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Ortoressia: l’ossessione del mangiar sano tra cultura e patologia. La riflessione di Liliana Dell’Osso

17 Gen 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

In un’epoca dominata dal mito della forma fisica e dell’alimentazione impeccabile, il confine tra abitudine salutistica e disturbo psichico si fa sempre più labile. Liliana Dell’Osso analizza l’ortoressia, definendola la “anoressia del Terzo Millennio”: un’ossessione che non riguarda più l’immagine corporea, ma la purezza qualitativa del cibo. Attraverso una lente psicopatologica, l’autrice ne esplora le radici monoideiche e i tratti autistici, mettendo in guardia dai risvolti sociali e familiari di questa patologia emergente.

L’ortoressia: l’anoressia del Terzo Millennio

L’etimologia del termine parla chiaro: orthos (corretto) e orexis (appetito). Quando il desiderio di nutrirsi correttamente si trasforma in un’ossessione, entriamo nel campo della patologia. Se negli anni Ottanta la restrizione alimentare era motivata principalmente dall’immagine estetica, oggi assistiamo a un cambiamento di paradigma. L’ortoressia è l’anoressia del Terzo Millennio: la motivazione non è più la magrezza, ma una scelta qualitativa del cibo basata su temi salutistici culturalmente accettati, come il chilometro zero o il biologico. Tuttavia, il risultato finale nelle persone vulnerabili è identico: una privazione alimentare estrema, spesso priva di fondamento scientifico, che porta a un grave decadimento somatico.

I campanelli d’allarme: quando il cibo diventa una trappola

Distinguere tra un buon comportamento alimentare e una patologia è difficile proprio perché le radici del disturbo affondano in un tema socialmente approvato. Nessuno può negare che mangiare sano faccia bene, ed è proprio in questo che risiede la trappola. I segnali a cui prestare attenzione sono molteplici: l’adozione fanatica di stili alimentari (come certi tipi di veganesimo estremo), il coinvolgimento forzato dei familiari e, nei casi più tragici, dei bambini piccoli che arrivano a soffrire di gravi carenze nutrizionali. Un altro aspetto fondamentale è la compromissione della socialità: queste persone evitano la convivialità e i ristoranti perché devono avere il controllo totale sulla preparazione del cibo, finendo spesso per mangiare da sole in una sorta di isolamento rituale.

Il nucleo psicopatologico: tra pensiero monoideico e tratti autistici

Per comprendere l’ortoressia, dobbiamo spostare il nucleo psicopatologico dall’immagine corporea alla modalità di pensiero. Si tratta di un funzionamento mentale monoideico e restrittivo. Esiste una radice di tipo autistico alla base di questo comportamento fanatico: il “mangiar sano” diventa il fulcro esclusivo della vita. Queste persone programmano minuziosamente cosa mangeranno per l’intera settimana, impiegando ore per reperire gli alimenti “giusti” secondo canoni puramente personali. Sebbene l’ortoressia non sia ancora inserita ufficialmente nei manuali diagnostici come il DSM-5, la letteratura scientifica sta evidenziando con forza questa tendenza alla ricerca della “purezza” che, in passato, assumeva forme religiose o ascetiche (si pensi a Santa Caterina) e oggi si maschera da salutismo laico.

La sfida della coscienza di malattia e l’alleanza terapeutica

Il problema principale nell’affrontare l’ortoressia è la mancanza di coscienza di malattia. A differenza del paziente ossessivo classico, che spesso riconosce l’eccesso dei suoi rituali e ne soffre (ego-distonia), l’ortoressico è convinto di essere nel giusto e prova persino un senso di superiorità etica rispetto a chi consuma “cibo spazzatura”. Questa convinzione rende estremamente difficile la richiesta di aiuto e la costruzione di un’alleanza terapeutica. Spesso l’intervento clinico o legale avviene solo quando il disturbo impatta su terzi, come nelle cause di affidamento o nei casi di malnutrizione infantile. È fondamentale che chi sta intorno al paziente riconosca la disfunzionalità di questi comportamenti, che sottraggono ore alla vita quotidiana esattamente come i rituali di un disturbo ossessivo-compulsivo.

Conclusione: un tema di prevenzione ed educazione

Dobbiamo essere chiari: mangiare bene è un valore, ma trasformare la propria esistenza in funzione del cibo è una patologia. L’ortoressia è un disturbo tipico del mondo occidentale opulento, dove il cibo abbonda e la ricerca della perfezione alimentare diventa una nuova forma di ascesi. Per arginare questo fenomeno, sarebbe necessario un forte investimento nell’educazione e nella psicoeducazione scolastica, per insegnare ai giovani un rapporto equilibrato con il nutrimento, lontano da fanatismi e ossessioni. Il messaggio che deve passare è che la salute non risiede solo in ciò che mettiamo nel piatto, ma anche nella flessibilità mentale e nella capacità di vivere serenamente la convivialità.

 

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