AUTORE: Ezio Maria Izzo
EDITORE: Franco Angeli, Milano, 2016.
Pp. 314
€ 33,00
Questo lavoro dello psichiatra e psicoanalista Ezio Maria Izzo, sottotitolato Psicoanalisi e psichiatria fenomenologica è un testo denso e sicuramente molto pensato, in cui si affronta uno degli snodi cruciali dello sviluppo delle conoscenze della mente e delle psicopatologie.
Anche se l’argomento può sembrare a qualcuno datato – rappresenta, infatti, una di quelle tematiche che sono state dibattute in un certo arco temporale e poi hanno un po’ perso spinta propulsiva – nondimeno esso rimane e permane nel campo specialistico, ponendo interrogativi di fondo su numerose e ampie questioni, a cominciare dall’identità dell’essere umano fino alle possibilità di ri-sanamento del medesimo essere vivente.
Il confronto tra psichiatria fenomenologica e psicoanalisi è introdotto dal primo capitolo in cui si naviga, per così dire, tra le principali scuole che hanno impostato il discorso psicopatologico, soprattutto in Francia, in Germania, in Italia e in Austria (con un’introduzione sulle origini, rintracciate tra medioevo, rinascimento e illuminismo). Ma ecco schiudersi il grande, secondo capitolo in cui la filosofia fenomenologica fa da apripista alla psichiatria fenomenologica, anche in tal caso richiamando sul palcoscenico le principali figure storiche: da Karl Jaspers (da diversi studiosi ritenuto il maggiore psicopatologo che sia esistito) a Ludwig Binswanger e Eugéne Minkowski. Ma molte pagine sono dedicate, giustamente, agli psichiatri fenomenologici italiani, cominciando da Danilo Cargnello, Eugenio Borgna e Bruno Callieri. E qui già emerge l’intersezione con la psicoanalisi, con un paragrafo appunto dedicato agli psicoanalisti fenomenologici, per mezzo del quale inizia ad articolarsi la risposta a domande importanti circa il perché l’analista dovrebbe conoscere la fenomenologia, e quale possa essere l’apporto che la psichiatria fenomenologica può oggi offrire alla psicoanalisi.
A ciò che va sotto la definizione di psicopatologie dinamiche è dedicato un denso terzo capitolo in cui si ripercorrono le storie e le idee dei maggiori analisti con l’accortezza – e questo a me sembra notevole – di far precedere all’esposizione delle idee un flash sulla vita e sulla storia personale di ognuno di loro: a ribadire che non possiamo realmente comprendere lo sviluppo delle idee se non le incarniamo, per così dire, nella vita vissuta del professionista, dello studioso, del clinico. Segue il capitolo sui contributi di Sándor Ferenczi nella prospettiva dello sviluppo della psicopatologia bipersonale, fino al momento in cui si apre la Parte Seconda del testo, ricca di cinque capitoli, che sicuramente appassioneranno il clinico.
Infatti, in questa seconda sezione, trovano posto riflessioni dedicate alle classificazioni psichiatriche (da quelle classiche fino al PDM), ai paradossi della psicoanalisi rappresentati dalla diagnosi dinamica (che presupporrebbe l’oggettivazione del paziente la cui esperienza soggettiva è, per definizione, non oggettivabile), alle versioni modificate del trattamento, fino a chiudere innalzando di nuovo lo sguardo verso la filosofia (Heidegger, Buber, Lévinas) in un capitolo (l’ottavo) dedicato a Arturo Paoli, e verso le tante questioni inerenti all’etica professionale.
Ogni tema suscita interrogativi ai quali l’autore offre una risposta e/o considerazioni e riflessioni. Ad esempio, rispetto alle modifiche dell’analisi, si precisa che “dovremmo tutti chiarire sempre se vogliamo parlare di allargamento, di modifiche o di cambiamento del metodo classico” (p. 225), dichiarando senza troppi problemi cosa accade nella stanza di analisi quando la realtà impone variazioni sulla tecnica – cosa, del resto, fin dall’inizio praticata, tra gli altri, da Karl Abraham e Sándor Ferenczi.
Emerge, così, l’essere umano nella sua irripetibile soggettività che deve essere ascoltato con un atteggiamento rispettoso, empatico e riflessivo, valorizzandone l’esperienza vissuta e il significato che egli assegna ai fatti della vita. Al paziente così delineato fa eco il clinico che “non è colui che conosce alla perfezione le teorie dinamiche sulla patologia della mente, non è nella dimensione del sapere teorico, è nella dimensione della pratica nella quale il sapere generale viene messo al servizio del caso singolo, di quella singola persona, unica e irripetibile sia nella sua normalità, ma ancor più nella sua patologia” (p. 163).
Interessanti le tre vignette cliniche che trattano della gestione di pazienti gravi e delle “variazioni che sono state imposte alla mia pratica clinica dalla patologia dei pazienti, cioè dal loro singolare comportamento” (p. 246) (v. anche: Izzo, E. M., “Quale analista per il paziente ‘grave’”. Rivista di Psicoanalisi 44, 695-718, 1998).
Non va, infatti, dimenticato che l’autore è stato per ben venticinque anni primario dell’O.P. Santa Maria Immacolata di Guidonia (diretto prima da Bruno Callieri e poi da Luigi Scapicchio) e che ha a lungo coltivato l’idea di costruire una struttura che potesse accogliere, psicoanaliticamente, persone bisognose di cure ma impossibilitate a sostenerne il peso economico; infatti, una nota a piè di pagina a chiusura del libro, recita: “rimpiango di non aver visto realizzato il sogno, di cui parlavo con Piero Bellanova e Eugenio Gaddini, di realizzare un Policlinico Psicoanalitico a Roma” (p. 298).
Si tratta, dunque, di un testo che fa riflettere, che accende il desiderio di saperne di più – ad esempio, tornando, o andando a sfogliare le centinaia di pagine della Psicopatologia generale di Jaspers, un volume imponente pubblicato nel 1913 (e tradotto nel 2012 dall’editore Il Pensiero Scientifico di Roma) – vedi anche Cent’anni di Psicopatologia generale di Karl Jaspers, a cura di Giovanni Stanghellini e Thomas Fuchs (pubblicato in Italia nel 2016 da L’Asino d’oro – l’edizione originale è inglese ed è stata pubblicata da Oxford University Press nel 2013). Ma ogni passaggio nel testo – e soprattutto quei brani che fanno riferimento a momenti storici e a eminenti figure che hanno creato, se vogliamo dir così, la psicopatologia nel corso dei decenni – ogni passaggio fa venir voglia di andare alle fonti, di approfondire, di ricercare, in un lavoro pressoché senza fine a cui, credo di poter dire, si contrappone soltanto il limite naturale del tempo che ciascun lettore può avere a sua disposizione.
In conclusione, è da notare che il libro è arricchito da due brevi saggi: uno è la Prefazione, di Francesco Conrotto e l’altro, a mo’ di Postfazione, a firma di Fausto Petrella. Una sola notazione critica, direi marginale: i riferimenti bibliografici sono spesso incompleti e non seguono gli standard generalmente applicati, mentre qualche refuso (Ebbinghaus che è diventato Emminghaus, o l’errore sul nome della famosa clinica psichiatrica svizzera, il Burghölzli) si poteva evitare. Ma (assai più importante) ci si chiede come mai non sia stata richiamata la figura e il lavoro di Georg Groddeck in merito alla nascita e ai primi passi della medicina psicosomatica ad impostazione dinamica, e come mai – discutendo di come Freud lavorava davvero con i suoi pazienti – sia stato ignorato il lavoro dello storico della psicoanalisi Paul Roazen (di cui diversi saggi sono da tempo stati tradotti in italiano).
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