
Abstract
La celebrazione dell’8 marzo offre alla psichiatria l’occasione per una riflessione profonda sulla declinazione al femminile della cura e della professione sanitaria. Emi Bondi, prima donna presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP), analizza il paradosso di una sanità a trazione femminile che fatica ancora a riconoscere ruoli apicali alle donne. Attraverso una disamina della medicina di genere — dalla farmacocinetica differenziata ai modelli di sperimentazione fondati sul genere maschile — l’autrice sottolinea l’importanza di una cura individualizzata. Il testo affronta inoltre il dramma della violenza di genere, interpretandolo come una crisi culturale e identitaria che richiede un radicale investimento nell’educazione al rispetto e alla libertà affettiva fin dall’infanzia.
La sanità al femminile: tra assistenza e “soffitto di cristallo”
L’assistenza sanitaria contemporanea è sostenuta in larga misura dalle donne. Le infermiere, che costituiscono oltre il 90% della categoria, e una classe medica che ha ormai superato la soglia della parità numerica (attestandosi intorno al 53-54%), rappresentano il motore pulsante della cura. Eppure, a questa prevalenza operativa non corrisponde ancora un’equa rappresentanza nei ruoli dirigenziali e nei vertici accademici. La dirigenza apicale rimane spesso ancorata a modelli di trent’anni fa, con una preponderanza maschile che stenta a riflettere i reali mutamenti della forza lavoro. La nomina di una donna alla presidenza della SIP dopo 150 anni di storia costituisce un segnale di cambiamento, ma evidenzia al contempo quanto il percorso verso una meritocrazia slegata dal genere sia ancora lungo e richieda un impegno costante per garantire pari opportunità di carriera e di influenza decisionale.
Medicina di genere: oltre il manichino maschile
Un pilastro fondamentale della psichiatria moderna è il passaggio verso una medicina individualizzata, che non può prescindere dalla differenza tra uomo e donna. Per decenni, la farmacologia e la sicurezza — si pensi ai modelli dei crash test automobilistici — si sono basate su standard maschili medi, ignorando le specificità fisiche e biologiche femminili. Le donne presentano differenze sostanziali nella metabolizzazione dei farmaci, nella massa corporea e nella suscettibilità agli effetti collaterali. È urgente colmare il divario nelle sperimentazioni cliniche, spesso condotte su campioni maschili per evitare i rischi legati alla gravidanza, per approdare a dosaggi e schede tecniche che tengano conto della fisiologia femminile. Una medicina che voglia definirsi “di precisione” deve saper riconoscere l’incidenza differenziata delle patologie — come la maggiore prevalenza di ansia e depressione nelle donne o delle psicosi gravi negli uomini — ancorando la cura all’identità biologica e ormonale del soggetto.
La violenza di genere: una crisi di possesso e fragilità
L’8 marzo impone anche un silenzio riflessivo sul dramma della violenza di genere, un fenomeno che raramente afferisce alla psichiatria clinica stricto sensu e molto più spesso all’ignoranza e a modelli culturali atavici. La violenza scaturisce dall’incapacità maschile di tollerare l’autonomia e l’indipendenza della donna, vissuta ancora come oggetto di possesso e controllo. Non si tratta solo di conflitti di coppia: la metà dei femminicidi riguarda figure femminili significative come le madri, suggerendo dinamiche di dipendenza irrisolta e paura dell’abbandono. L’uomo fragile, incapace di gestire la frustrazione e il rifiuto, trasforma il legame in una pretesa distruttiva: «se non puoi essere mia, allora non esisti». Questo furore distruttivo è il sintomo di una sottocultura che nega l’alterità e il rispetto della volontà altrui.
Educazione sentimentale: il rispetto come base della libertà
La soluzione a lungo termine contro la violenza e la discriminazione non risiede soltanto nella repressione, ma in una radicale educazione sentimentale che deve prendere avvio fin dall’asilo. Educare al sentimento non significa parlare esclusivamente di sessualità, ma insegnare il rispetto reciproco e la bellezza della libertà nell’amore. L’amore non si impone; l’altro è un individuo autonomo la cui presenza arricchisce la vita proprio perché liberamente scelto. Occorre decostruire il meccanismo del possesso e dell’inglobamento dell’altro, alimentato dall’insicurezza. Conquistare l’altro non è un atto di forza, ma un esercizio di gentilezza e riconoscimento, simboleggiato idealmente dal dono della mimosa: un omaggio alla libertà e alla dignità dell’essere donna in una società realmente paritaria.
Conclusione
In definitiva, l’8 marzo in psichiatria è un richiamo alla responsabilità collettiva, che coinvolge donne e uomini in un percorso ineludibile di crescita civile. Come evidenziato da Emi Bondi, la festa della donna deve trasformarsi in un impegno quotidiano per una cura che rispetti le differenze e per una società che rifiuti ogni forma di possesso violento. Celebrare la donna significa riconoscerne il merito professionale, la specificità biologica e, soprattutto, l’inviolabile diritto all’autodeterminazione. Solo attraverso una cultura dell’incontro — capace di sostituire il furore con il rispetto e la forza con il sentimento — sarà possibile costruire un futuro in cui il genere non sia più un limite, ma una ricchezza da valorizzare in ogni ambito della vita umana.
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brava Emi!
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