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Non è un raptus: la psicologia dell’autore di femminicidio (2010–2025)

8 Lug 26

Riassunto

Premesse. Il femminicidio — l’uccisione di una donna da parte di un partner o ex partner — è ancora raccontato, nei media e talvolta nelle aule di giustizia, come «raptus» o «delitto passionale». La ricerca degli ultimi quindici anni smentisce questa narrazione alla radice.

Obiettivi. Delineare criticamente ciò che la letteratura clinica, forense e criminologica dice davvero della psicologia dell’autore, distinguendo il fondato dal presunto e collocando il profilo psicopatologico nel suo giusto peso.

Metodi. Ricognizione critica della letteratura internazionale e italiana, ancorata alle fonti primarie verificate.

Risultati. Il femminicidio è raramente impulsivo: nella maggior parte dei casi è l’esito di una traiettoria di controllo coercitivo, con fattori di rischio identificabili — minacce di morte, accesso alle armi, stalking, strangolamento, separazione da un partner controllante. Non esiste una «personalità del femminicida»: i tratti del cluster B sono sovrarappresentati ma né necessari né sufficienti, e la maggioranza degli autori non è gravemente malata.

Conclusioni. Il femminicidio ha una psicologia, ma non è principalmente una psicopatologia. Comprendere la traiettoria dell’autore serve alla prevenzione, non alla sua discolpa; sovra-psichiatrizzarlo lo assolve, ignorare il controllo coercitivo lo lascia uccidere.

Parole chiave: femminicidio, omicidio del partner, controllo coercitivo, valutazione del rischio, gelosia patologica, disturbi di personalità, femminicidio-suicidio, prevenzione.

Abstract

Background. Femicide — the killing of a woman by a partner or ex-partner — is still narrated, in the media and sometimes in courtrooms, as a “raptus” or “crime of passion”. Research over the past fifteen years refutes this narrative at its root.

Objectives. To outline critically what the clinical, forensic and criminological literature actually says about the perpetrator’s psychology, distinguishing the established from the presumed and placing the psychopathological profile at its proper weight.

Methods. Critical survey of the international and Italian literature, anchored to verified primary sources.

Results. Femicide is rarely impulsive: in most cases it is the endpoint of a trajectory of coercive control, with identifiable risk factors — threats to kill, access to firearms, stalking, strangulation, estrangement from a controlling partner. There is no “femicide personality”: cluster B traits are overrepresented but neither necessary nor sufficient, and most perpetrators are not severely ill.

Conclusions. Femicide has a psychology, but it is not primarily a psychopathology. Understanding the perpetrator’s trajectory serves prevention, not his exculpation; over-psychiatrizing him excuses him, ignoring coercive control lets him kill.

Keywords: femicide, intimate partner homicide, coercive control, risk assessment, pathological jealousy, personality disorders, homicide-suicide, prevention.

  1. Introduzione: la parola sbagliata

Quando una donna viene uccisa dal partner, la prima parola che circola è quasi sempre la stessa: «raptus». Il termine, che la psichiatria ha da tempo abbandonato, sopravvive nel linguaggio comune e giudiziario per descrivere un’esplosione improvvisa, cieca, incontrollabile: un uomo altrimenti «normale» che, in un istante di follia, perde la testa. È una parola rassicurante, perché fa dell’omicidio un incidente della passione anziché il prodotto di una storia; ed è, per questo, doppiamente pericolosa. La ricerca clinica, forense e criminologica degli ultimi quindici anni l’ha smentita in modo così netto da renderne l’uso, oggi, non solo impreciso ma dannoso.

Nella grande maggioranza dei casi il femminicidio non è un raptus. È l’atto finale di una traiettoria, spesso lunga anni, fatta di controllo, isolamento, sorveglianza, minacce; è preceduto da segnali riconoscibili; e diventa più probabile proprio nel momento in cui la donna tenta di andarsene. Questa è la tesi che la rassegna intende documentare, insieme a una seconda, complementare e meno intuitiva: che l’autore di femminicidio ha una psicologia, ma non è, se non in una minoranza di casi, un malato di mente. Tenere insieme le due affermazioni — il femminicidio non è imprevedibile, e non è riducibile a una diagnosi — è la condizione per non cadere nei due errori speculari che attraversano il dibattito: il mito del raptus, che nega la storia, e la sovra-psichiatrizzazione, che la sostituisce con un’etichetta e, così facendo, rischia di discolpare l’autore e di ignorare i segnali che avrebbero potuto salvare la vittima. Comprendere non è giustificare; ma la sola condanna, senza comprensione della dinamica, non ha mai prevenuto un solo omicidio.

  1. Che cosa dicono i numeri

La prima cosa che i dati stabiliscono è un’asimmetria. Una revisione sistematica globale ha stimato che circa un omicidio ogni sette, nel mondo, sia commesso da un partner intimo; ma la disaggregazione per sesso rivela il cuore del fenomeno: i partner commettono circa il trentotto per cento degli omicidi di donne e soltanto il sei per cento di quelli di uomini (Stöckl et al., 2013). Non si tratta, dunque, di violenza «reciproca» o «simmetrica»: l’omicidio del partner è in misura schiacciante un fenomeno di uomini che uccidono donne, e questo dato — non un giudizio ideologico, ma un fatto epidemiologico — è il punto di partenza di ogni analisi seria.

In Europa, dove i tassi di omicidio femminile sono complessivamente bassi, la quota commessa da partner o ex partner è proporzionalmente alta, e in Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Francia rappresenta una porzione cospicua di tutti gli omicidi di donne (Corradi & Stöckl, 2014). È un dato che ridimensiona l’immagine dello «straniero pericoloso»: il luogo più rischioso per una donna, statisticamente, non è la strada buia ma la propria casa, e il pericolo più grande non è lo sconosciuto ma l’uomo che dice di amarla. La ricerca ha inoltre chiarito che l’andamento dell’omicidio di partner declina più lentamente di altre forme di omicidio, segno che le politiche generali di sicurezza incidono poco su una violenza che ha radici specifiche, relazionali e culturali.

  1. Non è un raptus: la traiettoria del controllo coercitivo

Il concetto che ha rivoluzionato la comprensione del fenomeno è quello di controllo coercitivo, formulato dal sociologo e forense Evan Stark (2007). Stark ha spostato l’attenzione dall’episodio violento — il colpo, lo schiaffo — all’intero sistema relazionale che lo contiene: una strategia di dominio fatta di isolamento dalla rete sociale, sorveglianza degli spostamenti e delle comunicazioni, microregolazione della vita quotidiana, umiliazione sistematica, alternata a fasi di riconciliazione. In questa cornice la violenza fisica è solo uno degli strumenti, e non sempre il principale; il fine è privare la donna della sua autonomia, ridurne progressivamente lo «spazio d’azione». Il femminicidio, in questa prospettiva, non è il fallimento del controllo ma il suo compimento estremo: l’atto con cui l’uomo, di fronte alla perdita del dominio, distrugge l’oggetto che non riesce più a possedere.

Questa lettura ha un solido fondamento empirico. Lo studio caso-controllo più citato del campo, condotto in undici città statunitensi confrontando i casi di femminicidio con donne maltrattate ma sopravvissute, ha identificato i fattori che aumentano il rischio di esito letale: l’accesso dell’autore a un’arma da fuoco, una precedente minaccia con un’arma, la separazione — soprattutto da un partner controllante —, e, sul piano dell’evento, il fatto che la vittima avesse lasciato l’uomo per un altro; a questi si aggiungono lo stalking, la violenza sessuale, i maltrattamenti in gravidanza e le minacce di morte (Campbell et al., 2003). L’analisi qualitativa dei casi europei ha confermato la presenza di indicatori di controllo coercitivo — restrizione, isolamento, sorveglianza, violenza — in circa l’ottantacinque per cento dei femminicidi (Corradi & Stöckl, 2014). Il quadro che ne emerge è l’opposto del raptus: una condotta che si costruisce nel tempo e culmina, con una certa prevedibilità, attorno al momento della separazione.

Un dato recente impone tuttavia una cautela che la vulgata omette. In uno studio australiano su uomini condannati per l’omicidio della partner, circa la metà non aveva commesso alcuna aggressione fisica o sessuale documentata nell’anno precedente (Johnson et al., 2019). Ciò non smentisce la centralità del controllo coercitivo — anzi la rafforza —, ma avverte che la valutazione del rischio non può fondarsi soltanto sui segni fisici della violenza: esistono traiettorie di dominio psicologico che uccidono senza aver mai lasciato un livido, e che i sistemi centrati sul «pronto soccorso» dei maltrattamenti visibili non riescono a intercettare.

  1. Il profilo psicologico: molto meno di quanto si crede

Qui è necessaria un’onestà che la pubblicistica raramente concede. Non esiste una «personalità del femminicida»: nessun profilo psicologico o psichiatrico consente di identificare, in anticipo e sul singolo, chi commetterà l’atto. La letteratura sui tratti di personalità degli autori è in larga parte retrospettiva, fondata su fascicoli giudiziari e perizie post factum, e sconta il bias sistematico di chi cerca la patologia dopo aver conosciuto l’esito. Da questi studi emerge, è vero, una sovrarappresentazione dei tratti del cluster B — narcisistici, antisociali, borderline — e delle loro combinazioni; ma questi tratti non sono né necessari né sufficienti, e la maggioranza degli autori di femminicidio non soddisfa i criteri per un disturbo mentale grave che spieghi, o tanto meno scusi, l’atto.

Le letture psicodinamiche — il femminicidio come collasso narcisistico di fronte all’abbandono, la partner vissuta non come soggetto autonomo ma come estensione del Sé minacciato — hanno un indubbio valore ermeneutico e colgono qualcosa di reale della clinica del possesso; ma vanno riconosciute per ciò che sono: ipotesi interpretative, non reperti empirici, e non vanno spacciate per spiegazioni causali dimostrate. Il rischio della sovra-psichiatrizzazione è duplice e concreto. Sul piano forense, l’etichetta di malattia può diventare la premessa di un’attenuante — il «era malato» che riecheggia il «raptus» —, spostando la responsabilità dall’uomo alla sua psiche. Sul piano preventivo, cercare la spiegazione nella diagnosi distoglie dall’unico terreno su cui la prevenzione ha davvero presa: la condotta osservabile, la storia di controllo, i segnali di rischio. Il femminicidio si previene guardando ciò che l’uomo fa, non ciò che ha nella psiche.

  1. Gelosia, possesso, separazione

Se un filo psicologico attraversa la maggior parte dei casi, non è la malattia ma il possesso. La gelosia patologica — il pensiero ossessivo e sospettoso che trasforma ogni gesto della partner in un indizio di tradimento, spesso senza alcun fondamento — è un tratto ricorrente, e nei casi più gravi assume la forma di una vera ideazione delirante. Ad essa si accompagna ciò che la criminologia evoluzionista ha chiamato «senso di proprietà sessuale» maschile: la rappresentazione della donna come bene da controllare, la cui autonomia è vissuta come furto (Wilson & Daly, 1993). L’approccio evoluzionista che legge la gelosia e il controllo come strategie adattive (Buss & Duntley, 2011) ha il merito di spiegare la ricorrenza trans-culturale del fenomeno, ma va maneggiato con estrema cautela, perché rischia di naturalizzare la violenza, di farne un istinto anziché una scelta, e di oscurarne le radici culturali e relazionali.

Il momento più pericoloso, su questo la letteratura è concorde, è la separazione. È quando la donna se ne va — o annuncia di volerlo fare — che il rischio letale raggiunge il picco (Campbell et al., 2003), perché è allora che il controllo, fondamento dell’identità relazionale dell’autore, crolla. La retorica del «non poteva vivere senza di lei» rovescia la realtà: non è l’amore a non sopportare la perdita, ma il dominio. È la differenza fra «non posso vivere senza di te» e «non posso vivere se non ti possiedo»; e riconoscerla è il primo passo per smettere di leggere il femminicidio come una storia d’amore finita male.

  1. Sostanze e neurobiologia, con cautela

Due ambiti sono spesso invocati per spiegare — e talvolta per attenuare — la violenza letale: l’uso di sostanze e la neurobiologia. Su entrambi conviene la sobrietà. L’alcol è la sostanza più frequentemente associata agli episodi di violenza domestica, e agisce da disinibitore, abbassando la soglia dell’aggressività; ma il legame è di facilitazione, non di causa: l’alcol non crea il controllore, semmai gli toglie i freni, e l’intossicazione invocata come attenuante è spesso, nei fatti, una giustificazione a posteriori. Le cifre precise sulla percentuale di autori intossicati al momento del fatto variano ampiamente fra gli studi e vanno riportate con prudenza, non come dati consolidati.

Sul versante neurobiologico, la ricerca ha documentato, negli individui con condotte aggressive ricorrenti, alterazioni del circuito fronto-limbico associate alla disregolazione emotiva e all’impulsività. Sono reperti reali, ma vanno letti con le stesse cautele valide per ogni neuroimaging del comportamento: hanno valore di gruppo, non individuale, non sono specifici del femminicidio — li si ritrova nell’antisocialità in generale — e non autorizzano alcuna lettura deterministica. Non esiste, e va detto con nettezza, un «cervello del femminicida». Additare l’amigdala o la serotonina come causa dell’omicidio è, ancora una volta, una versione neuroscientifica del raptus: sposta la responsabilità su un organo e cancella la storia e la scelta.

  1. Femminicidio-suicidio e attaccamento

Una quota rilevante di femminicidi si conclude con il suicidio dell’autore, configurando il fenomeno dell’omicidio-suicidio. Questi casi presentano un profilo in parte distinto: gli autori sono più spesso uomini di età più avanzata, con una relazione vissuta come insostituibile, spesso privi di precedenti penali e apparentemente «normali», ma con un assetto affettivo dipendente e fusionale (Marzano et al., 2016; Liem & Koenraadt, 2018). Le teorie dell’attaccamento offrono una chiave utile: la partner è investita come figura di attaccamento primaria e insostituibile, e la sua perdita attiva angosce di annientamento, in un legame che oscilla fra idealizzazione e terrore dell’abbandono (Bartholomew & Horowitz, 1991).

È in questi casi che ricorre la narrazione più insidiosa — quella dell’omicidio come «gesto d’amore», del «non lasciarla a nessun altro», della riunificazione post mortem evocata in certe lettere d’addio. Va detto con chiarezza che questa è la costruzione mentale dell’autore, non una verità clinica: descrive la dinamica psichica di chi uccide, non la natura dell’atto, che resta un omicidio seguito da un suicidio, non un patto d’amore. Riconoscere questa fantasia serve alla prevenzione — perché le minacce di suicidio dell’autore, in un contesto di gelosia e possesso, sono un segnale di rischio letale per la partner, non un fatto privato —, non a nobilitare il delitto.

  1. Valutare il rischio, prevenire

Se il femminicidio ha una traiettoria e dei fattori di rischio, allora è, in linea di principio, prevedibile e prevenibile: è la conseguenza operativa più importante di tutta la letteratura. Su questa base sono stati sviluppati strumenti strutturati di valutazione del rischio — la Danger Assessment di Campbell, la Spousal Assault Risk Assessment di Kropp e Hart (2000), i protocolli di lethality assessment — che traducono i fattori empirici in indicatori operativi per clinici, forze dell’ordine e servizi. La ricerca mostra che integrare in questi strumenti gli indicatori di controllo coercitivo, e non solo la violenza fisica, ne migliora l’accuratezza (Corradi & Stöckl, 2014), coerentemente con l’avvertenza che molti autori uccidono senza una storia di aggressioni visibili.

Sul piano del trattamento, i programmi per uomini autori di violenza — di matrice cognitivo-comportamentale o di responsabilizzazione, sul modello di Duluth — hanno mostrato risultati modesti e diseguali, con alta resistenza al cambiamento e con l’inconveniente che la partecipazione volontaria attrae i soggetti meno pericolosi. La prevenzione più promettente è, come sempre, quella primaria e culturale: l’educazione affettiva, la decostruzione dei modelli di mascolinità fondati sul dominio, il superamento della retorica romantica del possesso. In Italia, il quadro normativo si è progressivamente allineato agli standard internazionali con la ratifica della Convenzione di Istanbul (Consiglio d’Europa, 2011) e con la successiva legislazione contro la violenza di genere; ma, come altrove, la distanza fra le norme e la loro applicazione territoriale resta il vero terreno della prevenzione, insieme al riconoscimento precoce dei segnali — minacce, stalking, isolamento, gelosia estrema — che troppo spesso vengono visti solo a cose fatte.

  1. Limiti e conclusioni

Questa è una ricognizione critica selettiva, non una revisione sistematica: ha scelto i nodi che meglio illuminano la psicologia dell’autore, lasciando in ombra territori estesi, dalle differenze trans-culturali di dettaglio ai profili delle rare autrici di omicidio del partner. Ne condivide i limiti, a cominciare dalla natura retrospettiva e giudiziaria di gran parte dei dati, che descrivono gli autori dopo l’atto e faticano a cogliere le traiettorie prima che si compiano.

Ma la conclusione può essere netta, e sta nel rifiuto di due comodità speculari. La prima è il mito del raptus, che fa del femminicidio un incidente della passione e cancella la storia di controllo che lo precede: è falso, ed è pericoloso, perché rende invisibili i segnali che avrebbero potuto salvare una vita. La seconda è la sovra-psichiatrizzazione, che riduce l’autore a una diagnosi e, così, rischia di discolparlo e di distogliere lo sguardo dalla sua condotta: il femminicidio ha una psicologia — del possesso, della gelosia, dell’attaccamento fusionale —, ma non è, se non in una minoranza di casi, una malattia. Fra questi due errori la posizione matura è una sola: leggere il femminicidio come l’esito di una traiettoria relazionale e sociale, non di un istante di follia né di un cervello malato; comprenderne l’autore per prevenirne l’atto, senza mai confondere la comprensione con la giustificazione. Perché dietro ogni femminicidio, prima di un profilo e di una diagnosi, c’è una donna che una traiettoria riconoscibile ha condotto alla morte — e riconoscerla per tempo è, ancora, l’unico modo per fermarla.

 

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2 Commenti

  1. Giorgio Paoluzzi Tomada

    Mi pare molto interessante ed esaustivo. molto utile per inquadrare la problematica tenendo in conto i vari punti di vista.

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    • Redazione Psychiatry On Line Italia

      da diffondere dunque.. diffusamente e capillarmente…

      Rispondi

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