Abstract
Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) non è una sindrome “moderna”, ma un disturbo del neurosviluppo con radici antiche, oggi riconosciuto per il suo impatto significativo lungo tutto l’arco della vita. Stefano Vicari analizza le traiettorie evolutive di questa condizione, sfatando i pregiudizi sull’uso dei farmaci e sottolineando l’importanza cruciale della diagnosi precoce per prevenire esiti infausti in età adulta, come le condotte antisociali e l’abuso di sostanze.
Un disturbo antico per una sfida moderna
Sebbene il termine ADHD sia relativamente recente nella nosografia psichiatrica, le descrizioni cliniche di bambini irrequieti e impulsivi risalgono alla fine del Settecento. L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo, una condizione cioè che accompagna la crescita dell’individuo e che, contrariamente a quanto si pensava in passato, spesso prosegue in età adulta. Non parliamo di semplice “vivacità”, ma di situazioni in cui l’iperattività e la disattenzione sono talmente marcate da creare un grave impedimento funzionale nella vita scolastica, sociale e familiare del bambino.
L’evoluzione dei sintomi nel corso dello sviluppo
Le manifestazioni dell’ADHD cambiano profondamente con l’età. Nel bambino in età prescolare predomina l’iperattività motoria e un’impulsività spesso associata a una marcata disregolazione emotiva; sono i bambini che “non stanno fermi un minuto” e che faticano a gestire le frustrazioni. Crescendo, l’iperattività tende a ridursi, lasciando il posto a una predominante difficoltà di attenzione e a una possibile strutturazione di comportamenti oppositivo-provocatori. Negli adolescenti e negli adulti, il disturbo può evolvere in irritabilità, instabilità dell’umore e, se non trattato, in condotte a rischio come l’abuso di sostanze o comportamenti antisociali. La comorbidità è la regola: nel 70-80% dei casi l’ADHD si associa a disturbi dell’apprendimento, disturbi ossessivo-compulsivi o disturbi del comportamento.
La terapia: tra psicoeducazione e farmacologia
La gestione dell’ADHD deve seguire linee guida rigorose. Nelle forme lievi, l’approccio di prima scelta è il parent training — un sostegno alla genitorialità per favorire il rispetto delle regole — associato alla terapia cognitivo-comportamentale individuale per il bambino. Tuttavia, nelle forme gravi, dove la disabilità sociale e cognitiva è marcata, il farmaco rimane la scelta d’elezione. In Italia disponiamo principalmente del metilfenidato, un farmaco estremamente efficace (con tassi di successo superiori al 70%) e sicuro, i cui rari effetti collaterali (come l’impatto sul sonno o sull’appetito) sono transitori e controllabili. È paradossale notare come vi sia ancora resistenza nel prescrivere il metilfenidato, mentre talvolta si ricorre con troppa leggerezza ad antipsicotici di seconda generazione, che hanno profili di rischio ben superiori.
L’importanza della diagnosi precoce per l’adulto di domani
Non trattare correttamente un bambino con ADHD significa esporlo a un alto rischio di evoluzione negativa. Molti dei disturbi di personalità antisociale o dei casi di abuso di sostanze che gli psichiatri vedono negli adulti sono, in realtà, forme di ADHD mai riconosciute né curate. Una diagnosi tempestiva non serve solo a migliorare la qualità della vita del bambino e della sua famiglia — riducendo quel vissuto di rifiuto sociale che spesso accompagna questi piccoli pazienti — ma è l’unico strumento reale per prevenire la cronicizzazione e la deriva verso patologie più gravi in età adulta.
Conclusione: una barbarie da sconfiggere
È necessario denunciare una vera e propria barbarie del nostro sistema: la sproporzione di risorse tra la psichiatria degli adulti e la neuropsichiatria infantile, con un rapporto che arriva a 10 a 1. Intere aree del Paese sono sguarnite di servizi per gli esordi, incoraggiando di fatto la cronicizzazione dei disturbi. La diagnosi precoce in psichiatria, come in ogni altra branca della medicina, è l’unica strada percorribile. Superare le barriere anagrafiche dei 18 anni e costruire un percorso di cura fluido e continuativo tra neuropsichiatria e psichiatria degli adulti è un obbligo etico e clinico a cui non possiamo più sottrarci.
![]()







0 commenti