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L’Abbraccio in Psichiatria nella giornata mondiale degli abbracci. La riflessione di Emi Bondi

21 Gen 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

L’abbraccio rappresenta un gesto di straordinaria potenza simbolica e clinica, capace di veicolare significati che trascendono la comunicazione verbale. Emi Bondi analizza la funzione dell’abbraccio come strumento di contenimento emotivo e rassicurazione, partendo dall’archetipo materno per giungere alla relazione terapeutica contemporanea. Attraverso una riflessione sulla privazione del contatto fisico durante l’epoca pandemica e sulla necessità di riscoprire la fisicità nei percorsi di cura, l’autrice sottolinea come l’abbraccio sia, in definitiva, un atto di fiducia reciproca e un segnale di indipendenza. In psichiatria, insegnare a riabitare la propria corporeità e a gestire la giusta misura del contatto con l’altro costituisce un tassello fondamentale per superare la solitudine psicologica e ricostruire l’alleanza tra sé e il mondo.

La fisicità negata: l’abbraccio come bisogno primario

L’importanza del contatto fisico è emersa con drammatica chiarezza durante l’emergenza pandemica, quando la privazione dell’abbraccio ha segnato profondamente la vita affettiva, specialmente nelle fasce più vulnerabili della popolazione. Le immagini dei plexiglass nelle case di riposo sono rimaste come simboli di una sofferenza legata all’impossibilità di toccare l’altro. Abbracciarsi significa, innanzitutto, fidarsi: gli esseri viventi mantengono una distanza di sicurezza per timore, mentre il contatto fisico rompe questa barriera, affermando che dell’altro non si ha più paura. È un atto di accoglimento che affonda le radici nella memoria delle braccia materne, dove il contenimento fisico non elimina il dolore oggettivo, ma lo rende tollerabile grazie alla percezione di una protezione assoluta e rassicurante.

L’abbraccio nel percorso terapeutico: un congedo verso l’autonomia

Nella clinica psichiatrica, il tema del contatto fisico è spesso circondato da una necessaria cautela metodologica, volta a preservare la neutralità e il rispetto dei confini. Tuttavia, esistono momenti significativi in cui l’abbraccio assume un valore trasformativo. Può rappresentare la fine di un lungo percorso analitico o terapeutico, sancendo il passaggio dalla dipendenza curativa all’indipendenza esistenziale. In questo senso, l’abbraccio finale non è un vincolo che trattiene, ma un congedo che dice: “ora puoi camminare con le tue gambe, sapendo però che io ci sarò sempre per contenerti se ne avrai bisogno”. È un segno di reciprocità affettiva che riconosce il cammino fatto insieme e prepara il paziente ad abitare il mondo con una nuova sicurezza interna.

Il linguaggio del corpo e la riscoperta della misura

Molti pazienti psichiatrici vivono un rapporto conflittuale e frammentato con la propria corporeità, manifestando spesso inadeguatezza nel porsi fisicamente verso l’altro. Insegnare a riabitare il senso metaforico e reale dell’abbraccio significa aiutarli a riscoprire la giusta misura della vicinanza. Il linguaggio del corpo è eloquente quanto quello delle parole: una mano sulla spalla o una stretta di mano possono comunicare solidarietà e presenza in modo più immediato di un lungo colloquio. Riscoprire il senso dell’abbraccio come rispetto dell’altro, sostegno e affettività è un obiettivo terapeutico che mira a ridurre la solitudine psicologica tipica della malattia mentale, restituendo al paziente la capacità di sentire l’altro realmente vicino senza esserne minacciato.

Simbolismo e realtà: superare il “Noli me tangere”

L’abbraccio è il superamento della logica dell’intangibilità, del distacco asettico che spesso caratterizza le relazioni superficiali della nostra epoca. Nella giornata dedicata a questo gesto, la psichiatria riflette sulla necessità di integrare la dimensione simbolica con quella fisica. Abbracciare qualcuno significa riconoscerne la dignità e la sofferenza, offrendo un supporto che è insieme psichico e corporeo. Per chi soffre di disturbi mentali, riappropriarsi della capacità di dare e ricevere un abbraccio è un segno di guarigione, un ritorno alla “naturalità” dei rapporti umani. L’abbraccio, pur virtuale nel saluto tra colleghi o reale nel setting clinico, resta la traccia di un senso che costruiamo costantemente insieme, unendo le nostre fragilità in un gesto di mutua rassicurazione.

Conclusione

In definitiva, l’abbraccio è molto più di un semplice contatto fisico; è un contenimento emozionale che dà senso all’appartenenza al genere umano. Come evidenziato da Emi Bondi, la psichiatria non può trascurare il linguaggio non verbale e la potenza del corpo nella cura. Incoraggiare i pazienti a riappropriarsi di questa dimensione affettiva significa aiutarli a ricucire lo strappo con la realtà e con gli altri. L’abbraccio, sintesi di protezione materna e di indipendenza adulta, rimane l’augurio più grande che si possa fare a chi sta lottando per ritrovare la propria strada: sapere che non si è soli e che esiste sempre un luogo, fisico e simbolico, pronto ad accoglierci.

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