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VLADIMIR PUTIN: LA GUERRA E LA MORTE

4 Mag 26

Elsa Schmid-Kitsikis

Culte de la guerre et de la mort

La folie narcissique d’un homme de pouvoir

Essai psychanalitique

Pagine 139, € 14,00

Vérone, 2023

 

Questo importante lavoro di Elsa Schmid-Kitsikis si snoda in tre parti e sette capitoli, con una sezione introduttiva, e le pagine di conclusione che potremmo definire aperte dal titolo Peut-on conclure? Chiudono il testo i riferimenti bibliografici.

Si tratta sicuramente di una riflessione di cui vi era molto bisogno e che, forse, è passata sotto silenzio in troppi ambienti professionali, culturali, scientifici e politici.

Un libro leggero nella forma e nel numero delle pagine, ma pesante nei contenuti.

Un libro centrato sulla figura di Vladimir Vladimirovič Putin (San Pietroburgo, 7 ottobre 1952), emblema vivente dell’intreccio tra culto della persona, narcisismo megalomane, orgia del potere, autoritarismo distruttivo, volontà di potenza e ossessione per l’aggressione bellica e per la morte (si potrebbero a ciò aggiungere alcuni tratti di animo criminale, visto il modo in cui tratta i suoi stessi soldati al fronte, e i suoi concittadini). Su basi di tal genere, almeno un corollario mi sembra sia da considerare e cioè la totale distorsione della realtà, l’orientamento a riscrivere sia la storia sia il presente – qui l’autrice richiama il bel libro di Nicolas Werth, Poutine, historien en chef (Gallimard, Paris, 2022) – la negazione dei propri errori, l’imbarbarimento autoritario ed oppressivo a fronte di qualunque voce non concordante.

Le tematiche trasversali che emergono da queste pagine sono declinabili in almeno cinque direzioni.

La prima è squisitamente psicologica – psicodinamica – e si pone su più livelli: individuale (la persona Putin); familiare, cioè il contesto socio-familiare da cui proviene; sociopolitico, quindi le varie ere vissute dal soggetto, dalla gioventù fino all’età matura, che hanno intriso di elementi di varia natura l’edificazione del suo carattere e l’orientamento verso la realtà.

La seconda direzione chiama in causa lo stile di leadership di Putin, uno stile tossico (con le parole di oggi), caratteristica della leadership distruttiva e mortifera, basata sul culto della persona, sull’onnipotenza e sulla grandezza, ma anche sull’isolamento tipico del dittatore che diffida di chiunque intorno a sé.

Per terzo, e in collegamento con quanto sopra, emergono il narcisismo distruttivo e l’orientamento paranoide che si associa alla necessità del controllo totale, e che fa scorgere dappertutto una minaccia alla quale si deve reagire aggredendo e distruggendo – anche con lo scopo di restaurare l’antica, epica grandezza della nazione.

Come quarta declinazione ecco delinearsi la dimensione della forza (anche fisica, anche muscolare, ritratta nelle tante immagini del Putin guerriero), associata alla guerra come ottenimento della gloria, dell’assoggettamento dei popoli, del ripristino della Grande Russia la quale diverrebbe così una sorta di simbolo vivente della grandezza dello stesso leader. E soddisfarebbe la sua interiore necessità di rivalsa – se non di vendetta.

Infine, non sfugge all’autrice il vero e proprio culto della morte esaminato in tante sue manifestazioni: dalla necessità del sacrificio all’enfasi sul mandato divino, dalla battaglia vista come purificazione e rigenerazione della storia fino alla vera e propria negazione della storia. Emblematica la motivazione di denazificare l’Ucraina, così ricostruita in poche, dense parole da Michel Eltchaninoff: “con una retorica sempre più indignata e ripetitiva ribadisce la sua convinzione che i neonazisti di Kiew si accingano ad aggredire il suo paese, forse addirittura con le armi atomiche … l’obiettivo dell’operazione è ottenere la ‘smilitarizzazione’ e la ‘denazificazione’ del paese” (Nella testa di Vladimir Putin. Actes Sud, Arles, 2015. Tr. it.: edizioni e/o, Roma, 2022, p. 142).

A ciò si devono aggiungere i meccanismi della razionalizzazione – si giustifica l’azione aggressiva criminale attraverso una narrazione falsificata della storia e degli eventi – della vittimizzazione, per cui si è stati costretti ad impugnare le armi per difendersi da un pericolo incombente, e dell’aureo isolamento – soli contro tutti: contro l’intero Occidente.

“Putin è al potere da oltre venti anni. Il suo discorso vittimistico del 24 febbraio 2022 contro l’Ucraina lascia perplessi. Non fa che ripetere che la Russia è ingiustamente attaccata, che si sta solo difendendo, che si protegge dalle minacce contro la sua sicurezza per le quali incolpa la nazificazione dell’Ucraina, l’ONU, l’Occidente… la defunta URSS” (p. 99).

Se non ve ne fosse stato bisogno – visto l’attuale e brillantemente drammatico esempio di Donald Trump – il libro mostra la potenza della personalità di un capo nel gestire o deviare il corso della vita di intere nazioni e popolazioni che diventano delle pedine sul palcoscenico dei fantasmi della psiche: persino lo Stato e la nazione diventano estensioni del Sé patologico, così che difendere la nazione – aggredendo i supposti nemici – significa difendere sé stesso. Mentre l’annientamento dell’Altro assurge a simbolica conferma della propria esistenza, gli eventi di morte diventano il prezzo da pagare per la costruzione di un senso epico di immortalità, confermando l’idea che la deriva narcisistica sia al servizio del grande tentativo di superare la morte e, con essa, il limite dell’umana esistenza.

E, dunque, cosa significa gestire il potere in un simile quadro?

Significa dare una cornice alla propria realtà interna deformata e deformante, sentita ferita narcisisticamente e quindi bisognosa di difese, steccati, mura dalle quali bersagliare il nemico che è, naturalmente, posizionato all’esterno da sé – non a caso è stato scritto che Putin vede il malefico Occidente in tutto ciò che si colloca a ovest della Russia.

Nella con-fusione tra sé, il leader, la Russia, il passato, il presente-futuro, emerge la rivincita fallica che richiede morte e sofferenza, sacrifici e dolore, e che non contempla un’uscita diversa che non sia la vittoria, anzi: il trionfo. “Putin è cresciuto in miseria, a stretto contatto con la morte, con due fratelli scomparsi in tenera età, una madre morta letteralmente di fame, salvata in extremis dopo essere stata scambiata per un cadavere, un padre ferito in guerra, anch’egli salvato all’ultimo da un soldato” (p. 103).

Trionfare sul mondo esterno minaccioso e aggressore giustifica ancora una volta la necessità della postura difensivo-aggressiva, ed ogni atrocità potrà così essere accettata, perpetrata, se non addirittura bene accolta – dagli stupri al rapimento dei minori, dalle torture di civili e militari al bersagliamento di civili inermi.

Com’è noto, più una persona si isola e più è probabile che commetta errori nel prendere decisioni – soprattutto se i pochi fedelissimi che la circondano non osano contraddire il dio-capo. E così l’impresa bellica – anche questa edulcorata e falsificata fin dall’inizio, pure per mezzo della titolazione di operazione militare speciale – non può che continuare indefinitivamente. Nella distorsione mentale è inconcepibile l’idea di poter chiudere la partita se non con una vittoria totale che suturi la ferita narcisistica – da qui le tattiche negoziali e la sostanziale non volontà di aprire una trattativa.

Un ulteriore pregio di Culte de la guerre et de la mort è quello di mostrare che che un fenomeno politico, storico, militare, può anche essere declinato in termini psicodinamici e psicosociali: voglio sottolineare questo aspetto perché, a differenza di ciò che molti affermano, i diversi piani di esplicazione non sono da contrapporre, non da mettere in una logica l’uno o l’altro, e nemmeno andrebbe demonizzata la lettura psicoanalitica e psichiatrica con la motivazione che si tratta di fenomeni storico-politici.

Nessuna disciplina, da sola, appare adeguata per dar conto di fenomeni così complessi!

Dietro, dentro, ad ogni leader, vi è la sua propria psicologia.

Dovrebbero ricordarlo coloro che continuano a porre il falso dilemma su Donald Trump: è folle o è uno stratega? È davvero matto, o è matto come una volpe? (v. la mia recensione al libro di Bandy X. Lee, The Dangerous Case of Donald Trump: 27 Psychiatrists and Mental Health Experts Assess a President. Thomas Dunne Book (St. Martin’s Press), New York, 2017. Psicoterapia e Scienze Umane, 52, 2, 2018, pp. 324-327). E sarebbe utile rileggersi i referti psichiatrici e psicologici dei nazisti a Norimberga – ad esempio, di Leon Goldensohn, I taccuini di Norimberga. Uno psichiatra a colloquio con i criminali nazisti. A cura di Robert Gellately. 2004. Tr. it.: Neri Pozza, Vicenza, 2025) così come i profili psicologici redatti su Hitler e su altri dittatori sanguinari (vedi, ad esempio, il profilo che fu richiesto a Carl Gustav Jung proprio su Adolf Hitler).

Almeno altri due aspetti sono sicuramente di interesse nel libro di Elsa Schmid-Kitsikis (due aspetti su cui forse sarebbe valsa la pena ampliare il discorso): la complicità della massa che sostiene e plaude il leader patologico, sviluppando il classico tema dell’identificazione della collettività con il capo (v. la mia recensione al libro di Allen Frances, L’America di Trump all’esame di uno psichiatra:

https://www.psychiatryonline.it/recensioni-librarie/il-crepuscolo-di-una-nazione-lamerica-di-trump-allesame-di-uno-psichiatra/ ), e le modalità perverse con cui si costruiscono e si demonizzano i nemici sullo sfondo della fragilità delle democrazie che, proprio in quanto tali, lasciano spazio all’emergere di quelli che potremmo definire i sabotatori interni!

Testo intenso, penetrante, inquietante – quanti altri Putin avremo ancora da incontrare nel futuro di questo nostro mondo? – costruito nell’interdisciplinarietà, basato su documentazioni che consentono alle interpretazioni un solido ancoraggio; un testo che apporta un raggio di luce alla letteratura sulla leadership narcisistico-distruttiva, alla psicopatologia della leadership e del management, alle distorsioni del potere, ai deragliamenti della mente autoritaria.

Relativamente ai riferimenti bibliografici, oltre naturalmente alle opere freudiane, sono citati, tra molti altri, Arendt, Bion, Green e Racamier, ma sarebbe stato credo interessante riferirsi anche al concetto di thanatoforo elaborato anni fa da Emmanuel Diet: uno dei più terribili quadri psicopatologici legati alla distruttività interpersonale, una vivida rappresentazione della pulsione di morte freudiana (E. Diet (1996), “Il Thanatoforo. Lavoro della morte e distruttività nelle istituzioni”. Kaes R., Pinel J.-P., Kernberg O.F., Correale A., Diet E., Duez B. Sofferenza e psicopatologia dei legami istituzionali (tr. it.: Borla, Roma, 1998).

Per concludere, un doveroso richiamo all’opera dell’autrice, Elsa Schmid-Kitsikis nata ad Atene nel 1933. Membro dell’IPA, della Société psychanalytique de Paris e della Société suisse de Psychanalyse è diventata professoressa emerita presso l’Université de Genève. È autrice di numerosi libri e saggi, alcuni dei quali tradotti in italiano (Wilfred R. Bion, Armando, 2000; Legami creatori e legami distruttori dell’attività mentale. Un approccio al funzionamento mentale: consultazione psicologica e intervento psicoterapeutico, Borla, 2000; La passione adolescente, Borla, 2003).

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