Abstract
Il trattamento del paziente psichiatrico autore di reato rappresenta una delle sfide più critiche della psichiatria forense contemporanea. Liliana Lorettu analizza l’implosione del sistema dopo la chiusura degli OPG, esplorando le criticità delle REMS e il rischio di una “criminalizzazione” delle strutture terapeutiche. Attraverso una critica al concetto di controllo sociale delegato allo psichiatra, l’autrice sottolinea la necessità di una filiera di servizi differenziata che distingua tra cura sanitaria e misure trattamentali, per evitare che la psichiatria diventi, paradossalmente, un nuovo contenitore indifferenziato di devianza.
Il sistema del doppio binario e la pericolosità sociale
Il nostro ordinamento si fonda sul concetto di “doppio binario”: da un lato la pena per il reato commesso (aspetto retributivo), dall’altro la misura di sicurezza per l’autore del reato riconosciuto non imputabile, basata sulla pericolosità sociale. Quest’ultima è una categoria giuridica, non clinica, che impone allo psichiatra un compito complesso. Con il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, il legislatore ha individuato nelle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) la risposta principale. Tuttavia, le REMS sono nate come strutture sanitarie residuali, mentre oggi si trovano a fronteggiare liste d’attesa enormi e una pressione costante da parte dell’autorità giudiziaria, che spesso non trova alternative per la gestione di individui dichiarati pericolosi.
L’implosione delle strutture e il rubinetto sempre aperto
Il sistema attuale sta scricchiolando a causa di un “rubinetto sempre aperto” verso le direzioni sanitarie, spesso dovuto alla mancanza di altre strutture intermedie. Questo porta a un intasamento non solo delle REMS, ma anche delle comunità terapeutiche, che finiscono per accogliere persone con tratti antisociali o delinquenziali non adatti a quei contesti. Il risultato è una pericolosa alterazione del clima terapeutico: le comunità vengono criminalizzate e le risorse vengono sottratte ai pazienti con gravi psicopatologie che trarrebbero reale beneficio da quel tipo di assistenza. Persino i reparti ospedalieri di diagnosi e cura (SPDC) vengono spesso “contaminati” dalla presenza di individui inviati dall’autorità giudiziaria a lungo termine, trasformando l’ambiente ospedaliero in qualcosa di più simile a un contesto penitenziario.
La necessità di un mosaico di servizi differenziati
Il percorso degli autori di reato deve essere inteso come un mosaico fatto di molti tasselli, molti dei quali oggi mancanti. È fondamentale distinguere tra la gravità della condizione psicopatologica e quella dell’atto commesso. Un “matto che ruba una mela” deve essere affidato ai servizi territoriali, non al carcere. Per i reati più gravi, invece, mancano strutture specifiche, come quelle esistenti in altri paesi (Regno Unito o Canada), che siano orientate a misure socio-educative e trattamentali più che puramente sanitarie. La psichiatria non può essere l’unica risposta a ogni forma di devianza; occorre potenziare anche la psichiatria penitenziaria all’interno delle carceri, garantendo il diritto alla cura del detenuto senza necessariamente traghettarlo verso strutture esterne non idonee.
Il rifiuto del controllo sociale come mandato psichiatrico
Una delle criticità più allarmanti è il tentativo, più o meno esplicito, di restituire allo psichiatra un ruolo di controllo sociale. Si tratta di un “peccato originale” che la psichiatria moderna deve rifiutare con forza. La responsabilità del clinico risiede nella “posizione di garanzia” legata alla cura e alla relazione con il paziente, non nel controllo del comportamento o nella protezione sociale, compiti che appartengono ad altre istituzioni. Accettare strumenti di controllo sociale significherebbe snaturare il mestiere dello psichiatra, riportandolo a una funzione custodiale che non gli compete e che impedirebbe la creazione di una reale alleanza terapeutica.
Conclusione: fare il proprio mestiere senza deleghe improprie
La psichiatria non può e non deve diventare un’arca di Noè destinata a raccogliere ogni problematica che la società e il sistema giudiziario non sanno come gestire. Rivendicare il diritto di fare il proprio mestiere significa pretendere che lo Stato crei le alternative necessarie per la gestione della delinquenza e della devianza sociale. Solo un sistema differenziato, dove ogni tassello del mosaico funzioni correttamente, può garantire la tutela dell’individuo malato e, contemporaneamente, la sicurezza della società. La sfida è restare medici e terapeuti, evitando che la psichiatria venga ricacciata in quel ruolo di “polizia medica” da cui faticosamente si è affrancata.
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L’articolo della Collega Lorettu tocca punti nevralgici, ma resta il dubbio che la psichiatria forense continui a scontrarsi con un paradosso irrisolto. Dichiararsi ‘medici e non secondini’ è un atto di civiltà doveroso, ma rischia di diventare un alibi se non si affronta il realismo della gestione dell’aggressività priva di insight.
Il superamento degli OPG, pietra miliare del nostro sistema, ha però generato un ‘problema distribuito’: oggi la pericolosità sociale grava su strutture (REMS, Comunità, SPDC) che non hanno né il mandato né gli strumenti per gestirla. Il rischio è che, per non voler creare ‘manicomieti’, si finisca per ‘manicomializzare’ l’intera rete dei servizi territoriali, lasciando soli operatori e pazienti davanti a una violenza che la clinica, da sola, non sempre può contenere. Oltre la critica, serve una progettualità che accetti il realismo del limite clinico. Una proposta concreta potrebbe essere l’istituzione di micro-strutture intermedie ad alta protezione, che non siano né carceri né ospedali, ma luoghi di transito dove la sicurezza è garantita da personale formato, permettendo ai sanitari di curare senza l’onere della custodia. Dobbiamo differenziare i percorsi: la riabilitazione in comunità non può convivere con la gestione della pericolosità sociale acuta. Solo una filiera di servizi realmente stratificata può evitare l’implosione del sistema e la deriva verso nuovi ‘manicomieti’ sommersi