Abstract
La perizia psichiatrica rappresenta un pilastro di civiltà giuridica, garantendo che l’imputabilità di un reo sia valutata anche alla luce della sua salute mentale. Liliana Lorettu analizza i meccanismi di questo strumento, esplorando il ruolo del perito d’ufficio e dei consulenti di parte, la metodologia clinica necessaria per redigere una valutazione rigorosa e, soprattutto, l’importanza del nesso di causalità tra disturbo e reato. Attraverso una critica alla mancanza di formazione specifica e al rischio di collusioni ideologiche, l’autrice rivendica la necessità di un’etica professionale che metta la verità clinica al di sopra di ogni mandato processuale.
Il ruolo del perito e la commissione del giudice
La perizia psichiatrica viene richiesta dal giudice quando sorge il sospetto che un’infermità mentale possa aver influenzato la commissione di un reato. Spesso è la natura stessa del delitto — caratterizzata da estrema crudeltà o da un’assoluta incomprensibilità del movente — a spingere l’autorità giudiziaria a sollecitare un accertamento tecnico. In questo contesto, il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) opera come braccio destro del giudice, affiancato eventualmente dai consulenti di parte (CTP) nominati dall’accusa e dalla difesa. Sebbene il giudice rimanga il “perito dei periti”, la sua decisione finale dipende strettamente dalla qualità e dal rigore delle perizie prodotte, che devono saper tradurre la complessità clinica nel linguaggio del codice penale.
La metodologia clinica: oltre il fascicolo e i test
Redigere una perizia corretta richiede una metodologia rigorosa che inizi, idealmente, con la lettura approfondita del fascicolo processuale. Tuttavia, le carte non bastano: il cuore della perizia è il colloquio clinico con il periziando, ripetuto più volte per raccogliere non solo la storia psicopatologica, ma anche la “storia della violenza” dell’individuo. È fondamentale integrare questi dati con l’ascolto dei sanitari che hanno avuto in precedenza il soggetto in cura e, se possibile, dei familiari. I reattivi mentali, come il celebre test di Rorschach, possono fornire un contributo complementare, ma non devono mai sostituire il quadro clinico globale. Una perizia non è la fotografia di un momento, ma la ricostruzione di un’identità complessa e del suo funzionamento psichico.
Il nesso di causalità e il mito dell’automatismo
Un punto fermo che va chiarito è l’assenza di automatismi tra malattia mentale e non imputabilità. Essere affetti da una patologia, come la schizofrenia o il disturbo bipolare, non significa essere automaticamente incapaci di intendere e di volere al momento del fatto. Il perito deve accertare due elementi distinti: l’attualità del disturbo al momento del reato e, soprattutto, il nesso di causalità tra la psicopatologia e l’azione commessa. Se un paziente schizofrenico compie una rapina per motivi puramente utilitaristici, slegati dal suo delirio, egli può essere riconosciuto perfettamente imputabile. La perizia ruota attorno alla capacità del tecnico di dimostrare se e come lo scompenso psichico abbia effettivamente dettato il comportamento delittuoso.
L’etica professionale e la formazione del perito
Uno dei nodi più critici della psichiatria forense attuale riguarda la formazione dei periti. Un tecnico incompetente rischia di limitarsi a constatare la presenza di una patologia senza indagare la connessione con il reato, portando a valutazioni Fallaci che intasano le strutture sanitarie e tradiscono il senso della giustizia. L’etica professionale deve prevalere su ogni mandato, specialmente per i consulenti di parte, che pur nel rispetto della difesa non possono stravolgere la verità clinica. È altrettanto vitale evitare contaminazioni ideologiche e collusioni tra giudici e periti fiduciari, rivendicando un ruolo del CTU che sia il più possibile asettico e indipendente. La separazione delle carriere tra chi opera per il giudice e chi per le parti sarebbe un passo fondamentale verso un sistema più equo e trasparente.
Conclusione: rispettare la verità per garantire la giustizia
In definitiva, la perizia psichiatrica non deve essere utilizzata come uno strumento per salvare indiscriminatamente dal carcere chi ha commesso un reato, né come un’arma dell’accusa. Il suo scopo è la ricerca della verità scientifica applicata al caso concreto. Difendere la dignità della perizia significa pretendere che chi la esegue sia altamente formato e moralmente integro, capace di distinguere tra la devianza sociale e la reale sofferenza mentale. Solo attraverso un rigore metodologico che non ammette scorciatoie ideologiche la psichiatria può continuare a offrire il suo contributo indispensabile alla giustizia, proteggendo il diritto alla cura del malato e, contemporaneamente, il diritto alla verità della società.
![]()







L’analisi di Liliana Lorettu sulla perizia come pilastro di civiltà è un richiamo metodologico necessario, ma rischia di descrivere una funzione che opera nel vuoto pneumatico. Il perito non è un isolano: la sua ‘verità clinica’ cade oggi in un sistema di welfare forense profondamente scompensato.
Il rigore nel valutare il nesso di causalità, giustamente invocato dall’autrice, si scontra con una realtà epidemiologica mutata: quel 40% di disturbi antisociali che satura le nostre carceri e le nostre REMS. Se la perizia accerta un disturbo di personalità grave in un soggetto privo di insight, il tecnico si trova davanti a un paradosso: la ‘verità’ della sua valutazione produce un ‘errore’ gestionale.
Consegniamo alla giustizia una diagnosi perfetta, ma la giustizia non ha il contenitore idoneo per accoglierla. Senza una Terza Via — strutture ibride che garantiscano protezione relazionale e contenimento — la perizia più etica del mondo rischia di diventare solo l’atto notarile di un fallimento annunciato. Difendere la dignità della perizia significa pretendere che l’accertamento tecnico non sia l’ultima parola, ma l’inizio di un percorso possibile. Altrimenti, la perizia resta un esercizio di stile su un paziente che il sistema ha già deciso di abbandonare.