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La mappa e il viaggio: Fenomenologia e Narrazione in Psichiatria

14 Ago 26

Riassunto

Premesse. Negli ultimi quindici anni la psichiatria ha riscoperto la soggettività attraverso due vie — la fenomenologia e la narrazione — spesso trattate come sinonimi umanistici contrapposti all’aridità diagnostica. Non lo sono.

Obiettivi. Distinguere le due epistemologie — la fenomenologia cerca le strutture invarianti dell’esperienza, la narrazione la storia singolare e il suo intreccio temporale —, mostrarne la tensione feconda e il punto di sutura, e i rischi simmetrici di reificazione.

Metodi. Ricognizione critica della letteratura fenomenologica e narrativa, internazionale e italiana; ogni fonte e ogni concetto sono stati verificati sull’originale.

Risultati. La fenomenologia (da Jaspers a Minkowski e Blankenburg, all’ipseità di Sass e Parnas e al tempo di Fuchs, con la viva scuola italiana da Callieri a Borgna, Ballerini, Stanghellini e Di Petta) offre la grammatica delle strutture; la narrazione (Ricœur, Charon, la narrative psychiatry, il recovery e il modello CHIME) offre la biografia. Ricœur è il perno che le salda senza confonderle. Ciascun approccio, assolutizzato, tradisce la persona nel modo opposto: il tipo che congela, la storia che consola.

Conclusioni. La persona eccede tanto la mappa quanto il viaggio. Struttura e storia vanno tenute insieme come due mani: né l’una né l’altra, da sola, dice ciò che soffre.

Parole chiave: fenomenologia, narrazione, psicopatologia, identità narrativa, ipseità, temporalità, recovery, reificazione.

Abstract

Background. Over the past fifteen years psychiatry has rediscovered subjectivity through two routes — phenomenology and narrative — often treated as humanistic synonyms opposed to diagnostic aridity. They are not.

Objectives. To distinguish the two epistemologies — phenomenology seeks the invariant structures of experience, narrative the singular story and its temporal emplotment —, to show their productive tension and point of suture, and their symmetrical risks of reification.

Methods. Critical survey of the phenomenological and narrative literature, international and Italian; every source and concept was verified against the original.

Results. Phenomenology (from Jaspers to Minkowski and Blankenburg, to the ipseity model of Sass and Parnas and Fuchs’s work on time, with the living Italian school from Callieri to Borgna, Ballerini, Stanghellini and Di Petta) provides the grammar of structures; narrative (Ricœur, Charon, narrative psychiatry, recovery and the CHIME framework) provides the biography. Ricœur is the hinge that binds them without collapsing them. Each approach, absolutized, betrays the person in the opposite direction: the type that freezes, the story that consoles.

Conclusions. The person exceeds both the map and the journey. Structure and story must be held together like two hands: neither alone speaks what suffers.

Keywords: phenomenology, narrative, psychopathology, narrative identity, ipseity, temporality, recovery, reification.

  1. Introduzione

Ci sono due modi di conoscere una città. Se ne può studiare la mappa — la topografia, l’orientamento delle strade, la logica invariante che regge ogni pianta e resta la stessa per chiunque la consulti; oppure la si può attraversare, e allora conta il percorso singolo, l’ordine in cui le piazze si aprono, l’ora e la stagione, ciò che a quella persona, quel giorno, è accaduto in quel luogo. La mappa non è il viaggio, e il viaggio non è la mappa; eppure nessuno dei due, da solo, dice davvero una città.

Qualcosa di simile accade quando si prova a conoscere l’esperienza di chi soffre di un disturbo mentale. La psichiatria dispone di due modi antichi e nobili di farlo, tornati al centro della scena negli ultimi quindici anni — la fenomenologia e la narrazione —, e la tentazione ricorrente è di trattarli come sinonimi, due volti dello stesso umanesimo contro l’aridità della diagnosi. Non lo sono. Sono la mappa e il viaggio: due epistemologie distinte della soggettività, con oggetti, metodi e rischi diversi. Confonderle non è generoso, è impreciso; e l’imprecisione, qui, si paga al letto del paziente.

Conviene partire dal gesto fondativo, perché contiene già la frattura. Nel 1913, nell’Allgemeine Psychopathologie, Karl Jaspers importa in psichiatria una distinzione che Wilhelm Dilthey aveva coniato per le scienze dello spirito: da un lato lo «spiegare» (erklären), la connessione causale colta dall’esterno, come si rende conto del moto di un corpo; dall’altro il «comprendere» (verstehen), l’afferrare dall’interno il nesso di senso di un vissuto. La psichiatria che vuole cogliere il soggetto vive di verstehen. Ma Jaspers, con un rigore che i suoi eredi più entusiasti tendono a dimenticare, vi pose subito un limite: certi vissuti sono incomprensibili (unverständlich). Il delirio primario — quella certezza che irrompe senza radice in un’esperienza precedente — non si lascia comprendere dall’interno; lo si può forse spiegare, ma non seguire nel suo senso. È la cifra stessa, per Jaspers, dell’esperienza schizofrenica (Jaspers, 1913).

La comprensione, dunque, nasce già divisa: c’è ciò che si può comprendere ricostruendone la struttura, e c’è ciò che si può accompagnare solo seguendone la storia; e c’è un punto in cui entrambe si arrestano. Su questa faglia si dispongono le due tradizioni di cui ci si occupa qui. La ricognizione muove dalla letteratura fenomenologica e narrativa, internazionale e italiana — ché la fenomenologia clinica ha in Italia una tradizione viva e ininterrotta, da Callieri a Borgna e Ballerini fino a Stanghellini e Di Petta —, verificata sulle fonti. L’obiettivo è mostrare che fenomenologia e narrazione non sono la stessa cosa, che la loro differenza è feconda, e che ciascuna, presa da sola e assolutizzata, rischia di tradire proprio la persona che vorrebbe servire.

  1. La fenomenologia: la scienza delle strutture

La fenomenologia, in psichiatria, cerca la forma. Non la storia di questo paziente, ma la struttura invariante di un’esperienza: che cosa significhi, in generale, abitare il tempo di una melanconia o il corpo di una schizofrenia. È uno sguardo sincronico ed essenziale — disegna la mappa, non racconta il viaggio —, e ha una lunga tradizione. Eugène Minkowski, in Le temps vécu (1933), descrisse la depressione non come tristezza ma come un’alterazione del tempo vissuto: una perdita di quello slancio vitale (élan vital) che protende l’esistenza verso l’avvenire, cosicché il futuro si chiude e il presente si arresta. Wolfgang Blankenburg, in un’opera del 1971 dal titolo che è già una diagnosi — la perdita dell’evidenza naturale (Der Verlust der natürlichen Selbstverständlichkeit) —, individuò nel disturbo schizofrenico non un eccesso di sintomi ma un difetto più radicale: lo sfaldarsi di quell’ovvietà tacita con cui, di norma, il mondo ci si offre come familiare e praticabile.

Questa tradizione, lungi dall’essersi esaurita, conosce oggi un revival rigoroso. Louis Sass e Josef Parnas (2003) hanno proposto di leggere la schizofrenia come un disturbo del sé — dell’ipseità, il senso pre-riflessivo e immediato di essere sé stessi —, articolato in due movimenti complementari: un’iperriflessività, per cui aspetti di sé abitualmente taciti (il proprio pensiero, il proprio corpo) affiorano alla coscienza come oggetti estranei, e una diminuita autoaffezione, l’indebolirsi del sentirsi vivo e coincidente con la propria esperienza. Su questa base è nato perfino uno strumento semistrutturato di rilevazione, riprova che la struttura non è pura speculazione ma può farsi metodo. Thomas Fuchs (2013) ha esteso l’analisi al tempo, distinguendo un tempo implicito — il fluire tacito e corporeo dell’esperienza, sincronizzato con quello degli altri — da un tempo esplicito, che affiora proprio quando l’implicito si inceppa: nella melanconia il tempo rallenta e si coagula, nella schizofrenia si frammenta in una successione di istanti sconnessi. Di recente la stessa scuola ha proposto una valutazione transdiagnostica dell’esperienza temporale (Stanghellini et al., 2022): segno che la fenomenologia continua a limare la propria mappa.

Questa grammatica delle strutture ha in Italia una scuola tra le più vive d’Europa, e conviene darle il suo nome, perché non è ornamento erudito ma parte del merito. Eugenio Borgna ha descritto l’esperienza schizofrenica come un mondo che finisce — un dissolversi dell’ovvietà quotidiana in cui il paziente resta, alla lettera, senza mondo (Borgna, 1995). Arnaldo Ballerini ne ha isolato il nucleo nell’autismo schizofrenico, non come chiusura volontaria ma come una forma d’esistenza: l’immagine dell’«eremitaggio» dice insieme la separatezza e la sua struttura (Ballerini, 2001; Ballerini & Di Petta, 2015). Bruno Callieri, erede diretto di Jaspers e Schneider, ha tenuto ferma la vocazione antropologica della psicopatologia, l’attenzione all’incontro come atto conoscitivo prima ancora che terapeutico (Callieri, 2001). È la mappa disegnata da chi non ha mai smesso di sedersi accanto a chi la abita.

Qui sta la promessa, e insieme il rischio, di questo sguardo. La promessa è la profondità: dove la nosografia elenca criteri, la fenomenologia mostra la grammatica che li rende possibili. Il rischio è che la struttura, cristallizzandosi, diventi una nuova gabbia. Un tempo si diceva «tu sei uno schizofrenico»; il pericolo simmetrico, oggi, è dire «tu sei un disturbo dell’ipseità», come se una descrizione essenziale, per quanto fine, esaurisse la persona. La fenomenologia più avvertita lo sa, e da qualche anno si interroga criticamente su di sé — sulla tentazione di trattare la soggettività come un cervello in una vasca, avulso dal mondo sociale e biografico in cui vive (Zahavi & Loidolt, 2022). È la mappa che, guardata troppo a lungo, si scambia per il territorio.

  1. La narrazione: la scienza delle storie

La narrazione cerca l’opposto: non la forma invariante, ma la storia singolare e il suo intreccio nel tempo. È uno sguardo diacronico e biografico — racconta il viaggio, non disegna la mappa. La sua incarnazione medica più nota è la medicina narrativa di Rita Charon, che nel 2001, su JAMA, coniò il termine e ne fissò il nucleo in una «competenza narrativa»: la capacità del clinico di riconoscere, assorbire e interpretare le storie di cui il paziente è fatto, esercitata con gli strumenti della lettura ravvicinata e della scrittura riflessiva (Charon, 2001; 2006). In psichiatria, Bradley Lewis (2011) ne ha tratto la conseguenza più netta: se la relazione tra medico e paziente è già, di per sé, un fatto narrativo, allora la storia non è l’ornamento della cura, ma può diventarne il centro.

Il fondamento filosofico di tutto ciò sta in Paul Ricœur. Con l’idea di identità narrativa (Ricœur, 1983–1985; 1990), Ricœur ha sostenuto che l’essere umano si costituisce raccontandosi: l’intreccio (la mise en intrigue) è l’operazione con cui eventi dispersi e discordanti vengono legati in una vicenda seguibile, dotata di un prima e di un poi. Da qui la distinzione tra due sensi dell’identità: l’idem, la permanenza del carattere, ciò che rende una persona riconoscibile nel tempo; e l’ipse, la costanza di sé come promessa mantenuta, ciò che permette di rispondere di sé. La malattia mentale, in questa luce, non è solo un guasto di funzioni: è spesso una crisi dell’intreccio — una storia che non riesce più a proseguire.

Non a caso è il movimento del recovery a raccogliere clinicamente questa eredità. Nella formulazione fondativa di William Anthony (1993), il recovery non è assenza di sintomi ma un processo profondamente personale di ridefinizione di atteggiamenti, valori e ruoli: una vita degna di essere vissuta anche entro i limiti imposti dal disturbo. La sintesi empirica più solida di questa nozione, la rassegna di Leamy e colleghi (2011), ha isolato cinque processi ricorrenti — connessione, speranza, identità, significato, responsabilizzazione (l’acronimo inglese è CHIME) —, e non è un caso che due dei cinque, l’identità e il significato, siano categorie schiettamente narrative. Guarire, qui, vuol dire tornare a raccontarsi. Anche questo sguardo, però, ha il suo rovescio: dove la fenomenologia rischia di irrigidire, la narrazione rischia di dissolvere — di sciogliere ciò che è condivisibile e strutturale nell’aneddoto irripetibile, e di perdere la grammatica che sola rende una storia leggibile.

  1. Il perno: Ricœur e il tempo spezzato

Le due tradizioni non sono destinate a ignorarsi, e il loro punto di sutura ha un nome, ancora Ricœur. La sua tesi decisiva è che la narrazione non si aggiunge dall’esterno all’esperienza del tempo, ma ne è la configurazione propriamente umana: l’intreccio prende la discordanza del tempo vissuto — la tensione perenne tra ciò che permane e ciò che si disperde — e la ordina in una vicenda che si può seguire. È il ponte esatto tra la mappa e il viaggio. La fenomenologia descrive la struttura del tempo vissuto che la malattia spezza; la narrazione è il lavoro con cui quel tempo spezzato viene ri-configurato in una storia abitabile.

Le due descrizioni, allora, si saldano invece di elidersi. Quando Fuchs (2013) mostra la melanconia come un tempo che si coagula e la schizofrenia come un tempo che si frammenta in un «adesso, adesso, adesso» senza legame, sta descrivendo, in termini di struttura, esattamente ciò che sul piano biografico appare come una storia che non può più comporsi: il futuro che non si apre, il presente che non trattiene, il filo che si spezza. Non a caso è un fenomenologo italiano ad aver dato a questo passaggio la sua formula più limpida. Eugenio Borgna ha fatto della speranza un tema clinico e non consolatorio: l’attesa e la speranza come il riaprirsi di un tempo che la sofferenza aveva chiuso, il futuro che torna a offrirsi come possibilità (Borgna, 2005). È esattamente il punto di sutura: dove la fenomenologia descrive la struttura del tempo che si è chiuso, la speranza — e la storia che essa rende di nuovo raccontabile — è il tempo che torna ad aprirsi. La mappa segnala dove la strada è interrotta; il viaggio è il cammino, faticoso e non garantito, con cui si prova ad attraversare l’interruzione.

  1. Alla prova della clinica

Che cosa accade quando le due si incontrano davvero? Un esempio recente e istruttivo è la rassegna dal basso sull’esperienza vissuta della psicosi curata da Fusar-Poli, Estradé, Stanghellini e colleghi (2022), scritta insieme a esperti per esperienza e ad accademici. Non è una tassonomia pura di strutture, e non è la singola autobiografia di un paziente: è la loro trama. Le invarianti fenomenologiche — le alterazioni del sé, del tempo, del corpo — vi compaiono restituite nella prima persona di chi le vive, e le voci singolari vi trovano una grammatica che le rende comunicabili e comparabili. È, in piccolo, il modello di ciò che si può fare: tenere insieme la mappa e il viaggio senza sacrificare né il rigore né la voce.

La tradizione italiana offre, di questo intreccio, anche una pratica clinica e non solo una teoria. Gilberto Di Petta ha portato la fenomenologia dentro i luoghi meno accademici della cura — i servizi per le dipendenze, la doppia diagnosi —, mostrando come il «mondo tossicomane» abbia insieme una struttura descrivibile, un tempo e uno spazio e un corpo vissuti in modo peculiare, e una storia singolare che solo l’incontro fa affiorare (Di Petta, 2004). È la lezione che Callieri riassumeva nell’idea dell’incontro come atto clinico centrale: non applicare una griglia, ma stare in una relazione in cui la struttura si lascia leggere attraverso la storia, e la storia trova nella struttura la propria grammatica.

Ma la clinica offre anche il caso in cui le due si separano, ed è il più istruttivo. È il limite che Jaspers aveva marcato: dove il delirio primario irrompe, o dove il pensiero si disgrega formalmente, la storia si spezza fino a non essere più raccontabile, e il tentativo narrativo urta contro un muro. Qui la narrazione, da sola, fallisce; e resta soltanto la struttura — la mappa di un’esperienza che non si lascia seguire come racconto, ma che può ancora essere descritta nella sua forma. È la ragione ultima per cui i due sguardi sono entrambi necessari: ciascuno vede dove l’altro è cieco. La fenomenologia continua a descrivere là dove la storia ammutolisce; la narrazione restituisce il senso là dove la struttura, da sola, sarebbe muta.

  1. Le due reificazioni simmetriche

Se c’è un pericolo che accomuna le due tradizioni, è quello che la miglior psichiatria chiama reificazione: prendere per definitivo ciò che era vivo e mobile. E il punto — raramente detto — è che fenomenologia e narrazione vi cadono in modi opposti e speculari.

La fenomenologia reifica congelando. La struttura, nata per cogliere la forma di un’esperienza, può indurirsi in un tipo, e il tipo in un destino: la persona non è più qualcuno che attraversa un’alterazione dell’ipseità, ma è un disturbo dell’ipseità, fissato in una nuova essenza altrettanto immobile della vecchia etichetta nosografica. La narrazione reifica consolando. La storia di guarigione, nata per restituire voce, può irrigidirsi in copione: un arco redentivo che il paziente è tenuto a recitare, una speranza prescritta che diventa a sua volta un dovere. Non è un timore astratto: la stessa letteratura sul recovery ha messo in guardia contro il rischio di convertire l’attenzione all’esperienza soggettiva in una retorica normativa, misurabile e imposta (Callard, 2012). Ciascun approccio, spinto all’assoluto, tradisce la persona nel verso opposto: la mappa la inchioda a un luogo, il viaggio le detta la meta. E la persona non è né un tipo strutturale né una storia ben congegnata.

  1. Limiti di questa rassegna

Questa rassegna ha i limiti della propria forma e della propria tesi. Ha selezionato attorno a un’idea — la distinzione fra struttura e storia — le fonti che di quella distinzione sono gli ancoraggi più saldi, lasciando in ombra un’immensa letteratura affine. La contrapposizione stessa fra fenomenologia e narrazione è un’astrazione euristica: nella pratica clinica, e negli autori migliori, le due si intrecciano di continuo, e chi le tratta come due caselle nette semplifica ciò che è poroso. Infine, per necessità espositiva, la schizofrenia e la depressione — i casi paradigmatici della tradizione fenomenologica — hanno qui un rilievo maggiore di altre condizioni, che una trattazione più ampia dovrebbe includere.

  1. Conclusioni

Alla fine restano la mappa e il viaggio, e la tentazione di sceglierne uno. È una tentazione da respingere. La fenomenologia dà alla psichiatria la grammatica delle strutture — condivisibile, insegnabile, verificabile —; la narrazione le dà la vita singolare in cui quella struttura viene sofferta. Nessuna delle due è dispensabile; nessuna, da sola, è sufficiente. Trattarle come sinonimi le indebolisce entrambe; tenerle distinte e insieme, come due mani, è la sola posizione onesta.

E oltre entrambe — oltre la mappa che fissa e il viaggio che prescrive — sta ciò che nessuno dei due sguardi contiene: la persona, sempre più della sua struttura e più della sua storia. È quella che, al limite segnato da Jaspers, possiamo talvolta non riuscire a comprendere, e che dobbiamo comunque accompagnare. Una psichiatria matura non chiede alla soggettività di ridursi a una forma né di piegarsi a un racconto edificante. Le chiede, più modestamente, di essere ascoltata due volte: una volta come struttura, una volta come storia, e sempre come qualcuno che eccede entrambe.

Riferimenti bibliografici

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