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La “meglio psichiatria” tra realtà quotidiana e crisi dei paradigmi: la voce di Gilberto Di Petta

15 Gen 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Prendendo spunto dalla celebre raccolta pasoliniana e dalla tragica metafora della “meglio gioventù” che va a morire in trincea, Gilberto Di Petta riflette sullo stato attuale della psichiatria. In questo intervento, l’autore sostiene che la “meglio psichiatria” non sia un’astrazione teorica, ma quella che si pratica ogni giorno nel corpo a corpo con la sofferenza, resistendo ai riduzionismi e all’avanzata di nuovi modelli che rischiano di svuotare il senso profondo della clinica psicopatologica.

Dove abita la “meglio psichiatria”?

Se dovessi rispondere alla domanda su dove sia finita la “meglio psichiatria”, darei una risposta solo apparentemente paradossale: la meglio psichiatria è quella che si fa ogni giorno. È quella che abita i CSM, gli SPDC, i pronto soccorso; quella che si nutre delle visite domiciliari e dello smonto notte dei colleghi. Non esiste una psichiatria migliore di quella che vive nell’incontro reale tra un clinico e un paziente. Tutto il resto sono spesso costruzioni teoriche che rischiano di allontanarci dall’unica fonte di verità del nostro lavoro: l’esperienza vissuta e nutrita dal rapporto umano.

La caduta degli Dei e il tramonto dei paradigmi

La psichiatria è figlia della ragione illuministica, ma è anche intrinsecamente destinata alla “caduta degli Dei”. Nel corso della storia, abbiamo prodotto ipotesi bellissime: quella psicodinamica, quella fenomenologica, quella biologica e quella sociologica. Ogni ipostasi ha avuto la sua ragion d’essere, ma tutte sembrano condannate a una fine. Oggi, l’ultimo assalto è quello di un’estensione indebita dei paradigmi neuropsichiatrici infantili sull’adulto. Parlare di autismo o ADHD negli adulti come nuovi paradigmi dominanti rischia di cannibalizzare la psicopatologia classica e la clinica sografica. Eppure, nonostante questo senso di fine, la meglio psichiatria resta quella che il clinico è costretto, quasi miracolosamente, a inventarsi da solo nel momento in cui incontra l’Altro.

Il naufragio dei riduzionismi di fronte all’oggetto clinico

Esiste oggi un forte rischio legato ai vari riduzionismi che sognano di semplificare la nostra disciplina, ma che in realtà finiscono per complicarla. Tuttavia, sono convinto che l’oggetto clinico sia di per sé capace di far naufragare qualunque visione parziale. La complessità intrinseca dell’incontro con il paziente trascende ogni fede teorica. Anche lo psichiatra più convintamente biologista, nel momento dell’incontro, proverà emozioni e si commuoverà; così come lo psicodinamista più puro dovrà fare i conti con il fondo biologico della sofferenza. La grandezza della psichiatria risiede proprio nella sua “miseria”: l’impossibilità di praticarla seguendo ciecamente un solo riduzionismo, perché la realtà del paziente impone sempre un superamento degli schemi precostituiti.

Il “core” della psichiatria: il dialogo con l’insensato

Quando parliamo di psichiatria, dobbiamo distinguere tra l’allargamento dei disturbi emotivi comuni — dove le aspettative magiche del paziente e dei media giocano un ruolo enorme — e il vero “core” della nostra disciplina. Per me, la psichiatria è quella che si confronta con la follia, con il paziente grave che ha perso l’esame di realtà e ha rotto la barriera del senso comune. In quel momento, il clinico e il paziente si trovano in una posizione di parità di fronte al mistero. È un incontro che ricorda l’oracolo delfico: una posizione paradossalmente avanzata dal punto di vista scientifico proprio perché accetta l’incertezza. La “meglio psichiatria” è quella che tenta costantemente il dialogo con l’insensato, anche quando sembra impossibile trovarvi un linguaggio comune.

Conclusione: il fascino della complessità

Il nostro lavoro è complicato, faticoso e spesso privo di garanzie di successo immediato. Ma è proprio in questa complessità che risiede non solo il fascino della psichiatria, ma la sua stessa efficacia terapeutica. Rendersi conto che non esistono soluzioni preconfezionate o molecole miracolose che risolvano il problema dell’esistenza è il primo passo per una cura reale. La psichiatria che resiste in trincea è quella che continua a scommettere sulla relazione, accettando la sfida della follia con umiltà e rigore clinico.

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1 commento

  1. Caterina Vecchiato

    È proprio così, non ci sono soluzioni preconfezionate o molecole miracolose che risolvano il problema dell’esistenza. Grazie per come ce lo dici, soprattutto perché valorizza la possibilità di condividere il potenziale del lavoro in psichiatria, anche come affinamento delle capacità umane di tenere assieme mente, corpo e le diverse conoscenze disponibili e di percepirne il racconto. È un discorso che mi risuona come restituzione di una dimensione di vita generativa , fatta dallo stare insieme, fatta di incontri reali che spesso mi sembrano sempre più rari, non solo in psichiatria…Cari saluti

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