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Neuroscienze e Psichiatria: oltre il riduzionismo verso una sintesi umana. La riflessione di Vittorio Gallese

14 Feb 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Il dialogo tra neuroscienze e psichiatria è un cantiere aperto, un campo mobile dove si intersecano dibattiti epistemologici e pratiche cliniche. Vittorio Gallese analizza le diverse anime di questo rapporto, mettendo in guardia dai rischi di una meccanizzazione totale dell’individuo. Proponendo un approccio che metta al centro l’esperienza del paziente, l’autore esplora la possibilità di una neuroscienza non riduzionistica capace di misurare il qualitativo e di integrare la dimensione organica con quella esistenziale.

Due campi in movimento: neuroscienze e psichiatria al plurale

Parlare di rapporto tra neuroscienze e psichiatria significa immergersi in un dibattito complesso, poiché entrambi i campi sono intrinsecamente plurali. Da un lato, le neuroscienze si interrogano oggi sull’oggetto della propria ricerca, oscillando tra lo studio del singolo neurone e quello dei sistemi dinamici complessi. Dall’altro, la psichiatria vive una tensione costante tra istanze anti-psichiatriche, che vedono il benessere mentale come un processo sociale e polifunzionale, e una psichiatria neo-kraepeliniana, spesso cerebro-centrica, che cerca nel “cocktail” dei neurotrasmettitori la spiegazione di ogni sofferenza. In mezzo a questi estremi, si colloca la sfida di chi riconosce il cervello come condizione necessaria, ma non sufficiente, per comprendere la mente umana.

La lezione di Jaspers e la psichiatria dimensionale

Esiste una gloriosa tradizione psicopatologica, che affonda le radici nel pensiero di Karl Jaspers, che considera il disturbo mentale come una condizione esistenziale. Questo approccio affronta il paziente attraverso un ventaglio di domande che investono il tema dell’esperienza, dell’intersoggettività, del corpo e dell’empatia. È proprio in questo ambito, dove la fenomenologia incontra la clinica, che il dialogo con le neuroscienze diventa più fertile. Si tratta di una collaborazione che mette al centro il “sé” e l’intercorporeità, rifuggendo l’idea che la malattia sia solo una disorganizzazione organica da inquadrare in un protocollo rigido. Il dialogo deve avvenire con quelle neuroscienze che hanno l’ambizione di indagare come viviamo la nostra vita in rapporto al mondo e agli altri.

Il riduzionismo di metodo contro il riduzionismo ontologico

Il rischio del riduzionismo è sempre presente nella scienza, ma dobbiamo distinguere tra riduzionismo di metodo e riduzionismo ontologico. Se per affrontare un problema scientifico è inevitabile isolare delle variabili — operazione che ha prodotto presidi farmacologici capaci di cambiare la vita di milioni di persone — questo non deve tradursi in una visione meccanicistica dell’uomo. A me interessa tornare sempre al livello personale di descrizione: al paziente che non dorme perché ha paura, o che si sente manipolato. La riduzione dei sintomi a mediazioni infiammatorie o teorie polivagali è utile solo se serve a tornare, arricchiti, alla dimensione della persona. La molteplicità degli approcci è un valore, a patto che l’obiettivo rimanga la sintesi e non la conferma dei propri modelli isolati.

Partire dal paziente: il criterio etico della cura

Se poniamo il paziente al centro, non possiamo che partire da un approccio dimensionale. Ogni individuo incarna una delle molteplici modalità possibili di vivere l’esistenza; pertanto, un modello che riduca l’emicrania a un “deficit di aspirina” o la psicosi a un mero squilibrio chimico appare eticamente e clinicamente limitato. Abbiamo certamente bisogno di farmaci più efficaci, ma abbiamo altrettanto bisogno di modelli antropologici che rispettino l’umano nella sua complessità. Una psichiatria che si limita a scale di valutazione quantitative, magari per assecondare interessi economici, rischia di perdere di vista la sofferenza reale. La sfida è quantificare il qualitativo, utilizzando strumenti capaci di misurare l’esperienza vissuta e non solo il dato pre-quantificato.

Conclusione: un bicchiere mezzo pieno

Nonostante le dicotomie e le spinte verso una visione puramente organicista, vedo il bicchiere mezzo pieno. La sfida del futuro è tenere insieme tutti i livelli di descrizione: da quello molecolare a quello fenomenologico. Fare “buona scienza” significa avere l’ambizione di trovare risposte concrete senza rinunciare alle domande sul senso dell’esistenza. La sintesi tra una psichiatria dimensionale e una neuroscienza centrata sull’esperienza è possibile e necessaria. Solo attraverso questa unità di intenti potremo ottimizzare il rapporto con la persona che soffre, garantendo una cura che sia al tempo stesso scientificamente all’avanguardia e profondamente umana.

 

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