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ANIMA ED ESATTEZZA. Rileggere «L’uomo senza qualità» di Robert Musil

15 Set 26

 

C’è un oggetto, nella biografia di Robert Musil, davanti al quale conviene fermarsi prima ancora di aprire il romanzo. Verso la metà del primo decennio del Novecento, nel laboratorio di psicologia sperimentale che Carl Stumpf dirigeva all’università di Berlino, un giovane ingegnere formatosi al Politecnico di Brno costruisce un apparecchio per lo studio della percezione del colore: dischi colorati messi in rotazione, così che l’occhio veda mescolanze che sul disco fermo non esistono. Nel 1908 lo stesso giovane discute una tesi di dottorato sulle dottrine di Ernst Mach. Il laboratorio di Stumpf è uno dei luoghi da cui nascerà la psicologia della Gestalt. Ventidue anni dopo, quel dottorando pubblicherà il primo volume dell’Uomo senza qualità, un romanzo che non finirà mai.

Il dettaglio è più di un aneddoto. Davanti a un libro viennese ambientato nel 1913, popolato di sogni, di desideri innominabili e di un legame fraterno carico di tensione incestuosa, viene spontaneo pensare a Freud. Il rapporto fra Musil e la psicoanalisi fu però assai più teso di quanto l’accostamento lasci supporre. Musil guardò alla psicoanalisi con una diffidenza tenace, rivolta anzitutto alle sue pretese di scientificità. Florence Vatan, che ha ricostruito la questione in un saggio apparso nel 2005 su Savoirs et clinique, ne raccoglie i capi d’accusa: una pseudoscienza, una moda, un surrogato della religione. Fra lo studio di Freud e il laboratorio di Stumpf, in quegli anni, le idee circolavano; ma correva una differenza di metodo che Musil avvertiva come decisiva, e lui si era formato dalla parte del laboratorio.

La formazione da cui proviene un romanziere incide sul tipo di conoscenza che il suo libro offre. La formula che Musil ha lasciato come programma — anima ed esattezza — non promette un’ermeneutica del profondo, e nemmeno il conforto della misura. Promette qualcosa di più scomodo: l’applicazione dell’esattezza a ciò che sfugge alla misurazione. È difficile non riconoscervi l’abito mentale di chi aveva studiato da vicino come si forma una percezione, e che avrebbe poi rivolto un’analoga disciplina dello sguardo ai sentimenti, alla morale, all’estasi, all’omicidio. Formulato così, il problema non ha perso nulla della sua attualità: come si descrive con precisione ciò che non si esaurisce in una misura.

Il romanzo comincia nell’agosto del 1913, a Vienna, in un impero che Musil chiama Cacania — da k. u. k., kaiserlich und königlich, imperiale e regio, con la scurrilità infantile che si avverte dentro la parola e che l’autore non si preoccupa di attenuare. Ulrich, poco più che trentenne, matematico, già ufficiale e già ingegnere, decide di prendersi un anno di congedo dalla propria vita. Diventa segretario di un comitato incaricato di preparare le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe, che cadrà nel dicembre del 1918. Il comitato prende il nome di Azione parallela perché gareggia con i festeggiamenti che i cugini tedeschi preparano, nel giugno dello stesso anno, per i trent’anni di regno di Guglielmo II.

Vale la pena soffermarsi su quella data, perché contiene la macchina comica e insieme tragica del libro. Nel 1930, quando esce il primo volume, il lettore europeo non ha bisogno che gli si spieghi che cosa sia accaduto nel 1918. Musil costruisce dunque mille pagine attorno a una cerimonia che non si terrà mai, per un imperatore che morirà nel 1916, in uno Stato che alla data prevista per i fasti avrà cessato di esistere. Il comitato discute, si riunisce, cerca l’«idea centrale» da celebrare, e non la trova: l’Azione parallela è un’azione che non accade. La satira della burocrazia e dei salotti è impeccabile, ma il bersaglio più profondo è filosofico: un’intera civiltà si affanna a definire ciò che ha di essenziale, e scopre di non averlo.

Ulrich è l’uomo che porta quella scoperta nella propria persona. Musil dà alla sua posizione un nome tecnico fin dal quarto capitolo: il senso della possibilità. Se esiste una facoltà che ci fa cogliere ciò che è, deve esisterne una che ci fa cogliere ciò che potrebbe altrettanto bene essere. Ulrich non è privo di qualità; ne possiede in abbondanza, ed è qui il paradosso del titolo. Lo si può intendere come il gesto di un io già formato che rifiuta di lasciarsi fissare dalle proprie qualità. Ma il titolo del trentanovesimo capitolo spinge verso una domanda più radicale: «Un uomo senza qualità consiste di qualità senza uomo» (qui e nei brani che seguono traduco io dal tedesco, secondo il testo dell’edizione critica digitale Musil Online). In questione non è più soltanto una scelta, ma l’esistenza stessa di un centro stabile al quale quelle qualità appartengano. Le due letture non coincidono, e il romanzo non costringe a scegliere fra l’una e l’altra.

È a questo punto che il romanzo compie il gesto più rilevante per un lettore di formazione clinica. Accanto a Ulrich, che nessuna delle proprie qualità basta a definire, Musil colloca un uomo che le categorie disponibili non bastano a contenere. Si chiama Moosbrugger, è un carpentiere girovago, e ha ucciso una prostituta a coltellate.

Le pagine su Moosbrugger sono fra le più impressionanti che io conosca, nella narrativa del Novecento, sulla follia omicida, e non per la violenza, raccontata con una sobrietà quasi ostinata. Impressionano perché Musil ricostruisce dall’interno la percezione dell’uomo: come gli arrivano i suoni, come le parole gli si staccano dalle cose, come un volto diventa minaccioso senza che nulla accada. Il lettore non osserva un caso dall’esterno: è costretto ad abitare per qualche pagina un mondo in cui i nessi abituali fra parole, cose e intenzioni si sono allentati, e a seguirne la logica prima ancora di poterla giudicare.

Il centro di quelle pagine, tuttavia, è il processo. «Come sempre in casi del genere», scrive Musil nel diciottesimo capitolo, «sotto la pressione del mondo di rappresentazioni giuridiche che si imponeva loro dall’alto, le perizie mediche sul suo stato mentale oscillavano»; gli psichiatri, del resto, lo avevano già dichiarato «tanto spesso sano quanto non imputabile». Il tribunale ha bisogno di un sì o di un no, e la scienza può offrire soltanto gradi; le categorie diagnostiche vengono chiamate a sostenere un peso per il quale non sono state costruite, e cedono in pubblico. Più che prendere partito per la clinica o per il diritto, il romanzo mostra la pressione che l’uno esercita sull’altra, e una macchina che gira a vuoto. Quasi un secolo dopo, le perizie sulla capacità di intendere e di volere conoscono attriti non molto diversi.

Va aggiunto un particolare che dice molto sulla serietà con cui Musil trattava la propria invenzione. Come ricorda Philip Payne nella monografia dedicata al romanzo, apparsa presso Cambridge University Press nel 1988, Musil preferiva non leggere in pubblico i capitoli su Moosbrugger: temeva di assecondare il gusto del pubblico per lo scandalo e di dare dell’opera, nel suo insieme, un’immagine del tutto sbagliata. Lo scrittore che aveva dato vita a un assassino di quella forza si rifiutava di farne spettacolo. È un riserbo che acquista rilievo accanto all’esposizione pubblica cui vanno incontro tanti casi giudiziari con una diagnosi dentro.

Sarebbe facile leggere Ulrich e Moosbrugger come i due poli di una simmetria: l’uomo che pensa senza agire e l’uomo che agisce senza pensare. La simmetria è elegante, ma un po’ corta. Il testo suggerisce piuttosto una continuità, e la suggerisce in termini inquietanti. Nel capitolo che introduce Moosbrugger, Musil ne definisce la condizione «chiaramente follia, e altrettanto chiaramente nient’altro che una connessione distorta degli elementi stessi del nostro essere»; e a Ulrich, in qualche modo, viene in mente che «se l’umanità nel suo insieme potesse sognare, dovrebbe nascerne Moosbrugger». Queste frasi non fanno di Moosbrugger un doppio di Ulrich. Fanno qualcosa di più scomodo: tolgono al lettore la possibilità di relegare l’assassino in un altrove clinico o morale, perché i materiali della sua follia sono i nostri, soltanto connessi in modo distorto. Se è così, le perizie che lo dichiarano ora sano ora non imputabile non falliscono per mancanza di dati, ma perché devono tracciare un confine netto all’interno di una continuità. È qui che Ulrich e Moosbrugger si toccano: in entrambi, per ragioni diverse, le descrizioni disponibili non bastano a dire chi si ha davanti. Ed è questo che rende il romanzo interessante per una rivista di psichiatria, e non soltanto per un corso di letteratura tedesca.

La terza parte del libro cambia registro e temperatura. Alla morte del padre Ulrich ritrova Agathe, la sorella che non frequentava da anni, e con lei intraprende la ricerca di quello che chiama l’altro stato: una condizione di unione, di sospensione, di percezione trasformata, che Musil descrive attingendo apertamente al lessico dei mistici. Anche qui la sobrietà descrittiva regge: l’esperienza estatica non viene ricondotta a un meccanismo, né tradotta in sublimazione o in regressione; viene descritta. È forse una delle imprese più difficili che un romanziere del Novecento abbia tentato, e offre al vocabolario con cui oggi si parla di stati alterati di coscienza un termine di confronto tutt’altro che ovvio.

Quanto al legame fra i due fratelli, la parola «incesto» va maneggiata con cautela. La carica è innegabile e Musil non la nasconde; ma il romanzo pubblicato si arresta prima di qualsiasi esito. Nel 1938 una ventina di capitoli destinati a proseguire la terza parte erano già in composizione presso l’editore viennese Bermann-Fischer quando l’Austria fu annessa al Reich; non uscirono allora, e Musil continuò a rielaborarli negli anni dell’esilio. Sulla piega che il rapporto avrebbe dovuto prendere, le carte documentano stesure di anni diversi, che l’autore, anche quando le sostituiva, conservava deliberatamente fra i propri materiali. Chi racconta come va a finire sta raccontando una di quelle stesure, e dovrebbe dire quale.

Il primo volume uscì da Rowohlt nel novembre del 1930 e ottenne un riconoscimento critico notevole, compreso il giudizio favorevole di Thomas Mann, a fronte di vendite modeste. Il secondo apparve nel dicembre del 1932, poche settimane prima che Hitler diventasse cancelliere. Seguirono, dopo l’annessione dell’Austria, l’esilio in Svizzera e la povertà; Musil morì a Ginevra il 15 aprile 1942, a sessantun anni, quasi dimenticato.

Nel 1943 la vedova, Martha, pubblicò a proprie spese, a Losanna, i capitoli rimasti in bozze insieme con abbozzi e appunti del lascito. La riscoperta passò anzitutto per l’editoria: fu la nuova edizione curata da Adolf Frisé nel 1952 a riaprire al romanzo la strada dei lettori di lingua tedesca.

In Italia il romanzo arrivò presso Einaudi, nella traduzione di Anita Rho, a partire dalla fine del 1956; il terzo volume uscì nel 1962, a cura di Eithne Wilkins ed Ernst Kaiser, con un’introduzione di Cesare Cases. Oggi è disponibile anche la traduzione di Ada Vigliani per Mondadori. Sul versante della critica italiana, le pagine su Musil del Mito absburgico di Claudio Magris, del 1963, e quelle che lo stesso Magris gli ha dedicato vent’anni dopo nell’Anello di Clarisse restano fra le più acute che questo libro abbia suscitato.

Resta la domanda che un lettore di questa rivista ha diritto di porre: perché affrontare più di mille pagine di un romanzo incompiuto, notoriamente difficile, in cui la trama avanza appena. Non risponderò che rende clinici migliori: non potrei dimostrarlo, e il libro non offre precetti da applicare. Offre qualcosa di meno maneggevole, che non è una morale ma una conseguenza della lettura.

Ogni descrizione clinica seleziona. Un sistema diagnostico isola alcune caratteristiche, le ordina in criteri e, grazie a quei criteri, rende possibili la comunicazione, la ricerca, la cura; la clinica sa bene che la persona non si esaurisce lì. Il rischio comincia altrove: quando una descrizione utile viene scambiata per la persona descritta, e il nome attribuito prende il posto di chi lo porta. Nel processo a Moosbrugger quello scambio si vede all’opera, perché a una perizia si chiede di dire, con un sì o con un no, chi sia l’uomo alla sbarra. Il romanzo mette in crisi proprio questo scambio, l’idea che un essere umano coincida con la somma delle qualità che gli si possono riconoscere. E lo fa per mano non di un letterato ostile alla scienza, ma di un uomo che nella scienza della mente si era formato, che ne conosceva gli strumenti e ne aveva costruito uno con le proprie mani.

Musil non finì il romanzo. Gli mancarono il tempo, la salute, il denaro. Fra le sue carte resta il progetto di una parte conclusiva, con un titolo speculare a quello della prima, Eine Art Ende, «una specie di fine», che negli ultimi anni di lavoro passò in secondo piano. Il libro rimane lì, aperto, con i suoi abbozzi e le sue varianti e le sue mille pagine di esattezza applicata a ciò che non si lascia misurare, a disposizione di chiunque passi le proprie giornate a scrivere descrizioni di persone e abbia il sospetto, ogni tanto, che l’impresa sia insieme necessaria e impossibile.

 

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