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Lo psichiatra in carcere: il tempo sospeso e il dolore della bellezza. La riflessione di Gilberto Di Petta

28 Feb 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

L’esperienza psichiatrica all’interno di un’istituzione totale come il carcere, e in particolare in quello femminile, apre riflessioni profonde sulla natura della sofferenza e sulla possibilità della libertà. Gilberto Di Petta racconta il suo lavoro con le detenute, descrivendo il carcere come l’ultima istituzione totale rimasta nella nostra società, un luogo dove il tempo si ferma e le emozioni si amplificano. L’articolo esplora la sfida del clinico nel trasformare questo “tempo sospeso” da elemento mortifero in occasione terapeutica, sottolineando come la vera riabilitazione passi attraverso il recupero di una dimensione affettiva e umana capace di resistere alle sbarre, siano esse fisiche o interiori.

Il dolore della bellezza: l’esperienza nel carcere femminile

Lavorare come psichiatra in un carcere femminile significa confrontarsi con quello che può essere definito “il dolore della bellezza”. A differenza dell’universo maschile, il femminile in un’istituzione totale vive una rottura violenta della sfera affettiva, della corporeità e del cuore. In questo contesto, l’attività clinica — spesso svolta attraverso gruppi multietnici basati sull’intercorporeità e sull’emotività espressa — mira a valorizzare la caratura dell’esperienza umana anche laddove la vita sembra essersi fermata. La bellezza, intesa come celebrazione della dignità e della resilienza delle detenute, diventa il punto d’arrivo di un percorso che parte dalla condivisione del dolore.

Il carcere come ultimo manicomio: tra cura e controllo

Il disagio mentale in carcere segue due traiettorie principali: da un lato, pazienti che arrivano dall’esterno, spesso con tratti psicopatici o paranoidi, fuggiti dai servizi di salute mentale o mai realmente presi in carico; dall’altro, disturbi emotivi che esplodono proprio a causa della detenzione, del sovraffollamento e della sospensione della vita. Sotto molti aspetti, il carcere ricorda l’ospedale psichiatrico di un tempo, configurandosi come l’ultimo avamposto “correzionario” della nostra società. In questa cornice, il compito del clinico non è farsi braccio sanitario di un potere repressivo, ma esercitare una funzione liberatoria, lavorando sulle “cancellate interne” che spesso sono più spesse di quelle metalliche.

La fenomenologia del tempo sospeso

Una caratteristica centrale del carcere è il “tempo sospeso”, una dimensione temporale dilatata e burocratizzata che accomuna l’istituzione carceraria al vecchio manicomio. Ogni aspetto della vita quotidiana viene soppesato e trasformato in procedura, portando a una sorta di alienazione temporale. Tuttavia, da un punto di vista fenomenologico, questa sospensione non deve essere necessariamente una paralisi dell’azione. Proprio come il setting terapeutico o l’istante critico in un pronto soccorso, il tempo sospeso può diventare la condizione di possibilità per modificare le cose, trasformandosi da Kronos ripetitivo a Kairos, l’istante opportuno per il cambiamento.

Il paradosso dell’istituzione: salvezza o annientamento

L’istituzione carceraria fatica a cogliere il potenziale terapeutico del tempo sospeso, come dimostrano i tragici dati sui suicidi tra i detenuti e tra il personale di polizia. Riprendendo Hölderlin, si potrebbe dire che “dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”: lo stesso elemento che può portare alla rinascita interiore è quello che rischia di annientare definitivamente l’individuo. La vera riabilitazione non può limitarsi ad attività manuali o occupazionali, ma deve puntare al recupero di un tempo “giusto”, capace di restituire alla persona la propria integrità emotiva e di prevenire quel meccanismo di “porte girevoli” che vede i detenuti rientrare in carcere con preoccupante frequenza una volta usciti.

Conclusione: per una psichiatria della libertà

La sfida per chi opera nel mondo carcerario è quella di non rassegnarsi a una visione meramente burocratica della sofferenza. Occorre una sensibilità istituzionale e clinica che veda nel carcere non solo un luogo di pena, ma uno spazio di possibile trasformazione soggettiva. Recuperare il senso dell’incontro umano e della libertà interiore è l’unico modo per restituire dignità alla psichiatria in questo ambito difficile e per offrire alle persone recluse una reale speranza di reinserimento. Solo trasformando il tempo della prigionia in un tempo di cura si può sperare di scardinare le dinamiche di recidiva e di cronicizzazione del disagio.

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