Abstract
Il concetto di “anima” è spesso evocato per marcare un confine tra la dimensione spirituale dell’uomo e la biologia del cervello. Vittorio Gallese, da una prospettiva materialistica ed evoluzionistica, analizza come le neuroscienze possano dialogare con questo termine, interpretandolo non come un’entità metafisica, ma come l’espressione di un mistero insondabile legato all’esperienza umana. Attraverso il ruolo dell’arte, della creatività e della socialità, l’autore smonta la falsa dicotomia tra anima e corpo, sottolineando come la parola e la molecola agiscano sul medesimo substrato biologico.
Una prospettiva materialistica sul mistero dell’uomo
Partire dal punto di vista di un neuroscienziato significa, innanzitutto, riconoscersi come materialisti: noi siamo corpi che si sono adattati nel corso dell’evoluzione. In questa cornice, l’anima non è un’entità che si possa cercare con gli elettrodi o individuare in un’area specifica del cervello. Tuttavia, essere materialisti non significa negare l’esistenza di un “mistero”, di un indicibile e di un invisibile che l’essere umano porta con sé. Questa dimensione enigmatica è il risultato della nostra capacità di riflettere sulle esperienze, una coscienza riflessiva che ci permette di interrogarci sul senso della nostra presenza nel mondo, una condizione che ci vede “gettati” nell’esistenza con strumenti metacognitivi complessi.
L’anima come residuo dell’esperienza e dell’arte
Se dovessimo tradurre il termine “anima” in un contesto neuroscientifico, dovremmo parlare di quel “residuo del non detto e del non visto” che caratterizza l’esperienza umana. L’arte e la creatività sono gli strumenti principali che rendono saltuariamente percepibile questo fondo di mistero. Alcuni esseri umani, attraverso particolari tecniche, riescono a intuire e a rendere evidenti dimensioni nascoste della realtà, dimostrando che il mondo non è necessariamente come ci appare. L’anima, in questo senso, si avvicina alla capacità materiale dell’uomo di trascendere l’immediato, portando alla luce ciò che è segreto e meno evidente nel nostro incontro quotidiano con il mondo.
La creatività e la dinamica cerebrale
La creatività umana, spesso associata alla dimensione dell’anima, non risiede in un’area localizzata del cervello, ma emerge da un sistema dinamico in costante oscillazione. Quello che definiamo come il “momento Eureka” può essere visto, in termini riduzionistici, come la coincidenza miracolosa di uno stato particolare di attivazione dei circuiti cerebrali e delle frequenze neurali. In questo processo, il caso gioca un ruolo fondamentale, esattamente come accade nel progresso scientifico. La creatività è la capacità di ottenere una sintesi superiore partendo da elementi noti, immaginando oggetti o concetti che ancora non esistono, un’espressione della socialità e dell’intelligenza sociale che ci permette di comprendere noi stessi e gli altri.
Oltre la dicotomia tra parola e molecola
Un’enorme sciocchezza spesso sostenuta è che, occupandoci di “anima”, la psichiatria o la psicologia non debbano interessarsi alla materia cerebrale. Al contrario, l’esperienza umana — ciò che molti chiamano anima — emerge inevitabilmente dal nostro corpo e dal funzionamento del nostro cervello. Questa consapevolezza dissolve la falsa opposizione tra farmacoterapia e psicoterapia. Lo stesso cervello che produce il linguaggio è intrinsecamente sensibile ad esso: la parola ha la capacità di accedere all’esperienza del paziente e di riconfigurarla plasticamente, agendo sullo stesso substrato biologico della molecola farmacologica. Le terapie integrate sono dunque la risposta più corretta alla complessità di un organo troppo articolato per essere ridotto a una lotta tra entità separate.
Conclusione: la scienza come gioco di conoscenza
La scienza può essere vista come il gioco più bello inventato dall’uomo per dare risposte solide a interrogativi che, in gran parte, resteranno sempre aperti. Studiare il cervello non significa sminuire la profondità dei sentimenti o l’altezza dell’ispirazione artistica, ma cercare di capire i meccanismi attraverso cui il nostro corpo genera il senso. La sfida per la psichiatria e le neuroscienze moderne è quella di navigare nel mistero dell’esistenza senza dimenticare la base somatica di ogni nostra emozione. Solo integrando la biologia con la parola possiamo sperare di curare l’individuo nella sua totalità, onorando quella complessità che chiamiamo anima e che altro non è se non l’apice della nostra straordinaria esperienza umana.
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