Abstract
Il confine tra esperienza sensoriale e astrazione linguistica rappresenta una delle sfide più affascinanti per le neuroscienze contemporanee. Vittorio Gallese ribalta la prospettiva tradizionale, suggerendo che il pensiero non debba essere il punto di partenza, ma il punto d’arrivo di un processo radicato nell’esperienza corporea. Attraverso una critica al logocentrismo e ai modelli topologici riduzionisti, l’autore esplora come il linguaggio traduca un’esperienza sovrabbondante, concludendo che la vera “casa” del pensiero non sia un’area cerebrale isolata, ma la relazione stessa.
L’esperienza come fondamento del pensare
Per comprendere la natura del pensiero, è necessario spostare il fulcro dell’indagine verso il concetto di esperienza. Il pensiero, nella sua accezione comune, è spesso inteso come una modalità di rappresentazione linguistico-concettuale, ma esso rappresenta solo una possibile declinazione di qualcosa che avviene molto prima della parola. Questa precedenza è sia ontogenetica, nello sviluppo del bambino, sia filogenetica, nel percorso evolutivo della specie. Altri mammiferi hanno un’esperienza profonda di se stessi e del mondo pur in assenza di un dispositivo linguistico. Partire dal linguaggio per definire l’umano rischia di diventare un “assoluto ontologico” parziale, una visione univoca che ignora come l’essere senziente preceda temporalmente e logicamente l’essere parlante.
La magia della parola e la percezione della realtà
Il linguaggio possiede un potere straordinario: quello di rendere visibile l’invisibile. Un esempio emblematico è quello di un pattern visivo confuso in cui, solo dopo aver pronunciato il nome di un oggetto specifico, la figura emerge come per magia dallo sfondo. Questo fenomeno dimostra come la parola evochi una rappresentazione semantica che retroagisce sul sistema visivo, filtrando le informazioni e attivando memorie iconiche. Tuttavia, questo “potere magico” non deve trarre in inganno. Sebbene il linguaggio delimiti il campo semantico e faciliti la conoscenza attraverso l’atto del dare un nome alle cose, esso rimane la traduzione di un’esperienza che è intrinsecamente sovrabbondante e che “tracima” dai confini della parola stessa.
Oltre la frenologia moderna: la ricerca di una casa per il pensiero
La ricerca di una localizzazione topografica del pensiero ha radici antiche, dai tentativi dei frenologi dell’Ottocento alle moderne mappature cerebrali. Se oggi le aree del giudizio o della gelosia delineate dai pionieri del passato ci fanno sorridere, è probabile che tra cento anni si guarderà con lo stesso distacco a certe cartografie odierne. Esiste una sorta di “follia epistemologica” nel cercare una corrispondenza biunivoca tra un pensiero e un neurone. Sebbene le lesioni cerebrali possano dirci molto sulla probabilità di perdere specifiche funzioni linguistiche, i circuiti cerebrali che si occupano della semantica del linguaggio sono gli stessi che processano il senso del gesto, del movimento e della sensazione tattile, confermando che il pensiero abita l’intero corpo e non solo un modulo isolato.
Il pensiero come incarnazione della relazione
Identificare il pensiero esclusivamente con aree cerebrali come quelle della fonologia o della semantica è un tentativo lodevole ma ineludibilmente limitato. Le neuroscienze dimostrano che quando leggiamo metafore tattili, come definire una persona “untuosa” o “ruvida”, si attivano le medesime aree deputate al tatto. Questo suggerisce che il pensiero sia un’esperienza incarnata (embodied) che non può essere scissa dalla sua base somatica e sensoriale. In ultima analisi, se dovessimo abbandonare le mappe anatomiche per cercare una localizzazione metaforica ma reale, dovremmo ammettere che la vera dimora del pensiero non è racchiusa dentro il cranio, ma si genera e si sviluppa nello spazio dell’incontro con l’altro.
Conclusione: la casa del pensiero è la relazione
Il lungo cammino dell’umanità, dalle rappresentazioni rupestri nelle caverne alle moderne teorie neuroscientifiche, testimonia il nostro incessante bisogno di interrogarci su ciò che ci rende esseri pensanti. Tuttavia, la risposta non può essere ridotta a un dato biologico statico. Il pensiero è un’architettura complessa costruita su mattoni universali, ma la sua forma finale dipende dalla capacità dell’individuo di connettersi con il mondo esterno e con i propri simili. In questo senso, la casa del pensiero non è un luogo fisico, ma è la relazione stessa: un processo dinamico che trasforma l’esperienza in senso, permettendoci di abitare non solo il mondo dei fatti, ma anche quello delle idee e della condivisione umana.
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il pensiero cosciente non “abita” metaforicamente (letteralmente: non e’ correlato a) l’ intero corpo, ma solo il cervello o piu’ probabilmente solo certe parti (corteccia, talamo, nuclei della base … -?-), come dimostra il fatto che perdendo una gamba non si perde nulla del pensiero e della coscienza, perdendo le aree corticale del linguaggio si perde la possibilta’ di pensare linguisticamente, e di parlare.
il pensiero e l’ esperienza cosciente in generale non sono localizzati nel cervello, ove altro non si puo’ trovare che neuroni, sinapsi, assoni, potenziali d’ azione, ecc. (oltre ad altre strutture biologiche e processi fisiologici piu’ aspecifici): tutt’ altre cose che ragionamenti, fantasie, desideri, sentimenti, ecc. (anche se senza cervello ragionamenti, fantasie ecc. non possono realmente accadere, contro un dualismo “strettamente cartesiano” o ” interazionistico”; ma esiste anche -fra l’ altro- l’ epifenomenismo che correttamente non identifica neurofisiologia cerebrale e coscienza ma nemmeno pretende che realta’ extramateriali naturali interagiscano con la materia cerebrale, conformemente al principio di chiusura causale del mondo fisico).
La “casa del pensiero” e della coscienza in generale “non e’ un luogo fisico”, ma nemmeno e’ una relazione sociale (che pure e’ un’ altra conditio sine qua non dell’ accadere reale del pensiero stesso, a cio’ non meno necessaria della materia cerebrale).
Per risolvere il problema del rapporto materia-coscienza (o cervello-pensiero) e’ necessario compiere, per dirlo con Kant, una rivoluzione copernicana.
Consistente nel rendersi conto che non e’ il pensiero (ma piu’ in generale la coscienza) a trovarsi e a dover essere cercata nel cervello, ma invece sono i cervelli a trovarsi e a dover essere cercati nella coscienza (nelle coscienze* di chi li osservi, diverse dalle coscienze** dei “titolari” dei cervelli osservati).
Ma per questo e’ necessario evitare di ipostatizzare come “cose” o “sostanze” quei meri eventi o processi che sono (le percezioni coscienti de-) la materia e la mente:
“Esse est percipi” (Berkeley, e soprattutto Hume), che non significa necessariamente cadere nel soprannaturale (cui David Hume non credeva!), ed e’ perfettamente compatibile, non meno di qualsiasi materialismo, con un ineccepibile naturalismo (=chiusura causale del mondo fisico, negazione di qualsiasi interferenza da parte di enti od eventi sopra-, preter- o comunque extra- – naturali nel divenire del mondo biologico, perfettamente riducibile al mondo fisico-materiale).