Abstract
La violenza contro gli operatori sanitari e sociosanitari rappresenta una piaga sociale di inquietante attualità, che interroga non solo l’organizzazione dei servizi ma l’intero assetto civile del Paese. Emi Bondi analizza i dati dell’Osservatorio Nazionale, evidenziando come oltre il 70% degli operatori abbia subito aggressioni, con picchi drammatici in settori critici come la psichiatria e i pronti soccorsi. Attraverso una disamina delle cause — dall’intolleranza sociale alla frustrazione, fino all’uso endemico di sostanze stupefacenti — l’autrice delinea l’urgenza di un intervento su due binari: una prevenzione radicale fondata sull’educazione civica e una garanzia immediata di sicurezza fisica sul posto di lavoro. La fuga dal servizio pubblico e il malessere dei sanitari sono il grido di dolore di una categoria che, passata l’epoca degli “eroi”, si ritrova oggi ad essere il capro espiatorio di disfunzioni sistemiche e di una perduta cultura del limite.
Una fotografia inquietante: i numeri dell’aggressione
I report dell’Osservatorio Nazionale sulla violenza verso gli operatori sanitari delineano uno scenario bellico: quasi il 70% del personale ha subito aggressioni verbali o fisiche, e nel 38% dei casi si è trattato di violenza fisica con conseguenze invalidanti. La psichiatria detiene il triste primato, seguita dall’area dell’urgenza-emergenza (118, guardie mediche e pronti soccorsi). Anche la pediatria non è più un’isola felice, registrando un aumento dell’aggressività da parte dei genitori verso i medici. Questa tendenza diffusa a colpire chi presta soccorso non appena si riceve una frustrazione — come un’attesa prolungata — segnala un cortocircuito relazionale in cui l’operatore non è più visto come un professionista al servizio della salute, ma come un bersaglio su cui scaricare un’insofferenza esistenziale e sociale.
Il mix esplosivo: sostanze e disturbi di personalità
Oltre ai fattori culturali, esiste un aumento oggettivo della pericolosità legato a specifiche condizioni cliniche e comportamentali. I pazienti psichiatrici, di per sé, non sono più violenti della popolazione generale; tuttavia, il rischio di aggressione aumenta di 10-15 volte quando al disturbo mentale si associa l’uso di sostanze. L’abuso endemico di droghe di sintesi e alcol crea stati di eccitamento difficilmente gestibili con i soli strumenti clinici. A questo si aggiunge la delega alla sanità pubblica di soggetti con disturbi di personalità antisociale che, a seguito di riforme legislative come la legge 81, si ritrovano spesso fuori dal circuito carcerario e all’interno dei servizi di psichiatria territoriale e dei pronti soccorsi. Questa miscela tra criminalità, uso di sostanze e patologia rende gli ambienti di lavoro oggettivamente rischiosi e richiede risposte di sicurezza che trascendono la competenza medica.
Educazione alla cittadinanza: riscoprire il senso del limite
La prevenzione a lungo termine deve necessariamente passare per la scuola e la famiglia. Emi Bondi sottolinea l’urgenza di recuperare la “vecchia” educazione civica: insegnare che i propri diritti terminano dove iniziano quelli degli altri e che la frustrazione del limite è parte integrante del vivere civile. Nelle famiglie contemporanee, il fenomeno dei figli unici circondati da adulti che concedono tutto impedisce ai giovani di imparare la negoziazione paritaria. Crescere con gli altri bambini insegna che non si è al centro dell’universo. Senza una cultura che valorizzi la Science e il rispetto per chi lavora, la società continuerà a demonizzare la classe medica e le aziende farmaceutiche, alimentando ignoranza e disinformazione che sfociano in gesti di inaudita ferocia, come le rincorse alle ambulanze o gli attacchi fisici ai sanitari.
Deterrenza e tutela: per una sanità in sicurezza
Mentre si lavora sul piano educativo, è indispensabile garantire l’incolumità immediata di chi lavora. Non si può chiedere a un medico o a un infermiere di fungere da custode o da addetto alla sicurezza. È fondamentale il ripristino dei posti di polizia nei pronti soccorsi e l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine nei reparti quando l’aggressività diventa ingestibile. Strumenti tecnologici come le bodycam sui camici del 118, gli allarmi personali e i sistemi di videosorveglianza fungono da necessari deterrenti contro l’impunità. La legge che prevede l’aggravamento delle pene per chi aggredisce i sanitari deve essere applicata con fermezza, affinché il personale non sia costretto ad affrontare da solo lunghi e onerosi percorsi legali per ottenere giustizia dopo essere stato ferito sul posto di lavoro.
Conclusione
In definitiva, la giornata nazionale contro la violenza verso gli operatori sanitari deve servire a scuotere le coscienze dei cittadini e dei decisori politici. Un sistema sanitario non può essere efficiente se i suoi operatori non sono in sicurezza. La fuga dal pubblico verso il privato è la conseguenza diretta di un clima di assuefazione all’insulto e alla minaccia che sta logorando la sanità italiana. Riconoscere il valore del lavoro di medici e infermieri, non con la retorica dell’eroismo ma con la concretezza del rispetto e della protezione, è l’unica via per preservare il diritto alla salute per tutti. Un semplice “grazie” e una politica di tolleranza zero verso la violenza sono i primi passi necessari per restituire dignità e serenità a chi dedica la propria vita alla cura degli altri.
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