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Presentazione del saggio”L’intelligenza che non AI”

4 Mag 26

Autore: Marco O. Bertelli

Editore: Il Margine – Erickson

Web page: https://www.erickson.it/it/l-intelligenza-che-non-ai

Podcast narrativo: https://open.spotify.com/show/5Ks4KFoja08rOKKrnjfNyr

 

 

“Capisce?” È una domanda comune in psichiatria. A volte esplicita, più spesso implicita. È un interrogativo che orienta lo sguardo clinico, che regola il livello del linguaggio, che stabilisce — spesso senza dichiararlo — la posizione del paziente nella relazione terapeutica e che può arrivare a influenzare la diagnosi stessa.

Eppure, raramente lo psichiatra si sofferma a chiedersi che cosa si intenda davvero per comprensione. Quanto essa dipenda dalle capacità intellettive, che cosa siano effettivamente queste capacità e come si manifestino in modo specifico nel singolo caso.

Nella pratica clinica quotidiana, il concetto di intelligenza resta sorprendentemente poco interrogato. Funziona come uno sfondo implicito, sostenuto dalla tradizione psicometrica e dalla distribuzione statistica normale del QI. Forse si sanno usare i test. Forse si sanno interpretare i risultati. Ma certamente molto meno spesso ci si chiede che cosa, esattamente, si sia misurato.

Nel circolo vizioso fra definizione e prestazione, qualcosa si perde. L’intelligenza smette di essere una domanda e diventa una proprietà generale, unitaria, qualcosa che si identifica solo per grandi approssimazioni — sotto, nella o sopra la media. Davanti al paziente, l’intelligenza diventa prestazione, la deviazione diventa riduzione e la difficoltà diventa deficit globale.

Ciò determina una mancata esplorazione dell’enorme spazio clinico che si estende oltre la logica, il calcolo e il cronometro, in cui si collocano le declinazioni emotive, morali e spirituali dell’intelligenza, le modalità di comprensione situate, incarnate, spesso non traducibili in linguaggio, ma riconoscibili nei comportamenti, soprattutto in quelli abituali. Non sono forme accessorie, anzi — alla luce dell’intelligenza artificiale — rappresentano il nucleo più caratteristico e più resistente del funzionamento umano.

Non basta. Se non definite e valutate adeguatamente, le difficoltà intellettive specifiche possono diventare un problema di accesso alla relazione. Chi è considerato meno intelligente riceve meno attenzione, meno domande, meno complessità, meno possibilità di essere riconosciuto come interlocutore, come fonte d’informazione clinica, talvolta persino come paziente psichiatrico.

Lo psichiatra, in questo senso, non si limita a rilevare una differenza, ma rischia di amplificarla. Talvolta di produrla.

Eppure, oggi, il rapido avanzamento dell’intelligenza artificiale e la crisi progressiva di quella naturale impongono una serie di questioni centrali legate all’intelligenza, non solo nella teoria, ma soprattutto nella pratica quotidiana.

Il libro “L’intelligenza che non AI”, di Marco Bertelli, di recente pubblicazione, si colloca esattamente in questo punto di tensione. Lo fa già a partire dall’“inciampo” del titolo, che resiste a una lettura univoca. Verrebbe da correggere in “non hai”, ma l’assenza dell’“h” apre a più significati: l’intelligenza che non è — o non è soltanto — artificiale, ma anche quella che non possiedi. quella che non riconosci o che ignori.

Le macchine performano in modo sempre più efficace proprio nelle dimensioni che, storicamente, abbiamo identificato con l’intelligenza: linguaggio, memoria, problem solving, elaborazione simbolica. Questo ci costringe a ridefinirla e — attraverso ciò — a provare a contenere il suo progressivo scadimento nella maggior parte della popolazione.

Una quota molto ampia di pazienti psichiatrici presenta difficoltà o peculiarità intellettive, spesso non riconosciute o sottovalutate – basti pensare al funzionamento intellettivo limite – fino al 40% secondo dati recenti (Hassiotis et al., 2022) – o al suo apparente opposto, la plusdotazione cognitiva.

Parallelamente, diverse ricerche suggeriscono una progressiva riduzione del QI medio nella popolazione generale, soprattutto nelle nuove generazioni. Un fenomeno complesso, ma che si è sviluppato in concomitanza con l’esposizione crescente ai sistemi digitali e, più recentemente, all’uso diffuso dell’intelligenza artificiale (Gerlich, 2025). Il rischio non è solo la sostituzione, ma una progressiva perdita di capacità — una forma di debito cognitivo.

Un’altra questione riguarda la possibilità che si possa sviluppare una “psichiatria dell’AI”. Se i sistemi artificiali producono errori, distorsioni, “allucinazioni”, o manifestano deviazioni dello stile di risposta e della “personalità virtuale”, ha senso descriverli in termini psicopatologici? E, soprattutto, quale sarebbe il ruolo dello psichiatra: correggere un errore di calcolo o intervenire su qualcosa che imita alcune funzioni mentali?

Un ulteriore aspetto di grande attualità è l’uso dell’AI da parte di chi ha difficoltà psichiche. L’interazione con sistemi artificiali può diventare una risorsa, ma anche un fattore di rischio: rinforzo di convinzioni disfunzionali, sostituzione della relazione, costruzione di mondi interpretativi autoreferenziali, dipendenza. Per le persone con disturbi del neurosviluppo implicanti difficoltà cognitive, comunicative e relazionali, come la disabilità intellettiva e l’autismo, si parla già della possibilità che l’AI possa funzionare da “esoscheletro cognitivo” o fornire un’“empatia artificiale” di supporto (Ferrari, 2026), senza che si abbia ancora un’adeguata valutazione sperimentale di questi potenziali benefici e, soprattutto, delle contemporanee implicazioni negative.

Non meno rilevante è l’uso dell’AI da parte degli psichiatri stessi. L’affidamento crescente a strumenti automatizzati promette efficienza e supporto decisionale, ma che cosa accadrà alle competenze cliniche? Non è solo una questione operativa. La formulazione diagnostica e la lettura delle dinamiche col paziente rischiano di appoggiarsi a modelli esterni e standardizzati, indebolendo la componente esperienziale, emotiva e morale della relazione d’aiuto. A questo si aggiunge il problema dell’errore. Le indicazioni dell’AI, anche quelle farmacologiche, possono risultare plausibili ma non sufficientemente personalizzate sul singolo caso. Il rischio non è solo sbagliare, ma farlo in modo convincente, riducendo lo spazio critico del clinico.

La relazione terapeutica si troverà inevitabilmente a ridefinirsi in presenza di questo terzo interlocutore.

Il libro “L’intelligenza che non AI” supera il saggio e il romanzo per spingere il lettore in un appassionante viaggio scientifico attraverso le varie forme d’intelligenza, dalla loro nascita alle necessità e alle prospettive del prossimo futuro. Le tappe di questo percorso includono la considerazione di tutte le questioni tratteggiate sopra, senza ridurle a una contrapposizione tra umano e artificiale, ma utilizzando il confronto come strumento per ridefinire l’intelligenza stessa. Non per difenderla, ma per sottrarla a un modello che rischia di coincidere con ciò che è più facilmente replicabile.

Il problema non è proteggere l’intelligenza umana dall’intelligenza artificiale, ma evitare che la prima venga progressivamente modellata sui limiti della seconda. E trovare un modo per utilizzarla con etica e sicurezza.

Per la psichiatria, non è più un esercizio speculativo. È una responsabilità clinica, urgente.

Bibliografia

– Ferrari Gian-Luigi. EmoziIonAbili. Pisa University Press, 2026

– Gerlich, M. (2025). AI Tools in Society: Impacts on Cognitive Offloading and the Future of Critical Thinking. Societies15(1), 6. https://doi.org/10.3390/soc15010006

– Hassiotis, A., Emerson, E., Wieland, J., Bertelli, M.O. (2022). Borderline Intellectual Functioning. In: Bertelli, M.O., Deb, S., Munir, K., Hassiotis, A., Salvador-Carulla, L. (eds) Textbook of Psychiatry for Intellectual Disability and Autism Spectrum Disorder. Springer, Cham. https://doi.org/10.1007/978-3-319-95720-3_4

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