Percorso: Home 9 Le Rubriche 9 CAFFE' & PSICHIATRIA 9 Franco Basaglia a centodue anni dalla nascita: Tra fenomenologia, rivoluzione e l’enigma del potere La riflessione di Paolo Peloso

Franco Basaglia a centodue anni dalla nascita: Tra fenomenologia, rivoluzione e l’enigma del potere La riflessione di Paolo Peloso

11 Mar 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Il centenario della nascita di Franco Basaglia offre alla psichiatria contemporanea l’occasione per una riflessione che vada oltre la celebrazione istituzionale dell’esperienza di Gorizia e Trieste. Paolo Peloso analizza la figura dello psichiatra veneziano attraverso i due poli meno indagati della sua biografia: la formazione giovanile, segnata dal trauma del carcere e dal rigore della fenomenologia di Husserl, e gli ultimi anni romani, caratterizzati dalla sfida politica per l’attuazione della Legge 180. Attraverso una disamina del rapporto tra psicofarmacologia e deistituzionalizzazione, e del passaggio cruciale dalla clinica alla gestione del potere, l’autore delinea il profilo di un uomo che ha saputo darsi nell’incontro con l’altro con una generosità e un candore che, alla sua morte, fecero scoprire all’Italia di volergli bene.

Le radici del rifiuto: il carcere e l’odore della disumanizzazione

Prima ancora della formazione accademica, l’identità di Franco Basaglia viene forgiata da un episodio di ribellione civile: l’arresto nel 1944 per attività antifascista e la successiva detenzione nel carcere di Venezia. Quell’ingresso in cella, segnato dal puzzo insostenibile dei buglioli svuotati, rimarrà impresso nella sua memoria corporea come l’odore stesso della disumanizzazione. Anni dopo, entrando nei padiglioni dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, Basaglia riconoscerà quell’odore, sancendo il rifiuto totale per l’istituzione carceraria che il manicomio incarnava. Il “filosofo alla veneta”, come veniva soprannominato dai colleghi a Padova, userà la fenomenologia di Husserl e il concetto di Epoché non come astrazioni, ma come strumenti clinici per mettere tra parentesi il pregiudizio e guardare la verità nuda dell’uomo segregato, portando alla luce ciò che il potere preferiva tenere nascosto.

La rivoluzione del paradigma: il ruolo degli psicofarmaci e della comunità

L’arrivo di Basaglia a Gorizia coincide con una rivoluzione tecnologica senza precedenti: la disponibilità dei primi neurolettici e antidepressivi. È fondamentale riconoscere che la deistituzionalizzazione non sarebbe stata possibile senza l’uso sapiente della psicofarmacologia, che Basaglia, proveniente dai vertici dell’università patavina, padroneggiava con rigore e rispetto. Il farmaco non era per lui uno strumento di controllo, ma il mezzo che rendeva nuovamente possibile il dialogo con il malato di mente. Accanto alla chimica, Basaglia introdusse il modello della comunità terapeutica, trasformando la vita interna del manicomio in un esperimento di socialità e partecipazione. Questa doppia leva — biologica e relazionale — permise di abbattere le scuse storiche per la segregazione, dimostrando scientificamente che si poteva curare senza escludere.

La Legge 180 e il leone ferito dalla politica

La promulgazione della Legge 180 rappresenta il culmine politico di un percorso iniziato nel 1961. Sebbene la storia ricordi Basaglia come il padre spirituale della riforma, il testo legislativo fu il frutto di un compromesso mediato da figure come Bruno Orsini e Giovanni Berlinguer. Basaglia, pur con perplessità su nodi critici come il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e la creazione dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), scelse di difendere la legge contro le critiche radicali, considerandola il “miglior risultato possibile”. Negli ultimi due anni della sua vita, si batté come un leone affinché lo Stato finanziasse i servizi territoriali che la legge stessa prevedeva. I dialoghi di quel periodo rivelano la disperazione di un clinico che batte i pugni alla porta di una politica spesso sorda alla necessità di risorse per le strutture intermedie e per il supporto alle famiglie.

L’ultima sfida: Roma, il “contrappasso” e l’affetto dell’Italia

Il trasferimento di Basaglia a Roma nel 1979 non fu un esilio, ma l’accettazione di una sfida estrema: misurarsi con la realtà psichiatrica più difficile d’Italia, dominata dalle grandi cliniche private e religiose del Lazio. Basaglia voleva dimostrare che la legge poteva funzionare nella Capitale, dove il rischio che l’ospedale psichiatrico sopravvivesse in “mille piccoli rivoli” era elevatissimo. In questa fase di massima esposizione, sopraggiunse la malattia: un tumore cerebrale che lo portò via in breve tempo. La sua scomparsa rivelò un legame inaspettato con il Paese. I necrologi del tempo testimoniano come i giornalisti e la cittadinanza avessero percepito la sincerità del suo “darsi nell’incontro”. Mentre tra i colleghi trapelava talvolta invidia per il suo carisma, l’opinione pubblica scoprì di voler bene a quell’uomo che aveva messo a nudo le ipocrisie del potere con scandaloso candore.

Conclusione

In definitiva, Franco Basaglia resta un pugno nello stomaco per la psichiatria contemporanea, una figura che ci ricorda costantemente che la salute mentale è una questione di diritti e di civiltà, prima ancora che di tecnica. Come evidenziato da Paolo Peloso, la lezione di Basaglia risiede nella sua capacità di abitare la complessità, dalla riduzione fenomenologica alla responsabilità della riforma legislativa. Ricordarlo a cent’anni dalla nascita significa non solo onorare l’artefice della chiusura dei manicomi, ma riscoprire il valore di una clinica che sappia guardare la verità in faccia, senza nascondersi dietro le mura di un’istituzione o l’alibi di una burocrazia. L’affetto che l’Italia gli riserva ancora oggi è il segno di una rivoluzione umana che continua a interrogarci sul senso profondo della nostra professione.

Loading

Autore

1 commento

  1. Giovanni Cutolo

    Mi sembra che Paolo Peloso abbia ben messo in risalto, nel suo breve articolo, il legame tra la concretezza sensoriale e affettiva che innesca l’insopportabilità di una situazione di detenzione e di istituzionalizzazione e i temi sociali, alti, di una psichiatria che abdicava al suo ruolo di cura. La sua forza e la sua grandezza sta in questo collegamento.

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia