Abstract
Il pronto soccorso rappresenta la “frontiera” della psichiatria moderna, un luogo dove la solitudine del paziente e quella del clinico si incontrano nel cuore della notte. Gilberto Di Petta analizza il valore dell’intervento d’urgenza da una prospettiva fenomenologica, descrivendo la crisi non come un fallimento, ma come un momento di “incandescenza” psichica capace di generare svolte inaspettate. Tra la tentazione del ricovero difensivo e la sfida del rinvio a casa, emerge la centralità dell’intuizione clinica e del contatto umano come primi atti di cura.
La notte e la solitudine del pronto soccorso
Il pronto soccorso e la notte sono due elementi che hanno profondamente a che fare con la solitudine. Quando il sistema di rete territoriale cessa la sua attività capillare, la crisi approda in questo “porto di mare” che è l’ospedale generale. Qui lo psichiatra si trova a operare in un ambiente prettamente medico, dove il tentativo iniziale di de-psichiatrizzazione è fondamentale: il paziente con un “codice rosso psichiatrico” accede agli stessi spazi di chi ha un infarto o un coma diabetico. In questa cornice, il clinico deve gestire un triplice rapporto: con il paziente, con i colleghi (spesso spinti da un istinto espulsivo verso la follia) e con i familiari, il cui allarme può tradursi in una richiesta di allontanamento del congiunto.
La crisi come momento di incandescenza
Spesso l’arrivo in pronto soccorso o il ricovero coatto sono vissuti come fallimenti della prevenzione. Tuttavia, da una prospettiva fenomenologica, la crisi acuta è l’emergenza di una verità nuda e cruda. È la possibilità di rendere nuovamente incandescente — e quindi malleabile — un materiale psichico che si stava raffreddando nella cronicità o che si manteneva in una falsa e ipocrita stabilizzazione. In pronto soccorso non esistono test o esami di laboratorio risolutivi; l’incontro è affidato ai sensi del clinico: all’atmosfera, all’intuizione, allo sguardo. In quella condizione “crepuscolare”, lo psichiatra deve avere il colpo d’occhio necessario per capire se si trova di fronte alla follia di un momento o alla follia di un’esistenza.
L’arte della decisione: oltre il dato sensibile
Intervenire in urgenza significa entrare nel terzo atto di un dramma di cui non si conosce l’inizio né la fine. La formazione fenomenologica permette di trascendere il dato sensibile — fatto di elettrocardiogrammi, bombole d’ossigeno e agitazione — per acquisire una visione simbolica della vicenda. Decidere se ricoverare o meno è un atto di grande responsabilità che segna l’inizio della “carriera psichiatrica” ufficiale di una persona. In quegli istanti, la grandezza della psichiatria come branca clinica si esalta: una decisione che cambia la vita si prende “a naso e a bocca”, stabilendo una connessione umana in un ambiente spesso inadatto al dialogo profondo.
Il valore terapeutico del rinvio a casa
Un dato poco sottolineato è che la maggior parte delle consulenze psichiatriche in pronto soccorso si risolve con un rinvio a casa. Se il ricovero mette il clinico al riparo da responsabilità medico-legali, mandare il paziente a casa è spesso un atto di empowerment e di profonda fiducia intersoggettiva. Durante l’attesa al triage e il contatto con la catena di soccorso, qualcosa nella solitudine drammatica della famiglia si spezza. L’intervento di un elemento terzo, estraneo al dramma, può ripristinare una fiducia che permette di affrontare l’alba con serenità. Spesso il paziente e i familiari hanno solo bisogno che qualcuno entri nella loro solitudine, ridimensionando un dramma che appariva insormontabile.
Conclusione: il pronto soccorso come snodo terapeutico
Il pronto soccorso rimane uno snodo centrale e non solo un “filtro” burocratico. È il luogo dove si disvela la crisi e dove può iniziare un percorso terapeutico che non necessariamente passa per il ricovero ospedaliero. La “soluzione magica” dell’ospedalizzazione spesso non è la risposta corretta; un bravo clinico è colui che sa impostare una terapia minima, mediare con la famiglia e inviare al territorio, trasformando un momento di allarme in un’opportunità di cura domiciliare. Il pronto soccorso, nella sua crudezza, ci ricorda che la psichiatria è fatta di incontri umani che possono restituire speranza proprio nel momento di massima disperazione.
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Perfettamente d’accordo. In qualità di psichiatra in pensione da 2 anni copro i turni di PS psichiatrico che ritengo un’opportunità importantissima per rinforzare la rete territoriale nella misura in cui si evita il ricovero tout court e si rilancia il trattamento domiciliare dando fiducia al paziente. Se proprio il territorio insiste per il ricovero questo deve diventare un modo per evidenziare gli errori diagnostici e terapeutici degli psichiatri territoriali impostando una terapia più adeguata. In questo modo la crisi diventa un’opportunità che il territorio non ha saputo cogliere. Nella mia esperienza solo il 10% degli interventi al PS si risolve in un ricovero se si fa un lavoro onesto e si contrastano le richieste non pertinenti di ricovero. Logicamente tutto ciò presuppone pazienza, capacita di ascolto, intuizione ed esperienza clinica.
Condivido queste riflessioni e, da psichiatra territoriale, posso affermare che sono considerazioni valide anche per me ogni volta che decido di non ricoverare, di offrire ascolto e visione d’insieme per la storia della persona in “crisi” e per la storia della famiglia, cogliendo la preziosità del momento di crisi come opportunità di cambiamento, come campanello di allarme sano di richiesta d’aiuto per sé e per l’ambiente in cui si è generata la “follia”. La follia come mezzo estremo e potente di richiesta di attenzione per una situazione di disagio che non riguarda solo il portatore di sintomi ma l’intero ambiente esistenziale.
grazie per le tue parole, sono di grande conforto per i dubbi con cui torniamo a casa dopo la fine del nostro turno