Negli ultimi decenni la critica ha progressivamente abbandonato i vecchi schemi interpretativi, concentrandosi maggiormente su un’analisi del Gattopardo più attenta all’esperienza esistenziale dello scrittore e meno alla cornice storica del romanzo. Seguendo la passione di Lampedusa per l’implicito e per il non detto, l’attenzione degli studiosi si è rivolta alle figure simboliche e alle allusioni disseminate nel testo. Un esercizio indispensabile per un’opera che si offre su più livelli di lettura e che resta complessa.
Dopo la pubblicazione del Gattopardo nel 1958, le prime recensioni italiane ridimensionarono solo timidamente l’impianto storico del romanzo, accennando appena alla sua proiezione più intima. Sulla tela storica del Gattopardo, Tomasi di Lampedusa dipinge invece sé stesso e il suo tormento interiore. Ci tiene a precisarlo personalmente in una lettera del 2 gennaio 1957 a Guido Lajolo: «Non vorrei però che tu credessi che è un romanzo storico! Non si vedono né Garibaldi né altro: l’ambiente solo è del 1860; il protagonista, Don Fabrizio, esprime completamente le mie idee».
Negli ultimi anni della sua vita, Tomasi di Lampedusa conobbe la solitudine e la depressione. La grande casa di famiglia a Palermo era stata rasa al suolo dai bombardamenti del 1943 e le ereditate traversie finanziarie lo avevano reso povero e disilluso. Fu costretto a vivere una vita uggiosa nel modesto appartamento di via Butera. Lo consolavano solo i libri che ogni mattina divorava insieme ad un’adeguata scorta di pasticcini nelle vie del centro. Al raffinato intellettuale stava sicuramente stretta la sciatta vita provinciale di Palermo. Ogni tanto si sedeva in silenzio tra un gruppo di conoscenti al caffè Caflish, limitandosi ad ascoltare “le stupidaggini”, come ricorda Francesco Orlando nel suo Ricordo di Lampedusa. Del luminoso passato restavano soltanto memorie come reliquie “ammuffite”, ricordi dolci e dolorosi allo stesso tempo. Su questa ferita — tra ciò che era andato perduto e ciò che restava nella memoria — si fonda la “poeticità malinconica” del romanzo, trovando nel cane Bendicò il suo testimone più intimo. Il cane è la trasfigurazione letteraria del taedium vitae dello scrittore. Per l’ultimo dei Gattopardi, “che per tanti anni aveva spazzato via le difficoltà con un rovescio della zampa”, il gusto delle cose si era spento. Nel testo appare chiaro. Per Don Fabrizio- Tomasi di Lampedusa, tutto, compreso il corpo, si era fatto gravoso: le gambe «di piombo», la testa “pesante”; “la caccia che per tanti anni lo aveva divorato” diventa «un esercizio di mira»; la vita si vela di polvere che «il vento non riesce a portar via». Anche l’eros, che un tempo era energia vitale, si esaurisce fino a ridursi a memoria e repressione. Di fronte ad Angelica, «sentì con malinconia che il tempo del desiderio era finito per lui». Perfino la morte non è che «un leggero abbassamento di luci».
In altri scritti dello scrittore lo stesso mood malinconico ritorna: nei Ricordi d’infanzia il rifugio nel passato diventa un modo per attenuare la desolazione del presente; in La Sirena il professor La Ciura resta aggrappato al ricordo giovanile di Lighea, creatura che incarna bellezza e libertà assoluta. Bendicò, nel Gattopardo, non è un semplice cane. Il grande alano fulvo, con il suo passo pesante e il muso bonario, percorre le pagine come un’ombra discreta: vivo e affettuoso nei primi capitoli, imbalsamato e quasi grottesco più avanti, fino a dissolversi in polvere nell’ultima pagina. Molto più di una comparsa, tanto che lo stesso Tomasi, in una lettera del 30 maggio del 1957 all’amico Enrico Merlo di Tagliavia, lo definì «quasi la chiave del romanzo».
In quella chiave sembra risuonare un’eco della tradizione inglese che già nel Seicento aveva fatto dell’espressione black dog l’emblema della malinconia. Samuel Johnson, tra gli autori più amati da Tomasi, la adoperò per descrivere i suoi crolli interiori: «Quando mi alzo, il mio cane nero mi aspetta», scriveva nel 1764 a Hester Thrale. Due secoli più tardi, anche Churchill riprese quell’immagine, trasformandola nell’ombra dei suoi periodi depressivi. Nella Letteratura inglese, Tomasi definiva Johnson un gigante: conoscerlo significava comprendere l’Inghilterra e il suo spirito. «Un uomo della più alta cultura», «pieno zeppo di humor», profondo conoscitore della Bibbia e credente sincero, sebbene «non avesse messo piede in nessuna chiesa» se non quando «trascinato per le orecchie dalla madre».
Appare improbabile che Tomasi non conoscesse la celebre metafora del “black dog” e considerando la sua ammirazione per Johnson, è lecito intravedere nel Gattopardo una risonanza di quell’immagine, rielaborata in modo personale nella figura dell’alano. Bendicò non è subito la malinconia in sé: è piuttosto lo specchio letterario che permette al Principe di misurarsi con il proprio spleen, una sorta di controcanto che trasforma l’inquietudine in ironia e persino in consolazione. «E poi con quei tuoi occhi al medesimo livello del naso, con la tua assenza di mento è impossibile che la tua testa evochi nel cielo spettri maligni», dice Don Fabrizio, sorridendo. Eppure il destino di Bendicò non si ferma qui. Quando, ormai imbalsamato, viene gettato via e si disfa in polvere, il cane diventa non solo testimone, ma incarnazione stessa della malinconia: immagine del dissolversi di un mondo, del tramonto di una stirpe, della memoria che resiste e insieme svanisce.
In quel gesto finale Tomasi di Lampedusa sembra riallacciarsi alla tradizione del black dog, ma anche liberarsene definitivamente: la malinconia, ridotta in polvere, non opprime più, diventa cenere dispersa, un passato da cui lo scrittore prende definitivamente congedo
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