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Che cos’è la doppia diagnosi? La riflessione di Gilberto Di Petta

16 Apr 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Il concetto di “doppia diagnosi” — la coesistenza di un disturbo mentale e di una dipendenza da sostanze — è oggi al centro di una profonda revisione clinica e organizzativa. Gilberto Di Petta analizza l’obsolescenza di questo termine, nato in un contesto nosografico ormai superato, e denuncia le criticità di un sistema assistenziale italiano diviso tra Salute Mentale e SerD. Attraverso una riflessione sulla pervasività delle nuove sostanze attivanti e sul rischio di una “tripla diagnosi” che includa il deterioramento cognitivo, l’autore propone un cambio di paradigma: superare la frammentazione dei servizi per affrontare la complessità di un paziente che non è più “doppio”, ma portatore di un unico e drammatico disagio esistenziale.

Il fallimento di una categoria nosografica

Il termine “doppia diagnosi” è nato alla fine del secolo scorso, in un’epoca in cui il DSM utilizzava ancora il sistema multiassiale per separare i disturbi mentali dalle dipendenze. In Italia, questa distinzione ha generato una sorta di catastrofe organizzativa, creando due sistemi paralleli — la Salute Mentale e il sistema delle dipendenze (SerD) — che raramente riescono a dialogare in modo efficace. Il risultato è che il paziente “doppio” finisce per cadere nel vuoto tra i due sistemi, venendo spesso scaricato dall’uno all’altro. Oggi, di fronte a un uso massivo e pervasivo di sostanze, la distinzione tra matto classico e tossico classico non ha più ragione d’esistere: la clinica ci mette di fronte a un continuum dove le sostanze agiscono come potenti fattori slatentizzanti di sintomi psicotici e affettivi.

Sostanze attivanti e l’annullamento della volontà

Rispetto al passato, il panorama delle sostanze è radicalmente mutato. Se gli oppiacei tendevano a “coprire” i sintomi, le nuove droghe — dalla cannabis ad alta concentrazione agli stimolanti — hanno un’azione disinibente ed esplosiva. Mentre nel disturbo mentale classico il paziente vive spesso una condizione di passività e ritiro, nella patologia indotta da sostanze la volontà viene annullata ma il soggetto rimane muscolarmente attivo e incline all’agito violento. Questo fenomeno è estremamente pericoloso perché altera il clima terapeutico dei servizi e dei reparti (SPDC), introducendo regimi restrittivi che la psichiatria aveva faticosamente superato. La sostanza non solo pilota il comportamento, ma rende il soggetto impermeabile alle tradizionali terapie farmacologiche se non viene prima interrotta l’esposizione al tossico.

Il rischio della tripla diagnosi: la demenza giovanile

Una delle preoccupazioni più allarmanti per il futuro è l’emergere della “tripla diagnosi”, ovvero l’aggiunta del deterioramento cognitivo al quadro psichiatrico e tossicomanico. Le sostanze chimiche sintetiche, utilizzate in dosaggi elevati e in modo continuativo, hanno un’azione neurolesiva diretta che porta alla morte neuronale. Molti giovani pazienti rischiano di arrivare ai 40 anni con un quadro di demenza precoce, un esito neurologico che ricalca il percorso già noto dell’alcolismo cronico ma con tempi molto più accelerati. Questa disabilità cognitiva rappresenterà un carico assistenziale enorme per lo Stato e una sfida clinica inedita per gli specialisti, che dovranno farsi carico di persone prive di strumenti mentali minimi per il recupero.

Verso un trattamento comunitario obbligatorio

Di fronte a soggetti “revolving door” che entrano ed escano da carceri, pronto soccorso e reparti, è necessaria un’assunzione di responsabilità politica e clinica. Se la libertà è terapeutica per il malato mentale, per chi è sotto l’effetto di sostanze attivanti la libertà può diventare autodistruttiva e socialmente pericolosa. La proposta è quella di prevedere trattamenti comunitari obbligatori che fermino il soggetto prima che commetta reati gravi, allontanandolo forzatamente dalla sostanza. Non si tratta di tornare alla logica del manicomio, ma di creare percorsi di cura chiusi e protetti dove il recupero della lucidità sia il pre-requisito per qualunque altro intervento psicoterapico o riabilitativo, evitando che il carcere rimanga l’unico, improprio contenitore di queste fragilità.

Conclusione: difendere la psichiatria dalla criminalizzazione

In definitiva, se la psichiatria non saprà fare argine a questo fenomeno, rischierà di essere nuovamente investita di un ruolo di controllo sociale che non le compete. I giornali troppo spesso titolano “follia” di fronte a stragi o crimini commessi sotto l’effetto di sostanze, alimentando lo stigma verso i malati mentali reali che, per statistica, sono meno violenti della popolazione sana. Difendere i pazienti significa distinguere con chiarezza la natura del disturbo e pretendere strutture adeguate che non siano l’arca di Noè di ogni devianza. La sfida per il nuovo millennio è integrare le competenze per affrontare la complessità, senza rinunciare ai principi di umanità e cura che definiscono la nostra professione.

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