Abstract
Il bullismo, oggi declinato anche nelle insidiose forme digitali del cyberbullismo, rappresenta un’esperienza traumatica capace di incidere profondamente sullo sviluppo psichico di bambini e adolescenti. Stefano Vicari analizza le dinamiche tra vittima e carnefice, sottolineando come la prevenzione non possa limitarsi allo specialismo ma debba coinvolgere l’intera rete educativa. In questo intervento, l’autore esplora l’importanza di educare alla richiesta d’aiuto e le gravi carenze assistenziali che costringono le famiglie verso un sistema sempre più privatizzato.
Una sfida di attualità: dal bullismo al cyberbullismo
Sebbene il bullismo sia un fenomeno che ha accompagnato le generazioni passate, oggi esso assume connotazioni nuove e più pervasive. Non è possibile parlare di bullismo senza accennare al cyberbullismo: forme di violenza meno esplicite ma costanti, che corrono lungo la rete e non concedono tregua alla vittima. Il bullismo va considerato un’esperienza negativa in grado di impattare fortemente sulla salute mentale, agendo su una vulnerabilità biologica preesistente. Sappiamo con certezza che essere bullizzati espone i bambini a un rischio elevato di sviluppare disturbi mentali, in particolare ansia, fobia sociale e forme di depressione, quadri clinici oggi in fortissima crescita tra i giovanissimi.
Educare alla resilienza e alla richiesta d’aiuto
Che cosa si può fare quando un bambino è vittima di bullismo? Il primo passo fondamentale è educare i bambini alla possibilità di chiedere aiuto. La richiesta d’aiuto è un atto di resilienza, ma per manifestarsi necessita di strumenti di conoscenza di sé e della capacità di affrontare emozioni negative. I bambini devono sapere che se qualcuno fa loro del male, non devono aver paura di confidarsi. In questo, il ruolo delle agenzie educative è centrale: i genitori e gli insegnanti devono essere presenze fisiche ed emotive costanti. Purtroppo, il nostro modello economico costringe spesso le figure adulte a essere assenti, rendendo ancora più vitale il ruolo della scuola non solo come luogo di formazione, ma come comunità educante capace di intercettare il disagio.
Il profilo del bullo: tra sofferenza e comportamento antisociale
È altrettanto importante volgere lo sguardo alle caratteristiche del “carnefice”. Non tutti i cattivi sono necessariamente “matti”, ma dietro un comportamento aggressivo si nasconde spesso una sofferenza psicologica disadattiva. Il bullismo può essere un’aggressività impulsiva e reattiva, oppure pianificata e “fredda”. Talvolta, dietro il bullo si cela un disturbo del neurosviluppo non riconosciuto, come l’ADHD, che se non trattato precocemente può evolvere verso disturbi della condotta e, in età adulta, verso un disturbo antisociale di personalità. Intervenire tempestivamente sul bullo significa non solo fermare la violenza immediata, ma cercare di modificare un destino psichico che rischia di cristallizzarsi in forme di criminalità o marginalità sociale.
La crisi del sistema e la necessità di una rete sociale
Affrontare il bullismo richiede la costruzione di una rete che vada oltre lo specialismo psichiatrico. Si tratta di un problema complesso che coinvolge la famiglia, la scuola e le reti sociali di quartiere. Mentre il sistema sanitario per gli adulti garantisce ancora una certa offerta, la neuropsichiatria infantile in Italia è in uno stato critico: intere regioni sono prive di reparti per acuti e l’assistenza territoriale è drammaticamente sguarnita, con un rapporto di risorse rispetto agli adulti di circa 1 a 10. Questa carenza spinge le famiglie verso una privatizzazione forzata delle cure, lasciando i più fragili senza supporto proprio laddove il tessuto sociale (oratori, gruppi scout, comunità di quartiere) si è progressivamente sfaldato.
Conclusione: la responsabilità digitale dei genitori
In un mondo dove i ragazzi hanno spesso come unico riferimento i social media, la responsabilità dei genitori nell’avviare i figli all’uso della rete è enorme. Consegnare un cellulare con accesso illimitato a un bambino piccolo significa esporlo a pericoli di cui spesso non si è consapevoli. La prevenzione del bullismo e del cyberbullismo inizia dalla ricostruzione di una comunità affettiva ed educativa solida, capace di promuovere la cultura del sapere e della socialità positiva, contrastando quel vuoto relazionale che è il terreno più fertile per la violenza e il maltrattamento tra coetanei.
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anche per questo tema bisogna che ci mettiamo a lavorare in rete perché per una serie di ragioni siamo disallielati.Credo che sia importante lavorare assieme non scaricando sulle famiglie il peso di responsabilità così complesse