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Haters e Psichiatria: l’odio verso la categoria tra stigma e paura. La riflessione di Pierluigi Politi

19 Feb 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Mentre in altre branche della medicina si discute di competenza o fama del singolo professionista, la psichiatria si trova spesso a fronteggiare un odio viscerale rivolto all’intera categoria. Pierluigi Politi analizza le radici di questo fenomeno, collegandolo allo stigma e alla paura ancestrale verso una malattia invisibile. Attraverso un confronto con altre specialità, l’autore esplora il peso della negazione e la responsabilità dei clinici nel costruire un’alleanza terapeutica capace di resistere alle frustrazioni del percorso di cura.

Un’eccezione nel panorama medico: l’odio per la categoria

Se osserviamo le professioni mediche attraverso una distribuzione gaussiana, troveremo professionisti eccellenti, mediocri e meno bravi. Tuttavia, la psichiatria rappresenta un’eccezione: è l’unica branca in cui si è sviluppata una forma di ostilità collettiva che trascende il valore del singolo. Difficilmente un diabetologo viene odiato in quanto tale dai suoi pazienti, mentre lo psichiatra è spesso bersaglio di attacchi feroci da parte di “haters” che lo accusano di essere asservito alle case farmaceutiche, di inventare malattie inesistenti o di somministrare “veleni” immotivati. Questo fenomeno, esploso negli ultimi anni, affonda le radici in un investimento affettivo ed emotivo che altre discipline non richiedono.

Lo stigma e la paura dell’invisibile

Perché la psichiatria genera tanto odio? La risposta risiede probabilmente nel legame tra stigma e paura. Ci confrontiamo con una malattia che non ha parametri biologici visuali immediati, che non si vede con una radiografia, ma che incide profondamente sulla qualità della vita e sull’identità stessa della persona. Chi soffre di un problema di salute mentale sente spesso franare il terreno sotto i piedi e, non trovando supporti adeguati alla propria angoscia, finisce per proiettare sul medico la propria disperazione. L’odio diventa così un meccanismo di difesa contro una realtà che spaventa e che si vorrebbe negare.

Il peso della negazione e il confronto con l’oncologia

Rispetto a discipline come la chirurgia, spesso percepita come risolutiva, o l’oncologia, dove il paziente distingue chiaramente tra il male (il cancro) e chi lo cura, in psichiatria il confine è più labile. Il paziente psichiatrico, a causa della negazione o dell’angoscia, fatica a distinguere ciò che lo riguarda intimamente dal medico che cerca di supportarlo. Essendo la psichiatria un processo in divenire e non un intervento istantaneo, la frustrazione per la mancanza di una “soluzione magica” può trasformarsi in risentimento verso il professionista che accompagna il paziente in un percorso faticoso e non privo di ostacoli.

L’anti-psichiatria interna e la mancanza di flessibilità

Un aspetto paradossale è la presenza di “haters” all’interno della categoria stessa. Vi sono psichiatri che negano radicalmente l’utilità degli psicofarmaci, demonizzandoli invece di imparare a usarli con perizia. Questa mancanza di flessibilità e l’incapacità di considerare i colleghi in buona fede alimentano un clima di sfiducia interna. Spesso è più facile scorgere la pagliuzza nell’occhio del vicino che riconoscere i propri limiti. Un’autentica umiltà professionale consisterebbe nel raccogliere tutti gli elementi utili per la cura, valorizzando il lavoro di chi ci ha preceduto invece di scagliarsi contro rimedi o diagnosi differenti dai propri.

Conclusione: trasformare la contrapposizione in percorso

L’odio verso la categoria è pericoloso perché mina l’alleanza terapeutica, ovvero quel legame di fiducia indispensabile per la riuscita di ogni trattamento. La sfida del clinico moderno non è possedere una bacchetta magica o una sfera di cristallo, ma saper metabolizzare la frustrazione del paziente e caricarla su di sé. Invece di una contrapposizione sterile, dobbiamo proporre un “percorso insieme”, dove medico e paziente affrontano passo dopo passo gli ostacoli della malattia. Fare un pezzo di strada accanto a chi soffre, senza apriorismi e con onestà intellettuale, è l’unico modo per restituire dignità alla psichiatria e speranza a chi ne ha bisogno.

 

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