Abstract
L’antica massima “mens sana in corpore sano” trova oggi solide conferme nelle neuroscienze e nella medicina evidence-based. Marco Vaggi, psichiatra e sportivo, analizza come l’attività fisica non sia solo un complemento al benessere generale, ma un vero e proprio strumento terapeutico e preventivo. In questo intervento, vengono esplorate le basi biologiche dell’esercizio aerobico, il suo effetto antinfiammatorio e il ruolo cruciale che riveste nella gestione di disturbi come la depressione e l’ansia.
Le basi biologiche di un’intuizione millenaria
Per secoli abbiamo considerato l’unione tra mente e corpo come un nobile principio filosofico. Oggi, grazie a studi condotti con metodologia rigorosa, sappiamo che questa connessione ha profonde basi biologiche. L’essere umano è stato selezionato per millenni per muoversi: i nostri antenati sono sopravvissuti grazie alla capacità di prevedere i pericoli e alla rapidità di movimento. Solo negli ultimi decenni abbiamo drasticamente ridotto l’attività fisica, ma la nostra programmazione biologica è rimasta la stessa. Nelle malattie mentali, in particolare nella depressione e negli stati d’ansia, riscontriamo spesso stati infiammatori di base; l’attività fisica agisce come un potente antinfiammatorio naturale, stimolando la produzione di endorfine con una valenza antidepressiva e ansiolitica sovrapponibile, per certi versi, agli oppiacei esogeni.
L’importanza dell’attività aerobica moderata
Quando parliamo di esercizio fisico come cura, non ci riferiamo a sforzi massimali o agonistici. Secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ideale è un’attività aerobica moderata, ovvero uno sforzo che si attesti intorno al 50-60% della propria soglia. Un indicatore empirico molto semplice è la capacità di sostenere una conversazione durante l’esercizio: se compare il “fiatone”, stiamo andando in anaerobiosi, uno stato che può servire all’atleta per la gara ma che non è ottimale per il benessere psicofisico generale. Camminare, nuotare, pedalare o vogare con regolarità — idealmente un’ora per tre volte alla settimana — permette di ottenere risultati terapeutici significativi e duraturi.
La psicomotricità come sintomo e come risorsa
La psichiatria classica ha sempre prestato grande attenzione alla psicomotricità: si pensi all’inattività del depresso, all’eccitamento del maniacale o alla rigidità della catatonia. Il problema è che i pazienti tendono spesso a muoversi nel modo “sbagliato” rispetto alla fase della malattia: il paziente in fase maniacale è iperattivo e andrebbe sedato, mentre il depresso scivola in una totale inattività che peggiora il decorso del disturbo. Inserire l’attività fisica nei programmi riabilitativi significa contrastare attivamente questa tendenza. Esperienze come la montagnaterapia, i gruppi di cammino o lo sport di squadra nei Dipartimenti di Salute Mentale dimostrano come il movimento possa essere una leva potentissima per la riabilitazione psicosociale e la socializzazione.
Prevenzione e riduzione del carico farmacologico
L’esercizio fisico dovrebbe far parte della “cassetta degli attrezzi” di ogni clinico, specialmente nei programmi di prevenzione. Nella medicina generale, l’avvio di programmi strutturati di attività fisica ha un impatto formidabile sulla riduzione dell’esordio di disturbi psichiatrici minori. Nel campo della salute mentale specialistica, l’integrazione del movimento può contribuire a migliorare la risposta ai trattamenti e, in alcuni casi, a modulare l’uso dei farmaci, grazie al suo naturale effetto regolatore sull’umore e sull’ansia. Non è un compito che spetta solo allo psichiatra, ma a tutta l’équipe curante, inclusi tecnici della riabilitazione ed educatori, che possono trasformare il movimento in un pilastro del piano di trattamento individuale.
Conclusione: un potente strumento di salute
Dobbiamo smettere di considerare l’attività fisica come un semplice modo per “passare il tempo”. È un’attività che ci permette di rientrare in contatto con noi stessi, con l’ambiente e con gli altri, agendo contemporaneamente su circuiti biochimici fondamentali per il nostro equilibrio mentale. Integrare la forma fisica nella cura psichiatrica significa rispettare la natura profonda dell’uomo e offrire ai pazienti uno strumento di autoguarigione e di partecipazione sociale di straordinaria efficacia.
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