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Violenza di genere e femminicidio: tra prevenzione culturale e tutela delle vittime. La riflessione di Liliana Lorettu

21 Feb 26

A cura di Redazione Psychiatry On Line Italia

Abstract

Il femminicidio non è un evento imprevedibile, ma l’esito tragico di un percorso segnato da violenze spesso ignorate o sottovalutate. Liliana Lorettu analizza la natura di questo fenomeno, definendolo un reato “identitario” e “di prossimità” che affonda le radici in una percezione distorta dei rapporti di potere all’interno della famiglia. Attraverso una critica agli attuali strumenti legislativi e un appello all’emancipazione culturale, l’autrice sottolinea come la vera prevenzione passi per il riconoscimento precoce dei segnali di violenza e per una rinnovata consapevolezza delle donne sulla propria tutela.

La famiglia come luogo del rischio: oltre i numeri

Nonostante la percezione pubblica di un fenomeno in crescita, i dati mostrano una situazione stazionaria ma non per questo meno inquietante. Il femminicidio deve essere inteso correttamente come la violenza estrema che avviene all’interno di una relazione interpersonale, spesso tra partner o ex partner. È un paradosso drammatico: la famiglia, idealizzata come il luogo del rifugio e della sicurezza, si rivela spesso l’ambiente più pericoloso, dove la prossimità relazionale diventa il terreno fertile per una violenza identitaria volta a ripristinare un equilibrio di potere percepito come minacciato.

Il mito del “fulmine a ciel sereno”: i segnali premonitori

Le cronache spesso descrivono l’autore di un femminicidio come una “persona gentile”, un vicino insospettabile. La realtà clinica e criminologica è diversa: il femminicidio non è mai un evento isolato, ma è quasi sempre preceduto da un’escalation di violenza psicologica, isolamento sociale e aggressioni fisiche. Esiste un “ciclo della violenza” riconoscibile, fatto di spinte, schiaffi, scuse e apparenti riconciliazioni, che tende a ripetersi e ad aggravarsi. La sottovalutazione di questi segnali, sia da parte della rete sociale che delle istituzioni, è il fattore di rischio principale che precede la tragedia.

Il limite degli strumenti normativi: tra Codice Rosso e Stalking

Sebbene l’introduzione di strumenti come il Codice Rosso rappresenti un passo avanti, la loro efficacia rimane parziale a causa di una visione spesso frammentata della protezione. Allontanamenti cautelari o divieti di avvicinamento, se non supportati da un sistema di controllo rigoroso e da una cultura giuridica orientata alla reale tutela della vittima, rischiano di essere armi spuntate. In questo scenario, lo Stato appare spesso garantista verso l’autore ma incapace di blindare la sicurezza di chi denuncia, lasciando le donne in una condizione di estrema vulnerabilità nonostante la formalizzazione della richiesta d’aiuto.

La vittimologia e la complementarietà della coppia

In ambito criminologico, emerge spesso il concetto di complementarietà tra autore e vittima. Si creano coppie estremamente solide nella loro patologia, isolate dal resto del mondo, dove i ruoli di carnefice e vittima si incastrano in una dinamica identitaria difficile da scardinare. È fondamentale chiarire che non si tratta di attribuire colpe, ma di riconoscere un funzionamento relazionale dove la vittima può finire per identificarsi nel proprio ruolo, faticando a percepire la mostruosità della violenza subita. Rompere questo isolamento richiede un barlume di consapevolezza che possa portare verso un percorso terapeutico e di salvezza.

Conclusione: l’emancipazione come difesa culturale

La soluzione al femminicidio non può risiedere solo nell’inasprimento delle pene, ma necessita di una profonda revisione culturale. Le donne devono essere messe in condizione di riconoscere i primi segni di una relazione violenta — la violenza psicologica, l’isolamento, il controllo — per imparare a tutelarsi prima che la situazione diventi irreversibile. L’emancipazione intellettuale e il riconoscimento del pericolo sono strumenti di difesa vitali. Accanto a ciò, è auspicabile che l’Italia sviluppi una sensibilità istituzionale maggiore, ispirandosi a modelli che pongono la vittimologia al centro delle politiche pubbliche di protezione.

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