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Curare bene il disturbo bipolare: la riflessione di Gianluca Serafini

6 Feb 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Il disturbo bipolare è una sfida clinica che richiede un approccio terapeutico rigoroso e personalizzato, capace di distinguere nettamente tra la gestione dell’acuzie e la prevenzione delle ricadute. Gianluca Serafini analizza le criticità del trattamento, mettendo in guardia dall’uso inappropriato degli antidepressivi e sottolineando la centralità degli stabilizzatori dell’umore. In questo intervento, l’autore esplora l’importanza della compliance, il valore del “shared decision making” e la necessità di un contatto costante tra medico e paziente per garantire una stabilità duratura.

La distinzione tra acuzie e mantenimento

Curare bene il disturbo bipolare significa, innanzitutto, adottare un approccio adeguato alla fase che ci si trova davanti. Dobbiamo distinguere tra la cura dell’episodio acuto — che può richiedere l’ospedalizzazione per fasi depressive, maniacali o miste — e la terapia del ciclo della malattia. La fase depressiva è spesso la più difficile da trattare: l’obiettivo non deve essere solo risolvere l’episodio immediato, ma prevenire le riacutizzazioni future. Molecole come la lamotrigina sono eccellenti in questo senso, poiché agiscono molto bene nel ridurre le ricadute depressive nel lungo periodo, pur richiedendo una titolazione lenta e attenta.

La trappola degli antidepressivi

Un tema particolarmente spinoso e dibattuto riguarda l’uso dei farmaci antidepressivi nel disturbo bipolare. Molti ricercatori, me compreso, ritengono che l’utilizzo di queste molecole possa essere pericoloso se non accompagnato da un’adeguata copertura stabilizzante. Il rischio concreto è quello di slatentizzare fasi maniacali, indurre un viraggio rapido della polarità o favorire i cosiddetti “cicli rapidi”. Gli antidepressivi dovrebbero essere prescritti solo per il minor tempo possibile e in situazioni di necessità impellente, poiché un uso inappropriato può rendere il decorso della malattia più aggressivo e meno rispondente alle cure successive.

Il Gold Standard: i sali di litio e gli stabilizzatori

Una volta formulata la diagnosi — operazione che purtroppo sconta ancora un ritardo medio di dieci anni — la priorità diventa l’individuazione del miglior stabilizzatore dell’umore. Nonostante la disponibilità di diverse molecole, i sali di litio rimangono il gold standard indiscusso, confermando intuizioni cliniche che risalgono a secoli fa. Tuttavia, queste terapie vanno costantemente rimodulate: il bravo clinico deve lavorare su una “fidelizzazione” del paziente, costruendo un rapporto di fiducia che permetta di adattare la cura anche a distanza di pochi giorni, se necessario. La compliance non è solo obbedienza alla ricetta, ma un atteggiamento di partecipazione attiva del malato al proprio benessere.

Durata della terapia e “shared decision making”

Una domanda che ogni paziente si pone è: “Dovrò curarmi per sempre?”. La risposta non è univoca e deve essere frutto di quello che chiamiamo shared decision making, ovvero una decisione condivisa tra medico e paziente. In genere, parlo di un tempo minimo di almeno due anni di stabilità per poter valutare l’efficacia del ripristino dei livelli di benessere. Al crescere del numero degli episodi, cresce però anche il rischio di cronicità, compromissione psicosociale e neurodegenerazione, spingendo verso terapie di lunghissimo termine. Bisogna bilanciare attentamente i benefici della stabilità con gli effetti collaterali, decidendo insieme il percorso più sostenibile per la qualità della vita dell’individuo.

Conclusione: il valore della presenza costante

I migliori risultati clinici si ottengono quando il contatto tra terapeuta e paziente è periodico e costante, anche al di fuori delle fasi di crisi. Sapere di poter contare su una presenza fissa, anche solo per un breve scambio di opinioni o per confermare uno stato di benessere, è un elemento terapeutico fondamentale. Il disturbo bipolare è ciclico per natura: mantenere l’alleanza anche durante le “pause” tra una fase e l’altra è l’unico modo per costruire una storia diversa, fatta di stabilità e di controllo sulla propria vita. Curare bene significa, in definitiva, non lasciare mai il paziente da solo con la propria ciclicità.

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