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Lo psichiatra dà SOLO psicofarmaci? La riflessione di Gilberto Di Petta

5 Apr 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Esiste un luogo comune, duro a morire, che riduce la figura dello psichiatra a quella di un mero prescrittore di molecole. Gilberto Di Petta smonta questa vulgata, analizzando le radici storiche e culturali che hanno portato a una “biologicizzazione” della disciplina. Attraverso una critica al sistema formativo accademico e al peso dell’industria farmaceutica, l’autore rivendica il primato della parola e della relazione clinica, sottolineando come l’atto del curare non possa mai prescindere dall’incontro umano e dalla presenza fisica del paziente.

Il superamento del pregiudizio sul prescrittore

Il termine “psichiatra” non richiama il logos della psiche, ma la sua cura. Ridurre questa professione alla sola somministrazione di farmaci significa ignorare una storia secolare che precede di gran lunga l’avvento della moderna psicofarmacologia. Sebbene il farmaco sia uno strumento prezioso, lo psichiatra non è un “farmacologo della mente”. Questa immagine riduttiva è spesso alimentata da un paradosso clinico: molti pazienti arrivano allo psichiatra già farmacologizzati da altre figure mediche o inviati da psicologi che, giunti al limite del proprio intervento, delegano il “lavoro sporco” della prescrizione. In questo modo, lo psichiatra viene confinato in un ruolo tecnico che ne sminuisce la complessità operativa.

L’influenza del sistema formativo e dei media

La vulgata dello psichiatra-prescrittore trova terreno fertile in un sistema formativo che, negli ultimi decenni, si è pesantemente sbilanciato verso la biologia. Da un lato, l’accademia ha spesso tradito la propria missione, manualizzando l’incontro clinico attraverso scale di valutazione asettiche; dall’altro, la formazione extra-accademica è stata a lungo sostenuta dall’industria farmaceutica, mettendo inevitabilmente la molecola al centro di ogni evento congressuale. Anche i media contribuiscono a questa visione, enfatizzando la scoperta della “nuova molecola miracolosa” piuttosto che la complessità delle relazioni di cura all’interno dei servizi territoriali, dei reparti o del domicilio del paziente.

Il primato della parola come primo farmaco

A differenza di altre branche della medicina, dove la diagnosi e la terapia possono talvolta basarsi unicamente su dati di laboratorio o esami strumentali, la psichiatria richiede ineludibilmente la presenza fisica dell’altro. In questo spazio d’incontro, la parola non è solo un contorno, ma è essa stessa il primo farmaco. Una parola può curare come una panacea o ferire come un veleno. Non esiste prescrizione farmacologica che sia muta: ogni atto prescrittivo è accompagnato da una descrizione e da un dialogo che caricano la molecola di un senso relazionale indispensabile per l’efficacia della cura. Ignorare questo aspetto significa trasformare la medicina in una tecnica priva di anima.

Contro la manualizzazione dell’incontro clinico

La tendenza, di matrice anglosassone, a trasformare l’intervista psichiatrica in un protocollo standardizzato rappresenta un rischio reale per la professione. Fingere interesse o assecondare il paziente seguendo un manuale fa perdere spontaneità e capacità di incidere realmente sulla sofferenza altrui. Il rapporto dialettico tra medico e paziente non può essere ridotto a una serie di crocette su una scala di valutazione. Rivendicare l’orgoglio di saper usare la parola significa formarsi adeguatamente per entrare in un circuito autentico con l’altro, dove la diagnosi nasce dall’ascolto e non solo dall’osservazione di sintomi catalogati.

Conclusione: un’identità professionale da difendere

In conclusione, lo psichiatra deve difendere la propria identità di curatore della psiche nella sua interezza. Accettare di essere solo un distributore di psicofarmaci significa danneggiare non solo la dignità della professione, ma soprattutto la qualità della cura offerta ai pazienti. La sfida della psichiatria moderna è quella di integrare sapientemente la chimica con la parola, senza che l’una soffochi l’altra. Solo attraverso un ritorno alla clinica intesa come relazione e incontro umano, lo psichiatra può tornare a occupare il suo posto legittimo nella società, offrendo risposte che sappiano andare oltre il sintomo per accogliere la persona nella sua intera e complessa umanità.

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