrique” de la folie» (p. 255). Se da un lato la psichiatria è una scienza che ha bisogno di sostegno, quello che potremmo chiamare il “pregiudizio antipsichiatrico” pare dall’altro lato ancora attivo. L’autore si concentra ovviamente soprattutto ad analizzare la storia e la realtà francese, dove la scena appare contrassegnata da due fronti opposti, ma ugualmente segnati dalla delusione: vi troviamo descritti infatti sia il partito dei nostalgici della stagione delle riforme (la psichiatria di settore, le sperimentazioni ecc.), ormai tramontata, sia il partito di coloro che denunciano la sconfitta strutturale e i danni prodotti da quella spinta riformistica. Ad ogni modo, il grande merito della psicoterapia istituzionale francese è stato quella di aver saputo mettere al centro – e fin dagli anni Cinquanta – la dimensione politica dell’intervento psichiatrico. Per contro, il variegato movimento antipsichiatrico – pur forte nel denunciare il carattere repressivo del potere psichiatrico – sarebbe finito per risolversi in un moralismo tutto sommato inconcludente. Si tratta di un movimento molto diviso al suo interno, accomunato soprattutto da un’idea: il fatto cioè che la psichiatria non avesse il diritto di essere chiamata scienza, essendo piuttosto uno strumento ideologico di oppressione, controllato una volta dal capitale ed oggi semmai al servizio dell’ordine neoliberale. Tutto ciò ha significato da un lato la politicizzazione di questioni anzitutto scientifiche (le diagnosi e le terapie ad esempio) e, dall’altro lato, ha finito per contribuire a depoliticizzare le questioni davvero politiche (le garanzie legislative, i diritti dei malati, il budget garantito per l’assistenza ecc.). Se è vero – prosegue Demazeux – che l’antipsichiatria è stata più teorica che pratica, la sua affermazione – una vera moda culturale per un certo periodo – ha comunque coinciso con la crisi e poi con la progressiva marginalizzazione della psichiatria sociale e della psichiatria pubblica. E dunque in questo volume le “vacche sacre” dell’antipsichiatria vengono rimesse in discussione. Forse è Ronald Laing è quello a uscirne peggio: ne ricaviamo infatti l’immagine di un guru che ha saputo soltanto idealizzare il malato quale vittima del sistema o ribelle, necessariamente portatore di verità anticonformistiche o rivoluzionarie. In realtà, in Laing come in altri, la sofferenza delle persone è sempre rimasta sul fondo, al di là dei meriti delle analisi: «Ces luttes étaient très estimables. Leur erreur a cependant été de mettre l’accent sur l’anticonformisme au détriment de la souffrance psychique; sur les questions individuelles et morales aux dépens des enjeurx politiques de vulnerabilité et de précarité dans l’accès au soin» (p. 81).
Lo stesso Michel Foucault, a cui Demazeux riconosce sicuramente il merito di aver preso sul serio la storia della psichiatria, ha fatto prevalere una visione romantica della malattia mentale ed ha quindi svalutato i discorsi dei medici, non prendendo sul serio i loro progetti e le loro idee. All’antipsichiatria è mancato in altri termini anzitutto il senso della misura. E questa prospettiva rimanda per noi ad un altro libro critico, quello scritto a quattro mani da Giovanni Jervis e Gilberto Corbellini, La razionalità negata, edito una ventina d’anni fa da Bollati Boringhieri. Anche i due studiosi italiani infatti mostravano allora tutti i rischi per il mondo della salute mentale dovuti alle semplificazioni eccessive e all’eccessiva retorica di quei movimenti. E come Jervis e Corbellini, Demazeux vede nella figura di Thomas Szasz quasi l’archetipo di un’antipsichiatria “libertaria” e che, in realtà, intendeva consegnare l’assistenza psichiatrica al solo libero scambio, ad un individualismo assoluto.
Torniamo ora alla tesi principale del libro: occorre salvare la psichiatria, conservandola nel campo della razionalità scientifica e sostenendola con politiche sanitarie appropriate. Demazeux si è servito in questa analisi principalmente del lavoro di uno studioso inglese, Peter Sedgwick (quasi sconosciuto anche in Italia), che già negli anni Settanta e poi all’inizio degli anni Ottanta aveva mostrato, e “da sinistra”, le necessità di una difesa politico-epistemologica della psichiatria. Occorre – oggi come allora – recuperare e far emergere il fatto del disagio e della sofferenza delle persone come dato primo, al di là di tutte le possibili etichette, delle ideologie e degli interessi economici (pur sempre più “incombenti”) in campo. Ecco che la psichiatria oggi ha bisogno di uscire da un cono d’ombra in cui sembra finita ormai da decenni, vittima dell’indifferenza e dell’abbandono, dopo gli anni “gloriosi” delle riforme. Come si diceva più sopra, si tratta anche di attivare una questione sindacale, essendoci per Demazeux una vera e propria “crisi vocazionale” del personale di cura, così come esistono difficoltà sempre maggiori (dovute a problemi di budget) a saper garantire cure adeguate a tutti e specialmente ai più vulnerabili. Demazeux ricorda ad esempio come in Francia (ma non dovrebbe essere molto diversa la situazione italiana) siano le carceri le più grandi strutture psichiatriche esistenti. Si dovrebbe in altri termini far emergere e risolvere anzitutto il disagio (materiale, morale) dei professionisti della salute mentale, non liquidando i casi di burnout a semplici problemi individuali. È il sistema di cura che è malato, non il singolo operatore. Demazeux denuncia insomma una situazione di “sfruttamento”, che non può che riverberarsi sui livelli di assistenza: «Pour abolir la contention, il est essentiel de commencer par abolir l’exploitation» (p. 216).
La psichiatria è dunque e sempre una questione politica. È una istituzione sociale che ha bisogno di fiducia e di critiche razionali, di recuperare l’attenzione di cui godeva in passato, non di uno scetticismo radicale. Il ruolo degli psichiatri deve essere riconosciuto e sostenuto come quello di persone che curano persone sofferenti, non di difensori della società e dello status quo. Altrimenti, «le risque est grand, dès lors, de reproduire certains travers de l’antipsychiatrie des années 1970, en réactivant sans cesse l’opposition entre une psychiatrie officielle coercitive et réactionnaire, amnésique de son histoire, perpétuellement occupée à promettre des avancées scientifiques à venir, et une psychiatrie critique, plus humaine et respecteuse, mais figée dans le passé, et dont la seule posture consiste à saper les prétentions scientifiques de la discipline» (p. 180).
D’altra parte, per Demazeux non si può dimenticare la questione dei rapporti strutturali fra povertà e malattia mentale e, in questo senso, torna assai utile anche per il suo discorso l’eredità del pensiero di Franco Basaglia. Fra tutte le figure della “stagione dei movimenti”, è proprio in quella dello psichiatra veneziano che l’autore si riconosce di più, nel suo “scetticismo critico” (ma mai antiscientifico), ma soprattutto sulla sua capacità di legare una nuova, possibile psichiatria alle esigenze del movimento operaio e delle classi più marginali. In altre parole, Basaglia è stato per Demazeux un vero e proprio teoria della “democrazia sanitaria”.
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