Abstract
A trent’anni dalla loro scoperta, i neuroni specchio continuano a rivoluzionare il paradigma delle neuroscienze cognitive, spostando il focus dall’individuo isolato alla relazione con l’altro. Vittorio Gallese, tra i protagonisti dello storico gruppo di Parma, ripercorre la genesi di questa scoperta e ne analizza la complessità: dal superamento del meccanicismo alla funzione della memoria implicita, fino al ruolo cruciale nella comprensione dell’empatia.
La genesi di una scoperta rivoluzionaria
La storia dei neuroni specchio inizia nel laboratorio di Giacomo Rizzolatti all’Università di Parma, dove un gruppo di giovani ricercatori – Giuseppe Di Pellegrino, Leonardo Fogassi, Luciano Fadiga e io stesso – lavorava su un sistema motorio già noto per mappare non solo movimenti, ma scopi d’azione. La scoperta avvenne quasi per caso alla fine degli anni Ottanta, mentre studiavamo i neuroni “canonici” che si attivano durante l’esecuzione e l’osservazione degli oggetti. Ci accorgemmo che alcuni neuroni non rispondevano all’oggetto in sé, ma all’azione di afferrarlo compiuta dallo sperimentatore. Dopo mesi di controlli rigorosi per escludere artefatti, avemmo la certezza: avevamo individuato un meccanismo neurofisiologico che congiunge l’agente e l’osservatore, dimostrando l’implicita relazionalità mappata nel nostro cervello.
Dalla scimmia all’uomo: un paradigma universale
L’importanza della scoperta fu chiara fin da subito, ma la sfida successiva fu dimostrare la presenza di questo meccanismo anche nel cervello umano. I primi lavori uscirono negli anni Novanta, utilizzando tecniche come la PET per evidenziare la risonanza motoria nell’uomo. Oggi, nel 2023, sappiamo che questo sistema è evolutivamente molto antico: lo ritroviamo nei primati, nei roditori, nei pipistrelli e persino negli uccelli, dove però assume funzioni adattative diverse, come la produzione e ricezione del canto. Recentemente, è stato individuato un meccanismo specchio anche in strutture sottocorticali come l’ipotalamo dei roditori, collegato alla mappatura dell’aggressività altrui.
Oltre la metafora: un sistema dinamico e metabolizzato
Sebbene il nome “neuroni specchio” sia diventato iconico, è importante superare una visione troppo semplicistica o meccanicistica. Non siamo di fronte a uno specchio fisico che riflette passivamente ciò che gli sta davanti. Quello che il nostro cervello “riflette” è il risultato di una metabolizzazione soggettiva: ognuno di noi risuona con l’altro con una modalità unica, frutto della propria proiezione e della propria storia. Il sistema è costantemente modulato dal contesto, dal legame affettivo e dai rapporti gerarchici tra agente e osservatore. È dunque un errore antropomorfizzare i neuroni specchio parlandone come di entità autonome; sono invece ingranaggi fondamentali di un organismo infinitamente più complesso.
Memoria implicita ed esperienza incarnata
Un aspetto cruciale del funzionamento dei neuroni specchio è il loro legame con la memoria implicita. Il sistema tiene traccia delle nostre esperienze passate e delle nostre competenze: il cervello di un ballerino classico, ad esempio, risuona molto più intensamente davanti a un balletto rispetto a quello di un profano. Non si tratta di un “file” recuperato da un cassetto, ma di una ricreazione costante e dinamica. Questa dimensione diacronica è ciò che fonda la nostra capacità di comprendere l’altro attraverso l’esperienza incarnata. La memoria, in questo senso, non è un deposito statico ma un cantiere aperto, dove il meccanismo specchio alimenta e contemporaneamente è alimentato dalle memorie implicite.
Empatia e neuroscienze sociali
Il legame tra neuroni specchio ed empatia è stato oggetto di molte interpretazioni, talvolta imprecise. Se intendiamo l’empatia come la capacità di mappare nel nostro cervello la relazione con l’altro – non solo nelle azioni, ma anche nelle sensazioni e nelle emozioni – allora il sistema specchio ne rappresenta il fondamento neurobiologico. È grazie a questa architettura che l’altro entra in relazione con noi non come un oggetto esterno, ma come un “altro sé” le cui intenzioni sono immediatamente accessibili. Siamo passati da una neuroscienza del singolo a una neuroscienza sociale, dove l’individuo è definito, sin dal livello neuronale, dalla sua apertura verso l’alterità.
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interessantissimo argomento, conferma sul piano neuro scientifico le ipotesi teoriche sul funzionamento delle relazioni e della socializzazione..mi pare interessantissimo il collegamento con la memoria implicita .Complimenti per l’argomento .Mi piacerebbe conoscere il professore Gallese ..ho già conosciuto circa 10 anni fa ad un convegno a Salsomaggiore il professore Rizzolatti in cui