Dominic Angeloch
Night Vision: Wilfred Bion’s Epistemological Poetics and the Experience of the First World War
Pagine XV+231, £ 28.99
Karnac, 2025
L’opera di Dominic Angeloch recupera in modo intelligente e particolarmente accurato un’esperienza fondamentale che ha segnato la vita di Wilfred Bion (nato a Mattra, in India l’8 settembre 1897 e scomparso a Oxford, UK, l’8 novembre del 1979): un’esperienza che ha lasciato delle tracce indelebili e che ha caratterizzato una parte significativa della sua opera. Ciò che viene preso in esame, nello specifico, è la sua attività nel ruolo di comandante di carro armato durante la Grande Guerra, un’esperienza basata sulla decisione volontaria di arruolarsi nelle forze armate britanniche all’età di diciotto anni, nel 1916. Essendo inquadrato nel Royal Tank Regiment (dal giugno 1917 al gennaio 1919) visse dapprima l’euforia di poter condurre quella che ai tempi sembrava un’arma invincibile (il carro armato) e poi il sentimento di delusione e abbandono condensato, ad esempio, nei giudizi sferzanti rivolta ai comandi e nella critica all’insensatezza della guerra. Nonostante ciò, egli mostrò competenza e coraggio fino al punto di essere insignito del Distinguished Service Order e della Légion d’Honneur.
L’autore, nel suo libro, si chiede in che modo Bion abbia saputo trasformare la sua esperienza di guerra in letteratura e in che modo quest’ultima abbia informato la sua visione del mondo e contribuito all’edificazione del suo sistema di pensiero. In tal senso, le tre grandi sezioni in cui si suddivide il testo rappresentano il primo tentativo sistematico e globale di prendere in esame gli scritti autobiografici di Bion sullo sfondo dell’esperienza di guerra, esaminandoli come opera letteraria, in cui l’esperienza emotiva diviene narrazione.
Sulla base dei resoconti autobiografici di guerra che il tenente Bion ha prodotto in diverse fasi della sua vita, iniziando a scriverli all’età di venti anni, emerge la vita nel campo di battaglia – Bion fu coinvolto in due drammatiche battaglie in Francia: Ypres e Amiens – un campo che diviene subito spazio mentale, conflitto interiore, ferita psicologica, fino a far scoprire a Bion dimensioni inimmaginabili come quella descritta nelle seguenti parole de La lunga attesa – Autobiografia 1897-1919 (1982; tr. it.: 1986, pp. 156-157): “quel momentaneo contatto alla luce della luna è ancora impresso nella mia mente … Nel silenzio, si udì un lamento provenire dal fango, in lontananza, seguito da in grido ancora più lontano … ‘Che cos’è’, chiesi, come se non l’avessi saputo … Restammo in ascolto. A volte il coro smetteva per qualche istante, e poi riattaccava, né rauco né collerico, gentile. L’Inferno di Dante; ‘Vuoi dire che i barellieri non vanno a prenderli?’. ‘Nessun barelliere sarebbe così idiota’ … ‘Zitti! Zitti! Maledetti fracassoni, zolle di terra insanguinata!’. Ma non si zittirono. E non si zittiscono”.
Le opere da cui trae origine in massima parte il lavoro di Dominic Angeloch sono tre: The Long Week-End 1897-1919: Part of a Life; All My Sins Remembered: Another Part of a Life & The Other Side of Genius: Family Letters; War Memoirs 1917-1919 (le prime due sono state tradotte in italiano alla metà degli Anni Ottanta). Sulla base della riflessione approfondita e contestualizzata che ne scaturisce, Dominic Angeloch articola un ampio discorso che chiama in causa psicoanalisi, epistemologia e critica letteraria, collegando lo sviluppo delle idee teorico-cliniche di Bion con le esperienze di terrore, confusione e dispersione mentale, l’impossibilità nel pensare e nel rappresentarsi la realtà, la sospensione della logica, la perdita dei confini e la disintegrazione delle capacità percettive.
Esperienze emotive, fisiche, mentali e interpersonali che sono condensate nell’immagine della visione notturna che a sua volta rimanda alla (in)capacità di percepire, pensare ed elaborare nel buio totale e nell’incertezza totale – al proposito v. la mia recensione al libro di James S. Grotstein, A Beam of Intense Darkness: Wilfred Bion’s Legacy to Psychoanalysis (Karnac, 2007) pubblicata in The Psychoanalytic Quarterly, vol. LXXX, n. 2, pp. 495-503.
Come si è accennato, Bion si confronterà per l’intero arco della sua vita con le onde lunghe dell’esperienza bellica: le sue elaborazioni teoriche e cliniche, e i suoi saggi autobiografici, segnano il tentativo di dare una forma plausibile, accettabile, comprensibile a una irrappresentabilità per descrivere la quale non si trovano le parole – dimensione che potrebbe spiegare l’oscurità e la cripticità da più parti notate del linguaggio bioniano. Dal punto di vista poetico, se così vogliamo dire, l’opera di Bion emerge come dettata dall’angoscia e come una impresa di contenimento ed elaborazione dell’angoscia, mentre dal punto di vista psicoanalitico diverse indicazioni tecniche di Bion sviluppate nei decenni successivi saranno dal lettore, con una certa immediatezza, collegate alle esperienze belliche.
Tra l’altro si deve anche aggiungere che Bion – in qualità di senior psychiatrist – parteciperà anche al secondo conflitto mondiale (basti pensare al suo ruolo di assessor nelle commissioni di selezione militare e al suo ruolo terapeutico nella riabilitazione dei traumatizzati di guerra) esperienza dalla quale scaturiranno altre, importanti riflessioni. Ma rimane l’impressione che il lavoro di elaborazione di Bion sulla propria soggettiva esperienza di catastrofe e di morte psichica non sia mai stato conchiuso. Infatti, in pressoché tutto il testo di Dominic Angeloch – in particolare in paragrafi come The “Amiens” report of 1958: Another attempt to describe the indescribable – emerge che “nulla che si suppone possa guidare le azioni individuali (l’addestramento militare, gli ordini dei superiori, le istruzioni sulle situazioni, la valutazione delle condizioni del terreno e del tempo atmosferico, le mappe, eccetera) corrisponda alla soverchiante realtà a cui il soldato va incontro e nulla può prepararlo a questa schiacciante realtà o aiutarlo a elaborarla” (p. 152). Eppure, la testimonianza di Bion sta ad indicare come la conoscenza possa svilupparsi dall’incomprensione, dall’inimmaginabile e dal sostare in una dimensione di incertezza e di assenza di pensiero, come insegna il John Keats della Negative Capability.
Personalmente sono da sempre convinto che per comprendere realmente l’opera teorica e lo stile clinico di una persona – nel nostro caso, Bion – sia necessario conoscerne la vita, andando a scavare nelle autobiografie, nelle biografie e negli epistolari, e anche in quelle dimensioni che non son propriamente tecnico-teoriche: infatti, in diversi casi affianco all’opera professionale si individuano uno o più interessi laterali, ad esempio di genere artistico, che gettano ulteriore luce sulla storia di vita della persona.
Relativamente alle opere di Bion si deve innanzi tutto ricordare la pubblicazione nel 2014 dei sedici volumi, per un totale di oltre quattromila pagine, di The Complete Works of W. R. Bion, a cura di Chris Mawson e Francesca Bion (Routledge) in cui compaiono diversi saggi inediti (a firma di Chris Mawson vedi anche Three Papers of W. R. Bion. Routledge, 2018). Prima della pubblicazione di questa imponente opera i lavori di Bion in inglese sono stati pubblicati in gran parte dall’editore Karnac, ma anche da Routledge, mentre in italiano ciò che interessa nel nostro caso è segnalare qui di seguito alcune traduzioni: traduzioni che riguardano il Bion autobiografico e in cui sono narrate le esperienza di guerra. Si tratta di due volumi: La lunga attesa – Autobiografia 1897-1919 (1982; tr. it.: Astrolabio, Roma, 1986) e A ricordo di tutti i miei peccati. Seconda parte di un’autobiografia. L’altra faccia del genio. Lettere ai familiari (1985; tr. it. Astrolabio, Roma, 2001).
Da segnalare che un altro importantissimo lavoro di Bion che riguarda la tematica dell’esperienza bellica ed è ancora in attesa di essere tradotto in italiano: War Memories. 1917-1919 (Second Edition) a cura di Francesca Bion (Karnac, 2015) – vedi la mia recensione di questo libro in Psicoterapia e Scienze Umane, vol. L, n. 2, 2016, pp. 328-329. Con le parole introduttive di Francesca Bion, si tratta di materiale “manoscritto e contenuto in tre notebook rilegati, offerto ai suoi genitori come compensazione per aver trovato impossibile scrivergli lettere nel corso della guerra” (p. 2).
Più in generale, in merito a ciò che l’esperienza della guerra produsse nella pratica e nelle teorizzazioni psicoanalitiche (in questo caso: la Seconda guerra mondiale) si può segnalare il lavoro di Tom Harrison, Bion, Rickman, Foulkes and the Northfield Experiments. Advancing on a Different Front (Jessica Kingsley Publishers, 2000).
E ora una nota su Dominic Angeloch: Privat-dozent e docente presso la Goethe-University (Frankfurt am Main) e caporedattore della rivista Psyche: Zeitschrift für Psychoanalyse und ihre Anwendungen, è autore di numerosi saggi e volumi su tematiche inerenti la letteratura inglese, francese e tedesca, la storia della psicoanalisi, l’estetica e l’epistemologia.
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Complimenti per questa bella e intensa recensione che rende affascinante la storia di vita di Bion e aiuta a mettere in luce come sia importante contestualizzare l opera di ogni studioso per valorizzare inquadramento e comprensione dei suoi studi e del suo prezioso contributo.