Abstract
Il binomio tra malattia mentale e pericolosità è un tema di drammatica attualità che richiede una distinzione netta tra categorie cliniche e concetti giuridici. Liliana Lorettu analizza i fattori di rischio reali, sottolineando il ruolo catalizzatore delle sostanze stupefacenti e la crisi di un sistema che, tra tagli ai fondi e “svuota-carceri”, rischia di delegare alla salute mentale compiti di controllo sociale per i quali non possiede né strumenti né risorse.
Oltre il pregiudizio: i dati reali sulla pericolosità
Quando affrontiamo questo tema, è necessario abbandonare il termine giuridico di “pericolosità sociale” per concentrarci sul rapporto clinico tra disturbo e comportamento violento. I dati ci dicono che la malattia mentale grave è un fattore di rischio, ma l’incidenza non è così elevata come si tende a credere: se nella popolazione generale il rischio di violenza è intorno al 2-3%, nei malati gravi sale al 4-5%. Il vero salto drammatico avviene quando alla patologia si associa l’uso di sostanze: in questo caso il rischio triplica, arrivando al 18-20%. Le sostanze fungono da catalizzatore, innescando comportamenti impulsivi e crudeli che richiederebbero interventi non solo sanitari, ma anche di politica sociale.
Patologie a confronto: schizofrenia e disturbi di personalità
Esiste una differenza sostanziale tra le varie patologie. Nella schizofrenia e nel disturbo bipolare, il rischio di violenza è strettamente correlato al “drop out” terapeutico: il paziente non trattato o che interrompe i farmaci è quello più vulnerabile. Molto più complesso è il quadro dei disturbi di personalità (come il borderline o l’antisociale). In questi casi, dimensioni come la rabbia e l’impulsività sono intrinseche al disturbo e spesso si accompagnano a un uso massiccio di sostanze. Mentre nel malato “classico” la violenza può avere una sua tragica logica interna legata al delirio (spesso rivolta verso la famiglia), nel disturbo di personalità e nell’abuso di sostanze essa appare meno prevedibile e più legata alla scarsa tolleranza alle frustrazioni.
Prevedibilità e prevenzione: la storia del comportamento violento
Contrariamente a quanto si pensa, il comportamento violento raramente avviene “a ciel sereno”. Spesso è preceduto da una escalation di episodi minori che vengono scotomizzati o ignorati dalle istituzioni. Il miglior predittore di una violenza futura non è la diagnosi psichiatrica in sé, ma la storia di precedenti atti violenti. Se un individuo ha un disturbo di personalità e una storia di aggressività, l’attenzione deve essere massima. Tuttavia, l’intervento necessario non è sempre e solo sanitario: occorrerebbero percorsi socio-educativi e trattamenti specifici sulla dimensione della violenza — come avviene in modelli esteri (Regno Unito o Canada) — che portino il soggetto alla consapevolezza dei propri stimoli e all’acquisizione di alternative comportamentali.
Il “limbo” italiano: tra svuota-carceri e tagli alla sanità
In Italia ci troviamo oggi in una situazione paradossale, con una “baionetta spuntata”. Da un lato, le politiche di svuotamento delle carceri portano persone con tratti delinquenziali o antisociali a essere etichettate frettolosamente come “psichiatriche” per evitare la detenzione. Dall’altro, queste persone vengono traghettate verso un sistema di salute mentale che è già allo stremo, privo di fondi e, soprattutto, privo di strumenti idonei a gestire la dimensione criminale o pericolosa. Il territorio è diventato un contenitore vuoto dove si spera che la psichiatria abbia una “bacchetta magica” che non possiede. Il risultato è un allarme sociale crescente, figlio di una trans-istituzionalizzazione che non investe su strutture protette e percorsi riabilitativi seri.
Conclusione: un sistema senza munizioni
Non si può fare ideologia “buonista” sulla pelle degli operatori e dei cittadini. La mancanza di fondi sta creando una palude dove nessuno investe su cosa fare realmente con gli individui pericolosi. La psichiatria non può farsi carico della devianza sociale o della delinquenza senza avere né i mezzi farmacologici né le strutture adeguate per intervenire. È necessario un progetto politico e sociale che riconosca la specificità del trattamento della violenza, distinguendolo dalla cura della malattia mentale, per evitare che il sistema collassi definitivamente sotto il peso di una responsabilità che non può sostenere da solo.
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