Abstract
In questo contributo, Ferrannini analizza la genesi di una riforma che fu il frutto di un eccezionale “compromesso storico” civile e politico, distinguendo il rigore intellettuale del fondatore dalle successive derive ideologiche e ribadendo la centralità del malato come cittadino portatore di diritti.
L’incontro con Franco Basaglia: oltre il mito
Ho conosciuto Franco Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Trieste, in un momento in cui aveva già lasciato l’università di Padova per dedicarsi interamente alla trasformazione della realtà manicomiale. Era una persona di un’intelligenza e di una cultura rare, dotata di una struttura caratteriale molto forte che, se da un lato affascinava, dall’altro non concedeva facili confidenze. Eppure, per un giovane psichiatra come me, confrontarsi con lui significava avere uno spazio di crescita tecnica e culturale inestimabile. Basaglia non era solo un riformatore di pratiche; era un uomo che dava tutto nel rapporto con il paziente, rifiutando l’astrazione accademica per immergersi nella sofferenza reale e nella lotta per la reinclusione sociale.
La Legge 180: un capolavoro di equilibrio politico
Sebbene sia passata alla storia come “Legge Basaglia”, la 180 fu in realtà un’opera corale che mi piace definire la legge “Basaglia-Orsini-Berlinguer”. È importante ricordare che Basaglia stesso era in disaccordo su due punti cardine del testo: l’istituzione degli SPDC (i reparti ospedalieri) e il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). La riuscita della legge fu merito della capacità di sintesi di figure come Bruno Orsini e Giovanni Berlinguer. Quest’ultimo, in particolare, svolse un ruolo cruciale nel convincere i vertici del Partito Comunista. La riforma nacque in un clima di sofferenza nazionale – pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro – e rappresentò una sorta di “compromesso storico” civile, necessario per evitare che il Paese precipitasse in una crisi ancora più profonda.
Scardinare l’istituzione totale: tra diritti e realtà
Prima della riforma, il ricovero psichiatrico significava quasi inevitabilmente la perdita dei diritti civili. Anche chi chiedeva aiuto volontariamente veniva privato della propria dignità di cittadino, finendo in un sistema dove il rapporto tra ingressi e dimissioni era drammaticamente sbilanciato verso l’istituzionalizzazione. Basaglia riuscì a scardinare questo modello non solo grazie alla sua visione, ma anche beneficiando di un clima culturale favorevole e dell’avvento degli psicofarmaci, che aprirono nuove possibilità terapeutiche. Tuttavia, dobbiamo essere onesti: se Trieste è stata un faro per tutti noi, non poteva diventare l’unico modello organizzativo universale. Alcune interpretazioni successive del gruppo basagliano sono scivolate nell’ideologia, sottovalutando a volte i nuovi bisogni di salute mentale che emergevano in contesti diversi da quello triestino.
Basaglia contro l’anti-psichiatria ideologica
Un aspetto che spesso viene travisato è il rapporto tra Basaglia e l’anti-psichiatria. Chi lo ha conosciuto sa che la sua visione era molto distante dai luoghi comuni del movimento anti-psichiatrico italiano. Essendo un uomo profondamente colto, Basaglia non riduceva la questione a una guerra ideologica tra “pro” e “contro”. Al centro del suo pensiero non c’era l’abbattimento dell’organizzazione fine a se stesso, ma la storia e la sofferenza del malato. Il suo obiettivo era restituire soggettività a chi era stato oggettivato dall’istituzione, mantenendo sempre uno sguardo clinico e umano rigoroso.
La lotta allo stigma e la cultura dello scarto
A 48 anni di distanza, il messaggio più importante che dobbiamo fare nostro è che chi soffre di disturbi mentali è, prima di tutto, una persona. Oggi i dati epidemiologici ci dicono che il disagio psichico tocca almeno il 25% della popolazione: non esiste famiglia che non sia stata sfiorata da una forma di depressione o di psicosi. Non possiamo permetterci di rimettere in piedi una “cultura dello scarto” simile a quella che a volte colpisce gli anziani. Non c’è salute senza salute mentale, e non può esserci salute mentale senza il pieno riconoscimento dei diritti civili e della dignità di chi soffre. Celebrare questa legge significa continuare a lottare contro lo stigma, rifiutando ogni tentazione di tornare a nascondere o negare il disturbo psichico.
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