“Souvenez-vous de l’homme” (Houellebecq)

Cara/o giovane collega, o dovrei forse chiamarti caro compagno di un viaggio che rischi di non fare più, torno a scriverti, dopo la mia lettera del 2021, quando tu eri solo uno specializzando.
Ti scrivo in questo 2026 che ci vede sempre più connessi e sempre più distanti, mentre ti vedo, con il tuo camice immacolato, o con il tuo look ordinario, rifletterti nella luce fredda del tuo monitor.
Chi ti scrive, come sai, piuttosto che l’odore asettico delle cliniche universitarie da cui tu provieni, ha avuto in destino l’afrore umano delle corsie che albergano la follia, le case e le strade che la partoriscono, la vita, che pure copiosa scaturisce dai corpi malati, inondati di alcol e di droghe, dissanguati dai tagli, fratturati dai voli dalle finestre, marciti dall’abbandono. Ora il tuo approdo sul “pianeta territorio” è ormai avvenuto. Sei entrato così nel sistema della Salute mentale italiana, al 48esimo anno della sua istituzione, forse al culmine del suo “collasso strutturale” (Starace, 2026). Non credo di dirti nulla di nuovo. Ti è bastato guardarti intorno per capire cosa ti viene richiesto e cosa, o chi, probabilmente non ti sarà mai dato. Tu hai circa trentanni, e mentre tu entri in ciò che resta del Sistema, i tuoi colleghi anziani, che hanno presidiato lo sfaldamento dell’utopia italiana per i trentanni in cui tu sei nato e ti sei formato, stanno andando via tutti. Li vedi andare, giorno dopo giorno, “felici”. Mai tante feste di pensionamento tutte insieme. Perché queste donne e questi uomini, che pure sono stati, come te, giovani ed entusiasti, sono adesso felici di tramontare, di andare in quiescenza? In fondo non è il pensionamento una tappa verso la morte? Di cosa esattamente sono felici? Il loro piacere, in realtà, è solo una cessazione del dolore. Sono felici, semplicemente, di porre fine al logorio quotidiano delle loro esistenze, felici di scendere da un convoglio su cui aspettavano da tempo, provati, la propria stazione di arrivo. Hanno resistito a lungo, ma solo perché sapevano di avere una scadenza. Con loro se ne va un carico di storie, di aneddoti, di esperienze che hanno posto la psichiatria italiana al centro del mondo. Ora tu resti solo. Quasi senza consegne, senza guide più esperte, senza un trasmissione di modi di porsi e di valori, abitatore di non-luoghi, in CSM per lo più fatiscenti, spesso periferici e marginali, assediato da richieste insolubili, oppure turnista tremebondo in repartini squallidi, via finale comune di atavici ed irrisolti, quanto irrisolvibili, rompicapi socio-esistenziali. Dove stai andando? Per dove si prosegue? Nessuno ti dice più nulla. Il sorriso di accoglienza che hai visto disegnato sui volti dei veterani, nei primi giorni che sei arrivato, è già svanito. La novità del tuo arrivo è ormai un sasso che ha richiuso lo stagno sopra di sé. Il convoglio posticcio della Salute Mentale Italiana è, da troppi anni, blindato dall’indifferenza, scartato dalle agende dei governi, sepolto da proclami retorici e a pressoché isorisorse. E la tua destinazione ti è ignota. Ti hanno dato l’illusione di scegliere, quando sei entrato, il posto dove tu volessi stare, come se nell’inferno ci fosse un posto migliore di un altro. Ti sei euforizzato sulle prime. Avevi vinto un concorso, magari anche non il primo, magari hai già saltellato tra una sede e l’altra, privilegio che i tuoi predecessori non hanno certo avuto. Ma era un’illusione, perché dove più, dove meno, i luoghi della “salute mentale” (quasi un ossimoro ormai senza senso) sono praticamente tutti non-luoghi. Sono non-luoghi dove tu, per primo, se avessi un disagio mentale, probabilmente non andresti, o non invieresti un tuo caro. Preferiresti sempre uno studio privato, più accogliente, dove qualcuno, per più di una manciata di minuti, cercherebbe almeno di ascoltarti. Sei, adesso, il passeggero di un convoglio sferragliante e scomposto, che non governi, ma che sembra che nessuno governi, se ciò ti può consolare; di un convoglio che procede a fari spenti nella notte, senza rotta, oppure che gira in tondo, fino a che si fermerà, per inedia. Almeno, i tuoi colleghi degli anni Sessanta e Settanta avevano le mura manicomiali da abbattere, lo Stato padrone, l’Istituzione da negare. Tu non hai nulla di tutto questo. Tutto intorno a te è apparentemente pacificato, anche se nulla funziona. Il modello bio-psico-sociale in Salute mentale è accreditato. I “matti”, da sempre circonfusi da un’aura terribile e fascinosa, sono stati derubricati a “disabili”, che evocano solo pietà e rigetto perché disfunzionali nella società turbo capitalista, non più custodi dell’enigma, di questa vita o dell’altra. Vanno, semmai, psicoeducati: cioè addestrati/addomesticati ad un’inclusione sociale e lavorativa protetta, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore vanno persi di vista, tornano al vagabondaggio (Wanderung), che sta nella radice della parola tedesca Wahn, che sta per follia. Ti hanno dato un PC ed una scrivania, due sedie, un ricettario, e ti hanno passato l’idea che puoi fare il neurologo comportamentale, il regolatore delle passioni deviate, il diagnosta di una malattia naturale che si chiama disturbo del neuro-sviluppo, o neuro-divergenza o qualcosa del genere, ma comunque sia un criptico brain disorder. Forse tra qualche anno, o prima, come accade nell’Occidente avanzato e nelle Americhe, ti rifugerai nel privato, e nessuno potrà mai condannarti per questo, neanche la tua coscienza, che si rifiuta di essere complice della lapidazione quotidiana di pazienti ed operatori, quella si, “democratica”, che non distingue più tra follia e norma, tra operatori, familiari ed utenti. Almeno, nel privato, cercherai di fare qualcosa per chi può permetterselo. Così, più o meno in questi termini, ti racconterai, negli anni a venire, il tuo progressivo disimpegno. Peccato che la psichiatria vera, quella dei “matti” senza “se” e senza “ma”, avrà perduto un’anima bella come la tua. Il “mattatoio” nel quale operi è quello delle vite umane (dei pazienti e degli operatori, senza differenze) che si perdono, inscatolate e confezionate precariamente alla meno peggio, perché diano il minor fastidio possibile. Ti ritrovi nuovamente ad essere custode, garante, gestore della pericolosità, in una scena aperta, dove dalla tua non hai neppure rassicuranti contenitori (manicomi, OPG, Carceri, Rems) e dove, mentre tu ti illudi di cambiare, con una molecola, o con una bel gesto, una particola di mondo, la follia vera arde si conserva sotto vuoto fino ad esplodere per conto suo, lasciando cenere intorno. Le tue armi, a conti fatti, restano solo i farmaci, tanti farmaci. Sedare, spegnere, controllare. Fialare, prescrivere, redigere certificati, firmare ASO e TSO, compilare PTRI farlocchi, per spedire esseri umani che nessuno vuole in cronicari pseudoriabilitativi. Partecipare a riunioni di reduci, gestite da direttori verbosi, dove, oltre a rimpiangere un passato che, forse, non è mai esistito, si perde solamente tanto tempo senza concludere sostanzialmente niente. E, soprattutto, senza mai che qualcuno dia protagonismo ai pazienti in quanto titolari delle loro vite e dei loro mondi. Ti ritrovi a sperare, ad ogni alba, che nessuno delle centinaia di pazienti che ti sono stati assegnati (si chiamava una volta “presa in carico” e prevedeva un’équipe) abbia ammazzato nessuno o si sia ammazzato. Identica ansia o angoscia ti percorrerà ad ogni dimissione nel vuoto che farai dall’SPDC, sapendo che difficilmente qualcuno si occuperà veramente del paziente che hai dimesso, a meno che lui o la famiglia non abbiano la volontà ferrea di farsi seguire, zigzagando tra il filo spinato dei CUP e quello delle liste d’attesa. Sei schiacciato: da un lato le famiglie, disperate ed espulsive; dall’altro la società, tutt’altro che inclusiva; i magistrati, non più indulgentisti; le FFOO, poco collaborative, e i PANSM 2025-2030, ricco di retorica e di utopia. E tutti, dalle forze dell’Ordine ai Magistrati, dai colleghi medici ai familiari, dalle associazioni ai benpensanti, dagli assistenti sociali dei comuni ai condomini dei palazzi, tutti, ma proprio tutti, come si dice a Napoli, che “lo vogliono da te”. Ma tu, proprio tu, in tutto questo chi sei? Come pensi di sopravvivere? A chi e a cosa ti aggrapperai? Quali sono i valori di riferimento che ti permetteranno, come stelle polari, di traversare questa lunga notte nutrendo la fiducia di avere una rotta, cioè un senso? Non hai certo studiato e sacrificato tanti anni della tua giovinezza per finire di essere il parafulmine di riforme utopistiche e fallite, di magnifiche e progressive sorti mai compiutesi, di sbandierate etiopatogenesi neurobiologiche, supportate da quintali di letteratura scientifica e impattata che lascia il tempo che trova, mentre sei solo, in PS o a casa del matto, con la suola delle scarpe incollata al pavimento, e non sai che pesci prendere mentre te la fai addosso?
Io ti sto ribadendo, qui, perché tu possa sopravvivere, ma solo perché tu possa sopravvivere, assurdamente, il primato della clinica, in un’epoca dominata dalla psichiatria algoritmica e burocratizzata. Quella stessa fenomenologia clinica, che ha ispirato Basaglia a distruggere gli ospedali psichiatrici e a considerare umani gli alienati, oggi serve a te, soprattutto a te, prima che ai pazienti. Sei tu, adesso, prima che i tuoi pazienti, ad esser finito nella trappola di quell’istituzione sgangherata, recidivata, scucita e metastatizzata, che si chiama Sistema della salute mentale, per uno stipendio qualsiasi, che ti tiene in scacco tra opzioni tutte quasi impercorribili. Dove lo metterai il matto, il tossico-matto, l’homeless ubriaco ed aggressivo, lo psicopatico antisociale, lo straniero confuso e sbandato, il demente violento, il ragazzino disregolato, la ragazzina self-cutting e suicida? A casa no, non lo rivogliono; oppure, semplicemente, non c’è un casa del ritorno; da qualche parte chiuso no, perché non ci sono luoghi chiusi; in mezzo alla strada no, perché è pericoloso; a casa tua no. Obbligo di curarsi : no. Opzioni attrattive offerte dei servizi? No o ni. Ma dove allora? Chi allora? Come lo includerai nel sociale? Come salvaguarderai le sue autonomie? Dov’è la tanto sbandierata recovery? Come potrai, compagno di un viaggio che rischi di non fare più, non cedere schiacciato tra tutte queste pressioni esterne, vittima della tua stessa impotenza? Come potrai prendere le decisioni che dovrai prendere se non hai chiari dentro di te i confini tra le sindromi su base psicopatologica, e soprattutto gli sconfinamenti tra le sindromi? Il recinto di anomalie che è la psicopatologia, le Gestalten colte a colpo d’occhio, a naso, a sensazione, mentre i minuti passano, di un mondo che si svela in un dettaglio; di un mondo che finisce o di un sole che sta per esplodere; di un vulcano che bolle sotto la cenere o di una cuore che pulsa in un barile di ghiaccio? Ogni volta che ti ho chiesto “che impressione hai avuto di quest’uomo che abbiamo visto”, mi hai guardato con l’occhio assente di una mucca che vede passare un treno mentre pascola. Sei capace di scrivere esami di stato psichico perfetti: che non portano da nessuna parte. La tua è una semeiotica senza psicopatologia, una raccolta di elementi che restano senza la quadra. E nessun biomarker ti aiuterà. Ma cosa saranno mai, allora, queste parole, a questo punto della mia lettera, così poco politically correct ? Queste parole di un ex-giovane che si è formato con maestri nati tra gli anni 20 e 40 del secolo scorso, e che ora, prima di andarsene, sembra che parli a te per metafore poetiche? Come può esprimersi così un veterano, uno che ha fatto la trincea dei servizi, con all’attivo 1500 turni di notte? Che ha nelle narici la puzza dei corpi umani disfatti dagli artigli e dal becco della follia? Eppure, caro compagno di un viaggio che rischi non fare più, proprio queste immagini mi hanno tenuto vivo in tutti questi anni.
Sentirai parlare di dati e di calcoli, ai corsi di aggiornamento e di management, di obiettivi di budget, di indicatori di performance, invece che della sofferenza e del dolore. In punto è che, al di là dei freddi istogrammi, delle torte, delle tendenze, sul sacro abisso della follia umana, ed questa è la verità che ti propongo: alla fine ti affacci tu, solo tu, non loro. Non i decisori, non la gente comune: sul vuoto d’aria della follia adesso ci sei solo tu. Non quelli che scrivono linea guida, linee di indirizzo, PDTA ricchi di tabelle e flowchart, che presiedono ai convegni e che animano i tavoli tecnici del Governo, sempre distratto da emergenze più urgenti e più gravose. Quel governo dove, come urla silenziosamente Fabrizio Starace, “nessuno mai salta dalla sedia” a fronte di dati che testimoniano inoppugnabilmente l’agonia di un sistema.
La psichiatria, certo, non è mai stata bella. E se l’hai scelta è stato certo per rispondere ad un tuo bisogno interno, qualunque altra cosa tu ti racconti. Ma per il passato la posizione dello psichiatra era certo più comoda. Nessuno gli chiedeva conto della guarigione impossibile, nessuno lo riteneva responsabile dei casini che il folle fa nella sua e nell’altrui vita. Poi è stata la volta dello psichiatra rivoluzionario, alternativo, che il mondo sociale guardava con simpatia, un revanscista romantico, che con la sciarpa rossa, barba, capelli incolti e jeans sdruciti, faceva operazioni garibaldine, mentre i letamai manicomiali ancora stivavano decine di migliaia di esseri umani trasformati nelle loro ombre da centinaia di ECT e insulino-shock-terapie, congelati dai neurolettici dati col mestolo. Poi tutto questo è finito. Il sipario è calato. La transizione è stata rapida ed ha bruciato, a partire dal nuovo Secolo, i tuoi colleghi che ora gioiscono di andarsene. E’ arrivato, come il grande freddo, il tempo delle macroaziende. Dei nuovi cronici. Dei protocolli. Dei rei folli in libertà vigilata (da chi?). Ed oggi, finalmente, la follia è sdoganata come malattia del cervello. Peccato, senza una lesione dimostrabile da mostrare ai familiari. Ti chiedono, in ragione di questo, di stilare una prognosi, te lo chiedono tutti; ti chiedono un profiling degli uomini che incontri, ti chiedono di controllare i sintomi (del loro comportamento) con i farmaci ma senza gli effetti collaterali o avversi dei farmaci. Quando il drago della follia acuta ritorna, perché ritorna, credono che tu non abbia curato bene la prima, loro che si erano illusi che la seconda non venisse più.
Ti hanno insegnato che la psichiatria è una branca dell’ingegneria neuronale, ti hanno detto che il delirio è un errore di codifica, che l’angoscia è un bug del sistema serotoninergico, da resettare con l’ultima molecola sintetica, quella che promette di spegnere il sintomo senza che tu debba mai sporcarti le mani con il fango dell’esistenza.
Ma io ti chiedo, qui, perché tu non smetta di chiedertelo: dov’è finito l’uomo? Non solo l’uomo folle. Ma, innanzitutto, l’uomo dentro di te, l’uomo che tu eri e che sei e che vorresti continuare ad essere.
Nella vita di uno psichiatra, prima o poi, si affronta una specie di “torsione di punta”, come lo scafo di un gozzo su una torcolare di onde, che borda l’orlo del precipizio. Se non si arriva quel momento, dove o si cambia o si muore, dove il cambiamento è una morte, e quella morte è una rinascita, tutto è stato vano. E’ in quel punto preciso che uno psichiatra si rende conto che tutto il percorso fatto era strutturato apposta per evitare quel vortice e, al tempo stesso, assurdamente, era stato intrapreso, inconsapevolmente, proprio per arrivarci, a quel vortice, forse meglio attrezzati di prima, ma mai al sicuro. Ma nel vortice, più che la tecnica o la forza, conta il farsi leggeri e piccoli, il lasciarsi trasportare, come un guscio di noce, come piuma, da quell’onda che, se rimani rigido come il piombo, ti risucchia, fino a rivedere la luce. Omero e Dante hanno, per tutti gli umani, indicato questa rotta. Il naufragio cercando Itaca o la Selva oscura, come abissi da vivere usque ad fundum, per approdare, più che a se stessi, ad un altro. Ad un’altra. Agli altri. Il “naufragio” e la “selva oscura” sono, dunque, metafore che svelano la dolorosa verità dell’esistenza, come ineliminabile gola in cui ogni uomo, dopo la nascita dallo strozzato bacino femminile, deve ripassare, se vuole rinascere. Tu adesso sei esattamente in quel punto. E ti senti smarrito. E, per assurdo, la tua posizione esistenziale non è dissimile da quella degli uomini che incontrerai sub specie di utenti o di clienti, io preferisco sempre chiamarli “pazienti”. Sei, come loro, in bilico in una situazione limite. Comincia allora con il visualizzare proprio il contorno umano del paziente che sta di fronte a te. Per fare questo dovrai fare uno sforzo che in fenomenologia si chiama “sospensione”. Devi deporre ciò che hai appreso. Ti hanno rubato il mistero e lo hanno diluito nei pixel. Ti hanno convinto che la biochimica sia la risposta, quando in realtà è solo la grammatica di una lingua, quella della follia, che tu, purtroppo, non sai più parlare. Il recettore, certo, non piange, la sinapsi non conosce la disperazione del tempo che non passa, l’amigdala non sente il freddo dell’abbandono. Sospendi tutto, e lasciati colpire da ciò che provi di fronte ad ogni paziente. Lasciati “impressionare”. In quel morso ci sta la verità.
In tutte le analisi critiche svolte sul Sistema della Salute Mentale, di cui sono pieni i media, e non da pochi anni, si batte sempre sulla mancanza di fondi e di risorse. E’ innegabile che non si frigge con l’acqua. Ma l’olio è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Nessuno ti dice che le idee e le visioni del mondo camminano sulle gambe degli uomini. La dittatura del “consensus” e la burocrazia della “sicurezza” hanno preso il posto dello slancio, della creatività, dell’impegno in prima persona, della vocazione alla cura, della passione per la follia, di una clinica fatta coi sensi, dove non arrivano le macchine. La prima ragione del fallimento della Salute Mentale sono gli operatori in quanto esseri umani. Un fattore di moltiplicazione di operatori “senza qualità” produrrà solo un’enfasi dei guasti. L’operatore della salute mentale non è un uomo qualunque. E non è solo un tecnico. Il giorno che gli operatori hanno smesso di misurare la propria umanità su quella dei pazienti, la Salute Mentale ha iniziato a morire. Da Pinel a Basaglia, passando per Laborit, Delay, Deniker, Jaspers, Freud ed altri, anche Cerletti (ho un pz catatonico da tre mesi che sta morendo se non trovo qualcuno che è disposto a fare un ECT) ogni generazione ha prodotto i suoi visionari, che con la loro dedizione hanno consentito di abitare i confini, le zone mefitiche, alienate e scabre, di attraversare, con tutti i mezzi possibili, l’alienazione ritenuta inaccostabile. Uomini che hanno dato la forza e l’entusiasmo, a tanti altri uomini anonimi, di resistere nella speranza di trovare una via d’uscita.
Siete ragazzi brillanti, tu e i tuoi colleghi. O almeno lo eravate. Formati su trial multicentrici, convinti di essere medici e specialisti, ma che non sapete nulla di quello che è stato prima di voi, né la vostra curiosità vi ha mai spinto a squarciare il buio della memoria e dell’oblio.
Sapete chi era Marco Cavallo? Sapete che il primo DSM, il III, è arrivato in Italia nel 1980, lo stesso anno che è scoppiato il cervello a Basaglia? Sapete che la schizofrenia è stata introdotta da Bleuler nel 1911? Sapete chi è e come vive il suo mondo uno schizofrenico al di fuori delle fasi produttive? Sapete cosa ha significato, epistemologicamente, il passaggio da “dementia praecox” di Kraepelin a “schizofrenia” di Bleuler? Conoscete cosa significa il termine “paradigma” in epistemologia clinica? A volte non mi avete saputo recitare precisi neppure i cluster di personalità del DSM 5. Non sapete “camptocormico” cosa vuol dire. Forse non sapete neanche le date di inizio e di fine della Prima e della Seconda guerra mondiale. Di sicuro non mi avete mai risposto sul perché del termine “fren” in parole come schizofrenia, oligofrenia, frenastenia, freniatria. Certo, mi potete obiettare che questo è un corpus di nozioni obsoleto ed inutile, che non serve a costruire password per accedere ai sistemi informatizzati. In realtà io sono convinto che la cultura è il solo strumento dell’intelligenza per poter esercitare la critica. Una critica volta a sopravvivere, non un critica protestataria a prescindere. Senza la cultura non potete essere critici. Sarete costretti a subire, o ad andarvene. Non conoscete lo statuto del delirio. Siete permeati di scale e alla fine siete costretti a delle scelte dettate dal senso comune, che condividete con l’uomo della strada. Qual è, in definitiva, la differenza tra voi e l’uomo della strada di fronte alla follia? La differenza è che voi, in questo Sistema che fa acqua, voi ne rispondete della follia e delle sue conseguenze, l’uomo della strada è invece proprio colui che vi accuserà di non aver fatto abbastanza, o di aver fatto troppo e male.
Siete terrorizzati di sedervi di fronte ad uno sguardo che si è perso nel mondo di laggìu, avete barattato l’Einfulhung con l’evidence based medicine, avete lasciato andare la comprensione psicopatologica con la statistica e gli algoritmi.
Vi hanno detto che eravate tecnici della regolazione cerebrale, e così avete smesso di ascoltare e di capire la melodia stonata dell’esistenza.
Ma la follia, caro compagno di un viaggio che rischi di non fare più, non è un guasto idraulico, è il tragico naufragio di un impossibile progetto di mondo, che nel delirio ha cercato disperatamente il suo porto,
Diserta da tutto ciò che sai. Aggrappati a ciò che non sai. Stringi la mano al catatonico, guarda, oltre i target symptms, ciò che resta di quel “tu” che grida nel deserto dell’inascolto.
Cerca la vertigine che si prova quando nel buio di una guardia notturna, una tua parola attraversa il muro del suono, e due solitudini, quella tua e dell’uomo che hai di fronte, come in un dipinto di Hopper, si toccano. Quello è l’unico impatto che conta, l’impatto di un’anima sull’altra.

Non lasciare che la biochimica, o il mito del “sociale”, diventino il tuo alibi per non incontrare l’altro. Il farmaco placa la tempesta biologica, ma il ponte lo costruiscono solo la tua carne, la tua capacità di risuonare, la tua disponibilità a scendere negli inferi senza la garanzia del ritorno. Questa è la psichiatria di cui io qui, ormai prima di andarmene, sto a lanciarti una cima, quella psichiatria principalmente clinica, che mi ha fatto sopravvivere. Torna alla fenomenologia come bussola per attraversare l’inferno, per non perderti nella rassicurante quanto effimera nebbia digitale che ti hanno inculcato. Non ti negare il corpo a corpo clinico: la cura non deve ridursi a un check-up farmacologico, ma restare un confronto con l’enigma. Attrezzati a riconoscere la “follia chimica” delle psicosi sintetiche. Bisogna affrontare le sfide dei nuovi abusatori di sostanze, i prigionieri del viaggio, dove non più solo il farmaco, ma anche la sostanza rischiano di saturare lo spazio dell’incontro. Datti all’ascolto dell’indicibile: non smettere di cercare l’altro oltre la diagnosi, mantenendo quella passionalità e quell’interesse autentico per l’umano che la tecnica spesso oscura. Resta in “fluttuazione”: accetta lo sforzo di rimanere a galla in un mare mosso, senza cercare la sicurezza di un protocollo rigido che annulla la soggettività del paziente. Sii un ribelle della tenerezza, in un mondo di efficienza aziendalista sbandierata. Sii custode dell’indicibile, non un contabile del prevedibile. Ma soprattutto, non perdere l’occasione più grande, quella di trasformarti. E’ questo il dono che la follia fa a chi s’inchina e s’in-clina di fronte a lei, cercando il dialogo con l’insensato: non rimanere congelato nella posizione di partenza. Trasformarsi, cambiare, cercare la voce, tra le mille voci di fuori e di dentro, di un te stesso irraggiungibile, fatti promotore delle bellezza e del fascino dell’avventura umana intesa come viaggio. I libri, la psicoterapia personale, i tanti incontri mancati, gli incontri riusciti, i pazienti che hai perduto e quelli che hai salvato, le dinamiche intersoggettive che ti attorniano: è questa la ricchezza inestimabile del lavoro che stai facendo, seppur sporcata dall’immondizia che la sommerge. Un diamante sporco resta sempre un diamante. E’ l’incontro tra due uomini è un diamante. Il punto è che lo devi cercare, devi sapere che c’è, per poterlo vedere e trovare. E, prima di sapere, lo devi sentire. Questa è l’opportunità che nessuno può toglierti. L’orgoglio di svolgere una professione, come quella dello psichiatra, che è figlia dell’Illuminismo, ma attraversata del romanticismo, laica, rispettosa della trascendenza non catturabile, capace di cogliere l’alito della libertà in una carezza di vento tra i capelli. Tutto intorno a te può crollare o sta crollando o è già crollato: non fidarti di pianificazioni e programmazioni utopiche, buone a mettere a posto le carte; non vivere aspettando rinforzi e risorse che non arriveranno. Lasciati andare. A quel poco che puoi fare che è tanto. Perché la misura di un incontro non è mai statistica. E se si vuol ricostruire qualcosa, l’uovo di Virgilio su cui erigere il nuovo castello, è solo l’incontro.
Prendo congedo ora da te. E tra non molto anche dal mio amato/odiato servizio pubblico. Con la speranza che, se leggendo queste mie righe, hai provato anche un solo piccolo brivido, questo brivido, negli infiniti momenti di sconforto a cui andrai incontro, possa sempre accompagnarti, come il grido rauco del gabbiano di Kierkegaard, che balena sulle onde del Maelstrom, ricordandoti che sei vivo.
Tuo
Gilberto
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Sono la mamma di una persona seguita dal CSM di Torino.
Complimenti, uno scritto di questo rilievo solo da una persona piena di passione, di cuore e di conoscenza
poteva lasciare un messaggio così intenso, ricco e di speranza.
Ho letto la tua lettera Gilberto, e ho pianto. Ho pianto perché ho ritrovato il dolore vissuto, e la solitudine, e la delusione,e la fatica continua di un lavoro meraviglioso svolto nel servizio pubblico svuotato di ogni poesia e umanità. Ho pianto per la stupenda bellezza di questo mestiere dilaniata dall’indifferenza e dalla meschinità umana. Ho pianto perché ciò che io ho vissuto altri lo hanno vissuto, fino a perdere la passione per il lavoro o per loro stessi. Eppure nel pianto riconosco l’amore profondo per quello che ancora faccio e la certezza ferrea che siamo dispensatori di opportunità e risposte e che questo rende possibile, per chi ci incontra, migliorare la propria vita. Anche per un minuto, anche per un millimetro. E questo, ancora, mi consola. E mi spinge a proseguire.
grazie infinite Antonietta…
lavoro in un serd. volevo dire alla collega che non c è la fila alla porta di psichiatri che “si rifugiano” nei serd per stare “comodi”. eppure ce ne sono di psichiatri stanchi e disillusi. non ci saranno le notti e le reperibilità ma c è quel “profumo” inconfondibile c è l hiv l epatite lo spacciatore il cattivo …:loro se la sono voluta”.
quelli che incontro io sanno dissociare fin da quando erano bambini e continuano a farlo con le sostanze. sono rotti dentro. sono stati abusati. sono quei “border” che se ne strafregano dei piani terapeutici e del cup e delle liste d attesa e poco “rispondono” ai farmaci. ti guardano dentro ti “sentono” e da bravi “border” ti mettono alla prova ti tengono sul filo. non lo so se “schifare” i serd è un atto di eroismo verso la pura professione dello psichiatra o altro.
La “LETTERA APERTA AI GIOVANI PSICHIATRI : UN INVITO ALLA RESISTENZA” di Gilberto Di Petta su Psychiatry on line Italia ha totalizzato AD ORA 9230 letture e SOPRATTUTTO già 40 commenti profondi variegati e dialettici segno del fatto che ha toccato il cuore e la mente di tanti. Come Editor della rivista non posso che essere profondamente felice del fatto che un documento stia diventando ciò che dovrebbe essere quando è importante, come questo di Gilberto, ovvero un “bene comune” su cui confrontarsi per far crescere una Comunità Vera. Continuate ad arricchire l’articolo con i vostri commenti, DAVVERO BENVENUTI, in calce al pezzo. CI CONTIAMO DAVVERO
Grazie caro collega per le tue parole che ci fanno molto riflettere non solo su quella che è la situazione attuale e futura dei servizi psichiatrici e della salute mentale in generale in Italia, ma anche sul passato che ci ha visto protagonisti di una mancata applicazione legislativa. Personalmente, essendomi iscritto alla specializzazione in psichiatria nel 77, ed avendo vissuto in prima linea l’esordio applicativo della legge 180, posso dire di aver patito non poco della mancanza pressoché totale di strutture e personale qualificato e ha poi accompagnato i 40 anni e più di attività professionale nel servizio pubblico. Sottoscrivo quindi ogni tua riflessione ed in particolare credo che una delle problematiche più importanti sia quella di una riqualificazione motivazionale ed etica, oltre che professionale degli psichiatri e anche di tutti gli altri operatori che rappresentano il vero strumento terapeutico: la relazione interpersonale col paziente. nell’epoca delle passioni tristi manca non solo la competenza, ma la motivazione e la consapevolezza di quello che ha spinto tutti noi a scegliere una professione d’aiuto così importante e delicata… Kirone docet! Enrico Marchi psichiatra e psicoterapeuta Lucca
Un balsamo! Grazie
la follia come enigma, la clinica che indica l’incontro con l’insopportabile, una formazione umana è necessaria per stare al fianco di ciò che non si lascia imbrogliare nei protocolli… lavoro come educatore di sostegno nelle scuole da più di vent’anni. ho potuto incontrare un alterità che mi abita quando avevo a che fare con un alterità non riconosciuta da chi ne è a volte ospite inatteso. una lettera come questa spero resti un momento di apertura verso un enigma, un insopportabile e una formazione impossibile da ridurre a marketing della follia…
Come non ritrovarsi nelle parole di Gilberto in quasi 30 anni di SPDC. Pathos e immedesimazione, questa la mia risonanza. Complimenti e grazie.
Ecco il mio commento.
Da giovane studente e poi giovane medico mi chiedevo perché, nella descrizione della varie malattie, si faceva quasi sempre riferimento alle “giornate lavorative perse”?
La sofferenza, il dolore hanno voce nella società performante?
Ultima considerazione: Paziente al singolare scritto sempre in Maiuscolo .
Un caro saluto
Lettera aperta ai vecchi psichiatri. Da un giovane collega.
Ho letto la lettera ai giovani psichiatri.
L’ho letta con rispetto. E anche con un certo disagio.
Perché mentre ci invitate a resistere, a custodire l’umanità, a non perdere il senso del nostro lavoro, sento il bisogno di rivolgere a voi una domanda più semplice e forse più scomoda:
che cosa avete fatto in tutti questi anni?
Non lo chiedo con spirito accusatorio. Lo chiedo perché sono arrivato nei servizi che voi ci avete lasciato.
Sono entrato in SPDC dove la contenzione è ancora un fatto ordinario e raramente oggetto di discussione collettiva. Sono entrato in CSM dove spesso non esistono più luoghi di pensiero condiviso. Ho trovato riunioni svuotate, supervisioni assenti, ricerca inesistente, formazione ridotta a obbligo burocratico.
Ho trovato cartelle cliniche infinite, montagne di documenti che mi sono stati consegnati il primo giorno senza orientamento, senza accompagnamento, senza trasmissione di sapere. Come se il lavoro potesse essere ereditato per abbandono.
Ho trovato operatori stanchi, feriti, cinici non per cattiveria ma per esaurimento.
Ho trovato servizi che sembrano fortezze assediate.
“Questo non ci compete.”
“Questo non è nostro.”
“Questo non si può fare.”
Frasi ripetute fino a diventare cultura.
Mi chiedo allora: dov’eravate quando si spegnevano gli spazi di confronto? Quando le équipe smettevano di discutere? Quando la paura sostituiva la curiosità? Quando la burocrazia divorava il lavoro clinico?
Dov’eravate quando territori interi venivano affidati quasi esclusivamente alla farmacologia? Quando migliaia di persone ricevevano per anni trattamenti che producevano apatia, rallentamento, dipendenza, parkinsonismi, aumento di peso, perdita di speranza?
Dov’eravate quando gli SPDC rimanevano chiusi e contenitivi? Quando la violenza istituzionale diventava invisibile perché normalizzata?
Dov’eravate quando la psichiatria smetteva di interrogare se stessa?
Molti di voi hanno scritto libri, partecipato a convegni, diretto servizi, occupato posizioni importanti. Eppure noi, che arriviamo oggi, ereditiamo spesso organizzazioni fragili, isolate, incapaci di lavorare insieme.
Abbiamo ereditato rapporti difficili con i magistrati, con la scuola, con i servizi sociali, con il privato sociale. Abbiamo ereditato istituzioni che si guardano con sospetto e si rimpallano problemi e responsabilità.
Abbiamo ereditato il “si è sempre fatto così”.
E soprattutto abbiamo ereditato una strana solitudine.
Perché quando proviamo a cambiare qualcosa, a costruire un gruppo, a riaprire una discussione clinica, a sperimentare pratiche più dialogiche, più comunitarie, più umane, scopriamo spesso che dobbiamo farlo da soli.
Senza maestri.
Senza corpi intermedi.
Senza comunità professionali vive.
Eppure questa lettera non vuole essere un atto d’accusa.
Perché so bene che molti di voi hanno lavorato in condizioni difficili. So che avete affrontato tagli, abbandono istituzionale, trasformazioni sociali enormi. So che anche voi siete stati, in parte, vittime delle stesse dinamiche che oggi denunciamo.
Per questo non vi scrivo per chiedervi di farvi da parte.
Vi scrivo per chiedervi di tornare.
Non come dirigenti. Non come autorità morali. Non come custodi della memoria.
Come compagni di lavoro.
Abbiamo bisogno di un incontro vero tra generazioni.
Di poter guardare insieme le macerie senza nostalgia e senza risentimento.
Di poterci dire con onestà ciò che non ha funzionato.
Di riconoscere gli errori.
Di condividere i fallimenti.
Di immaginare servizi che siano finalmente luoghi di pensiero, ricerca, sperimentazione, cura e libertà.
Perché il problema non è difendere la psichiatria.
Il problema è costruire istituzioni che facciano stare meglio le persone che le abitano.
Gli operatori.
Le famiglie.
E soprattutto coloro che continuano a essere chiamati utenti, pazienti, assistiti e che restano i veri protagonisti di questa storia.
Forse la resistenza di cui abbiamo bisogno oggi non è quella dei giovani contro il sistema.
Forse è quella di giovani e vecchi insieme contro tutto ciò che ha reso i nostri servizi più poveri, più spaventati e meno umani.
Se avete ancora voglia di lottare, noi noi credo che saremo ancora qui.
Nel mio piccolo, da paziente al 2° colloquio, ho regalato al mio giovane psichiatra neolaureato, che credevo “scazzato” ed era,invece, terrorizzato, un biglietto di teatro per andare a vedere uno spettacolo di Massimo Cirri e Peppe Dall’ Acqua in cui si parlava di Basaglia e della nascita e uscita di Marco Cavallo. Leggendo queste lettere ho avuto la conferma di aver fatto benissimo. L’ anziano e il neofita. La luce che ho visto nei suoi occhi e nel suo sorriso è stata una gioia pura per me. Che culo che fosse in cartellone in quel periodo 😁 E questo ho cercato di fargli capire, cioè ascolta e rispondi. Chiediamo questo e non solo i pazienti, no? Non capisco. Ci sono dentro e non vedo l’ uscita. Aiutami un pochino a capire dov’è. O, almeno, come fare a trovarla. Se e dove sto sbagliando. Credo sia questo quello che vogliamo tutti. E che possiamo aiutarci l’ un l’ altro. Vero il ripetersi di schemi insulsi, le esagerazioni ad oltranza, le sfilze di cazzate inutili. Da paziente. Figurarsi da psichiatra 🤦
la lettera di Gilberto costituisce, di fatto, un “DOCUMENTO-REFERTO” che non dovrebbe subire la stessa sorte toccata da troppo tempo ai famigerati “MANIFESTI” la cui estenuata retorica ha finito col coincidere con l’apologia dello status quo. Interrogando la “Storia della psichiatria” Gilberto mette in tensione la stessa “identità ” dello psichiatra mettendone allo scoperto quelle “componenti parassitarie” da sempre rimosse e tutelate da un incoercibile ricorso al rifugio corporativo. Sarà mai tollerabile una tale “richiesta”, di mettere cioè “en plein air” ciò che con l’avvento della “180” fu ottenuto con l’indispensabile parere della “S.I.P.”? È auspicabile che una sorta di “NUOVA ALLEANZA” intergenerazionale possa evitare di parlarsi come se si trattasse del “culto egizio dei morti”.
Grazie
caro Salvatore, rispondo con tutta ma stessa al tuo appello, io i sono.
Sono assolutamente d accordo con te…
Abbiamo lavorato.
Sono una Psichiatra psicoterapeuta che ha a dato conoscenza senza e amore Al proprio Lavoro credendo di stufiate molto e lavorare molto avrebbe dato del bene Sono del 1971 e ho fatto percorso netto col Massimo dei voti e volonta’ ho sacrificato tutta la Mia vita Sono stata usata dall’azienda per cui Lavoro Aulss1 Dolomiti e poi sputata penso di andarmene e gestire un corretto privato poo perche’ mi contattano persone da 20 anni Le Loro vite Sono evolute con me e manco a chi soffre per cui diventa un dovere non senza dolore. Cielo quante notti insonni e di fila. fate di Tutto per non cadere nel burnout c’e’ chi ha bisogno della tua esperienza e empatia ci vuole coraggio lo capisco ma il famoso posto fisso oggi e’ fumo
Che tristezza leggere lo scritto dello psichiatra probabile mio coetaneo in fortunata quescienza e quello del giovane collega!! che chiede “cosa avete fatto…dove eravate..”..ecc ecc..Posso dirti dove ero io..anzi com’ ero e come sono diventata!Tra la distanza dal paziente per “mantenere la neutralità,”sinonimo di non voglio sentire il tuo dolore,cerco di farlo tacere…ergo ti cronicizzo…,non parlo coi familiari per non farmi triangolare..e tante troppe altre amenità da cui ho preso le distanze,lavorando a testa bassa,mal sopportando i vari dirigenti scelti per favoritismi o per politica o perché obiettivamente incapaci(caratteristica molto richiesta quando il cambiamento che chiediamo ai pazienti siamo i primi a mal tollerare..).Non avendo peso politico non ho fatto carriera,anzi sono stata scavalcata da colleghi non medici che mi hanno diretto..tanto poi il lavoro sporco sempre a noi toccava!Ho avuto esperienze umane molto forti e significative con i miei pazienti,ho imparato da loro come si sopravvive nel disamore nell’ ‘abbandono ,con etichette diagnostiche copiate e ripetute da una cartella all’altra,ho ricevuto tanto,unica gratificazione di un lavoro mai riconosciuto come usurante, devastante senza uno straccio di supervisore ,ma con un aumento esponenziale in termine di numeri e di complessità.Inascoltata dagli apici.Ho fatto del mio meglio,spesso a mani nude in solitudine ed isolata dall’equipe perché troppo diretta,usata spesso per dire le cose indicibili.Eppure penso di aver svolto la professione più bella del mondo,che amo e rifarei….in un altro mondo!Una visione romantica? può darsi…questo però mi ha permesso di alzarmi ogni mattina o notte ,fare chilometri, affrontare paure ,pericoli ,ostacoli perché il mio lavoro ha avuto senso per le persone che ho seguito,anche per quelle che mi hanno odiato.
Grazie Gilberto. Per l’attenzione ai giovani e ai meno giovani psichiatri che continui a mostrare. Nel richiamarli alle ragioni delle loro scelte professionali, alla attenzione alla Persona (tutte le Persone coinvolte) alla centralità del tentativo di comprendere
fiera e onorata di averti conosciuto e collaborato con te in tutti questi anni…grazie
Voglio condividere qui con voi l’intervento di Caterina al consesso di Thanopulos a Napoli . È la prima donna con cui ho lavorato non più studente nei servizi di salute mentale ma da cui più ho imparato ( a vivere, a fottermene nel senso di sbattermi e preoccuparmene ). All’epoca viaggiavo come una matta tra Torino Alessandria Asti e Bobigny così in ordine sparso . L’analisi, si può dire, L’ho fatta con lei che mi demoliva ogni giorno ironizzando sul martirio della tratta cui mi sottoponevo (che poi era la sua stessa Torino-Asti)
Tutto condivido di quel che scrive, lei sa bene che gli affetti di transfert ci hanno reciprocamente condizionato nella vita personale ma mai hanno ingombrato la nostra prassi . Perché ce ne fotte assai ma mai troppo da prenderci sul serio .
E la ragazza che conosceva Scarzella, Fachinelli, Calvino, Carmi poteva forse pensarlo diversamente il suo mestiere e la sua vita ? Io oggi nn mi riconosco ma posso dire di aver visto cose bellissime e di essermi divertita un sacco. Sono certa che un nuovo rinascimento preparerà il campo ad una “ psichiatria più giusta “ in un continuo incrocio degli aspetti sociali e di critica istituzionale con i radicali antropologici della sofferenza mentale.
Io adesso non so più lavorare ma è certo che quando mi è riuscito è accaduto in specie con lei, molto poco ideologica e molto più psicoanalitica col suo bisogno irriducibile di prendersi cura delle esperienze soggettive delle singole persone. Noi tifiamo Napoli, tiè ( cit.) https://youtu.be/G72j-IkNY3w?si=ydb_Yjnt1FeZkzxk
Parole che sfrecciano veloci in un mondo dove si è immobili e insensibili a tutto. Parole che tagliano l’aria e sibilano verità che fanno soffrire. Parole che sanno anche lenire le ferite, parole che cerchiamo disperatamente………..sempre.
Gentile Dottore, la Sua lettera e’ l’invito pieno di vita che Lei fa nei confronti di questo nuovo Collega ad incontrare il malato mentale come persona e a riconoscerlo come uomo. E’ veramente una lettera da apprezzare sia dal punto di professionale che da quello umano! Averne di Psichiatri cosi’ ! La ringrazio e Le mando un abbraccio!!!
Carissimo Dottore, ringrazio per il post ricco di spunti di riflessione, condivido moltissime Sue parole, che vivo quotidianamente da circa 20 anni a contatto con le persone che soffrono di disturbo mentale, e che dovrebbero essere rivolte a qualsiasi operatore della salute mentale perché da soli, professionalmente parlando, possiamo fare ben poco.
Le stesse parole mi hanno però lasciato un amaro in bocca fatto di pessimismo più che di speranza e mi associo ai numerosi quanto costruttivi interrogativi che pone il collega Salvatore, senza arrendermi alla pandemia del sistema.
Ringrazio tutti dei commenti. Non sono uno psichiatra dalla coscienza e dalle mani pulite. Ho fatto i miei errori e ho ceduto alle mie paure. Questa lettera non e’ un atto d’accusa. E il tentativo di gettare una cima per ricostruire qualcosa su una base di comune umanita’. Credo che questo sia ancora possibile. Per quello che posso io ci sono. Ognuno risponde di se’ di fronte all’etica della propria coscienza.
Grazie di cuore per queste parole. Di grande ispirazione anche per noi psicologi
Buonasera Giliberto,
scelgo di darle del lei come segno di rispetto e di onore che si riserva ai grandi e come carezza.
sono un medico psichiatra che lavora nelle dipendenze. diversi anni fa è stato da noi per un aggiornamento invitato dall allora primario Di Mauro. La ricordo vestito di verde militare con gli anfibi la tenuta adatta a chi in prima linea si sporca le mani nei quartieri più duri di Napoli. ricordo le sue parole “i sintomi psicotici sottosoglia” il carcere che per qualcuno è un salva vita che arriva quando non si può fare niente la descrizione dei vostri ambulatori con pannelli trasparenti come divisori per non lasciare nessun operatore solo…e nonostante questo la sperimentazione di portare un gruppo in Sardegna.
poi l ho rivista a firenze in un elegante occasione con Recalcati e Rossimonti, un salotto buono.
lei parla delle “mie persone” di quelle che “incontro” ogni giorno.
quegli odori quegli occhi liquidi ci rendono immediatamente “fraterni”. io ho creduto fortemente in quello che lei e anche io abbiamo fatto. l equipe, la rete, il privato sociale, i gruppi di autoaiuto con tanti ci siamo visti e riconosciuti abbiamo fatto squadra in quella forma di amicizia che lega chi ha una “visione” comune. forse ci siamo un po vergognati di quello che facevamo, di quella “vicinanza” di sguardi, di caffè offerti, di shampoo per i pidocchi, di magliette nuove che sostituiscono le gore di unto e minestra e i buchi di sigaretta. non era una cura “evidence based”.
cosa lasciamo alle nuove generazioni?
non le nostre lamentele,i nostri fallimenti o frustrazioni.
ne hanno già a sufficienza da una generazione di adulti troppo presi da loro stessi. noi siamo cresciuti sulla colpa loro no. non ci chiedono di “dirigerli”. ci chiedono di esserci autentici. noi e loro. e dopo averli accompagnati un po li lasciamo andare. sarà la loro battaglia la loro riforma la loro psichiatria. noi gli possiamo lasciare in eredità la passione per questo lavoro che diciamolo pure ti costringe a vivere un po “scisso”.l incontro con il dolore non lo riesci a mettere via puoi un po nasconderlo perché poi quando torni a casa se sei fortunato qualcuno ti chiederà se “hai comprato il latte”. questo glielo dobbiamo dire capiterà anche a loro
Nota di redazione: i commenti in calce a questo comea tutti gli articoli della rivista compaiono SOLO DOPO che sono stati controllati e approvati dalla redazione come accade in TUTTE le testate giornalistiche del mondo. Questo significa che vi possono essere dei ritardi “umani” tra l’invio, ASSAI GRADITO, e l’approvazione di un post. Vi pregiamo pertanto di pazientare. Un secondo invio non cambia la situazione di necessaria attesa dell’approvazione redazionale. Si tratta di una cautela indispensabile per una Tesatta Registrata come Psychiatry on line Italia che penso e spero tutti i lettori comprendano
Non limitatevi a leggere: lasciate una traccia. Ogni commento è una testimonianza, ogni testimonianza trasforma un articolo in un documento collettivo della psichiatria italiana contemporane
Da anziano psichiatra, in pensione, trovo molto utile l’idea di scrivere una lettera ai giovani psichiatri affinchè possano dialogare, trovare ascolto e sviluppare il protagonismo. Un lavoro che spetta anche ad altre professioni, psicologi, infermieri, educatori, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali e operatori sociosanitarie, agli stessi utenti, ai familiari, ai cittadini.
La qustione della partecipazione è cruciale, sia rispetto alla politica, al potere, ma anche all’opinione pubblica. Il divario tra bisogni e risorse, è una questione molto seria che dura da tempo. S’inscrive nella linea di neoliberismo sempre meno temperato che ha ridotto i diritti delle persone e gravemente lesionato l’idea e le pratiche di comunità per un società solidale, accogliente e curante. E’ questo il nodo della persistente crisi che si aggrava nella misura in cui la società diviene rifiutante, escludente e abbandonica.
Se sono ridotti i diritti sociali (casa, reddito, lavoro, cultura) e più recentemente sono a rischio quelli umani, mai pienamente strutturata, fin dal 1989 una psicoterapia pubblica (nè nella formazione, nè nelle pratiche) e qui abbiamo molte responsabilità!, non rimangono che la biologia e la psicofarmacologia, Un approccio reso funzionale e dominante dal 1980 con il DSM.
Questo deve accompagnarsi alla consapevolezza che per i pazienti con disturbi mentali gravi (ma questo vale anche per tutta la gravità/complessità oncologia, chiurgie ecc,) non vi sono possibliltà di cura al di fuori del servizio pubblico.
Una situazione che richiama la necessità di vedere come va nel suo complesso il SSN, come stanno andando le riforme coeve alla 180, penso a consultori familiari, legge 194, medicina del lavoro (in un Paese che sul/nel lavoro oltre 1000 morti all’anno). Per non parlare dello stato dei PS e della medicina territoriale. In sostanza anche per la psichiatria è fondamentale lo stato del welfare pubblico universale. Dentro questo di pone il tema dell’aziendalizzazione del suo signficato, di come si è realizzata nelle diverse regioni. Resta il fatto che l’aziendalizzazione ha segnato il primato economico su quello sanitario ma al contempo ha spinto anche verso l’appropriatezza, efficacia, efficienza, gestione dei rischi…. Da direttore ho cercato di difendere i servizi dagli eccessi e al contempo mi sono chiesto come rendere utili gli stimoli al governo clinico, all’uso dei farmaci, alla deprescrizione e al raccordo, all’uso delle risorse….
Devo anche dire che per chi come me (a Parma, Emilia Romagna) ha dovuto organizzare il superamento degli OP avvenuta in 20 anni e degli OPG ha trovato direzioni aziendali attente anche nelle fasi critiche che sono state molte.
Credo che quello che sta caratterizzando l’attuale periodo (post covid, post sindemico) sia la necessità di costruire un sistema di cura di/nella comunità. Non da soli con tutte le agenzie che hanno compiti nel prendersi cura, sanitario (Cure Primarie, Case della Comunità), sociale, educativo, culturale, ambientale e dell’ordine pubblico e giudiziario. Si tratta di pagine da scrivere, prassi da inventare sapendo che essere nella comunità occorre affrontare un forte divario tra le risorse (con forti differenze regionali) e i bisogni della popolazione. Per questo bisogna allearsi, costruire soluzioni, farsi sostenitori di diritti di utenti e familiari.
Quanta povertà vi è nei servizi? Misurarla è indispensabile, adottare i codici Z e diagnosi sociali. Imparare come si crea un welfare di comunità. Su questo l’impegno dei giovani è essenziale e vedo tanti segnali positivi e di speranza. Dovremmo essere consapevoli che pur con tutte le difficoltà e problemi, vi è un sistema di salute mentale nazionale (con circa 33mila operatori pubblici e 11 mila privati), una rete di CSM. Consegnamo ai giovani problemi che vengono dal passato, gli SPDC restraint (il 95%), le richieste del sistema giudiziario con una riforma post OPG da completare.
I mandati custodiali vanno rifiutati su base tecnico scientifica e organizzativa sostenendo il mandato di cura e il superamento della posizione di garanzia di controllo dello psichiatra. Vi è una rete che deve affrontare in modo innovativo la residenzialità favorendone la qualificazione e la trasformazione in Servizi di Comunità e di Prossimità. I giovani sono preparati e l’invito di Di Petta alla relazione, alla conoscenza della psicopatologia, del trovare senso nell’incontro va a mio parere associato alla necessità di curare l’isitituzione e di lavorare nella/con comunità sui determinanti sociali della salute compresa quella mentale. Gli anziani con la formazione e supervisioen possono essere di aiuto ai giovani per ripensare insieme a tutti in primis utenti e familiari, le organizzazioni tenendo centrali i diritti per altro riconosciuti dalla legge 18/2009 e la loro esigibilità, evitando derive neoistituzionali o abbandoniche. La salute e il benessere dipendono da molti fattori che non sono sanitari. E’ importante superare il vissuto di crisi permanente perchè logora e pur nella necessità di lavorare nell’incertezza (funzione negativa) dobbiamo essere consapevoli della nostra forza, competenza tecnica e del valore etico del nostro lavoro che è accoglienza, fiducia e speranza. C’è ancora domani!
Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Starace,Direttore DSM Torino 7 e Presidente SIEP:
Caro Gilberto,
leggo le tue parole con la commozione di chi riconosce, nel tuo richiamo, lo stesso identico grido di dolore per l’agonia del nostro sistema di salute mentale, quello a cui abbiamo dedicato l’intera vita professionale. La diagnosi sul collasso strutturale, sul logorio degli operatori e sullo squallore burocratico che descrivi è tragicamente esatta e supportata dai dati e su questo il giovane collega ha diritto a una verità senza eufemismi, perché solo chi vede chiaramente l’abisso può decidere se restarci dentro con dignità. Tuttavia, il profondo rispetto per quello che scrivi mi spinge a offrirti una prospettiva complementare, affinché l’indignazione non si trasformi in un invito al disimpegno o a un isolato, seppur nobile, eroismo individuale.
Tu affermi il primato della clinica fenomenologica contro una psichiatria algoritmica e burocratizzata, invitando a non perdere l’anima e a mantenere un interesse autentico per l’umano. Ma la dimensione umana della cura non deve essere vista in contrapposizione al rigore organizzativo, alla programmazione e alla valutazione. Sono due piani diversi, ma sono i due piani su cui si regge, o crolla, la cura: quello dell’individuo sofferente, che ha bisogno di essere incontrato, visto, riconosciuto nella sua umanità prima ancora che diagnosticato; e quello della comunità, che ha bisogno di scelte politiche, di finanziamenti, di governo, perché quell’incontro possa avvenire non come eccezione eroica ma come regola garantita a tutti.
Senza l’approccio clinico e l’Einfühlung, i servizi diventano – e sono largamente percepiti – freddi distributori di diagnosi e di farmaci. Ma senza politiche sanitarie forti, senza budget e senza una programmazione rigorosa, quella stessa clinica rimane un atto privato, condannato a consumarsi senza mai potersi trasformare in un diritto esigibile. Per questo, dire al giovane collega di “non vivere aspettando rinforzi” rischia di legittimare la resa. Quei rinforzi dobbiamo continuare a chiederli con ostinazione, con la stessa ostinazione documentata con cui denunciamo la loro assenza. Altrimenti il diamante sporco di cui parli rischia di restare per sempre la consolazione di chi resiste, non lo strumento per cambiare le cose.
E allora mi sentirei di dire al giovane collega: tieniti stretta questa lettera per quello che ti insegna, ovvero a non smettere mai di cercare quell’incontro, quella vertigine, quel “morso” di verità nella relazione con l’altro, perché è lì che la professione trova il suo senso più profondo, irriducibile a qualsiasi protocollo. Ma non lasciare che questo sguardo verso l’interiorità ti faccia rinunciare all’altro sguardo, quello verso l’esterno: la capacità di indignarti non solo per la solitudine del paziente che hai davanti, ma per l’assenza di risorse, di organici, di pensiero, che rende quella solitudine sistemica e non eccezionale. Sii custode dell’indicibile nella stanza, come ti chiede Gilberto; ma sii anche, fuori da quella stanza, voce che reclama, con la stessa passione, il diritto di tutti ad avere quella stanza, quel tempo, quella relazione. Perché lo psichiatra non è solo il custode dell’incontro con il singolo paziente: è anche, che lo voglia o no, un detentore di potere. Potere di firmare un TSO o di non firmarlo, di dimettere o di trattenere, di scrivere una relazione che apre o chiude una porta, di richiamare l’attenzione su un servizio che non funziona invece di limitarsi a sopravvivergli dentro.
Resta infine un punto critico: la generazione che se ne va, è anche la generazione che ha presidiato, talvolta con una complicità tacita o una rassegnata passività, lo svuotamento fisico e culturale dei servizi territoriali che oggi schiaccia chi resta. Il romanticismo della clinica non deve diventare un alibi per non riflettere sulle scelte organizzative e politiche che hanno reso possibile questo collasso e sui modelli di psichiatria che lo hanno giustificato. La fenomenologia ci salva l’anima nell’incontro col singolo paziente; ma per salvare il sistema, serve anche la capacità di trasformare quella riflessione in analisi critica, pressione politica, advocacy. Solo unendo la cura della clinica alla cura della polis potremo evitare che il sistema di salute mentale continui a svanire nell’indifferenza generale.
Con profonda stima e affetto,
Fabrizio
Intense, come sempre le lettere di Di Petta.. intense, e ricche di spunti. Nei commenti ad essa, Starace conclude richiamando alla necessità di unire la clinica della cura e la clinica della polis.
E questo, stimola la mia riflessione su una roba oggi, a mio avviso, molto attuale: il grave rischio dei riduzionismi. Il rischio che, di fronte al “cedimento strutturale” del sistema di Salute Mentale, avanzino riduzionismi, di ogni genere e segno.
Di Petta nella sua lettera dice: “Non lasciare che la biochimica, o il mito del “sociale” diventino il tuo alibi per non incontrare l’altro”. Non sembra parlare contro l’esistenza della biochimica, nè contro il ruolo – enorme, e nelle scuole di specializzazione, brutalmente negato – dei determinanti sociali. Sembra, piuttosto, a miei occhi, ricordare, reclamare, rivendicare “il terzo braccio” – quello “psi” – del “paradigma bio-psico-sociale”: concetto tanto evoluto, democratico, illuminato nella teoria, quanto “vuoto”, ipocrita”, sostanzialmente inesistente nella pratica.
Biochimica, polis, sociale, diritti, relazione, psicoterapia, clinica. Clinica cos’è? Tutto questo insieme? Qualcosa che sta lì in mezzo? Che nasce e prende forma nell’intersezione tra tutti questi aspetti? Oppure è qualcosa che andrebbe tolto di mezzo, perchè oscura/cancella le vere pratiche democratiche di cura?
Servirebbe, su questo, a mio avviso una posizione molto chiara. Da parte degli operatori – di quelli più giovani, soprattutto – e dei movimenti che stanno attorno alla salute mentale. Per capire se siamo – o meno – sulla stessa barca, se l’obiettivo è la ricerca di punti di connessione, intersezione, di “ponti di comunicazione” e di “spinte congiunte all’azione”. Oppure no.
La biochimica “tampona l’incendio cerebrale”. Disuguaglianze sociali e i meccanismi alienanti della società ammalano di certo le persone. I conflitti/fantasmi interiori “sedimentano” in questo spazio oscuro, potendo alimentare l’inizio/avanzare della “follia”.
Di certo, la nostra posizione – come persone, cittadini, operatori – incide “attivamente” nel favorire arretramenti, oppure avanzamenti dei diritti reali delle persone.. incide dunque, in ultima analisi, sulla loro salute. Siamo, mi sembra, necessariamente, inestricabilmente, chiamati in causa come cittadini, “attivisti” e, al contempo, come operatori della cura.
Ma questa non è, in sè, “clinica”? Non è uno sforzo/visione di cura collettiva? Non è un’antidoto a tutti i riduzionismi? Nel campo della cura, ogni riduzionismo – tanto quello scellerato biomedico, quanto un “miope” sguardo unicamente sociologico – oltre ai rischi (di ogni riduzionismo) di sfociare in fanatismo e oscurantismo, porta al rischio, ancora più grave, di perdere la capacità/possibilità di costruire una reale intersezione dei saperi.
Come se non ci fosse spazio per reali ponti/intrecci/intersezioni tra poteri-saperi. Uno spazio in cui risieda una cultura e un sapere critico, una “tecnica” consapevole del suo potere, un sapere attento a farne un uso quanto più cauto, attento, auto-critico possibile.. un sapere-potere che abbia, come obiettivo, quello di “esserci” per “farsi da parte”, di stare lì, nel momento del bisogno – un attimo di follia, o la follia di una vita intera – per aiutare il “sapere-potere dell’altro” a trovare spazio, laddove esso da solo non riesce a trovare il suo spazio.. un sapere critico, auto-critico, integrato, complesso, capace di riconoscere e valorizzare sia il “dentro” che il “fuori”.. sia quello dell’utente/cliente/paziente che dell’operatore, legati da una visione critica – il più possibile comune – del sistema dentro cui entrambi si trovano a vivere.
Un qualcosa che sa molto poco di “riduzionismo”.. e molto, a mio avviso, di salute mentale. Anzi, di Salute Mentale. Quella vera
Sono Nadia Magnani, una psichiatra che lavora presso l’U.F. Salute Mentale Adulti di Grosseto, Segretaria nazionale della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica.
Vorrei partire da una positiva esperienza legata ad una recente formazione, offertaci come Servizio di Salute Mentale, da due amici e colleghi (Raffaele Barone e Angelita Volpe) con i quali abbiamo condiviso l’esperienza concreta di un gruppo di psicoanalisi multifamiliare realizzato in una comunità terapeutica.
Parto da qui perché alla fine dell’incontro era palpabile la gratitudine, l’empatia, la commozione, la leggerezza, la fiducia nella possibilità di trovare una propria strada attraverso l’ascolto delle diverse narrazioni e attraverso l’opportunità di trovare in esse una propria traccia, una propria risonanza emotiva. Era l’inizio di un percorso.
Pure si partiva da un intreccio di dolore, angosce, conflittualità, esperienze traumatiche, aspettative deluse, incertezze, ma su tutto questo è emersa la potenza dell’incontro, del mettersi in gioco come uomini e donne (genitori, figli, operatori di varie età e professionalità, psichiatri giovani e, come me, meno giovani, utenti esperti e cittadini attivi), del permettersi di dare voce all’altro, di ascoltare senza pregiudizi (senza i preconcetti delle diagnosi o delle storie pregresse), del lasciarsi contaminare emotivamente dall’incontro, dell’avere fiducia nella possibilità di guarigione che ognuno di noi può mettere in gioco, specie se l’attenzione si sposta dall’individuo alla relazione, alla relazione con la famiglia e con la comunità.
Ho sentito l’intreccio dei pensieri e l’intreccio delle mie emozioni, di quelle dei giovani colleghi, dei familiari e dei pazienti, e penso che possa essere una strada per superare la solitudine, ma anche per superare l’onnipotenza/impotenza di dover dare, in quanto operatori, tutte le risposte, mentre salute mentale e benessere sono un valore della persona ma anche della sua comunità di appartenenza e come tali correlati ad una complessa molteplicità di fattori.
Penso che sia indubbiamente necessario come dice Fabrizio Starace “reclamare (tutti, operatori giovani e meno giovani), con la stessa passione, il diritto ad avere quella stanza, quel tempo, quella relazione” attraverso adeguate politiche sanitarie e scelte organizzative. Penso anche che dobbiamo essere capaci di modificare radicalmente i Servizi di salute mentale attraverso scelte innovative, coraggiose, perché i nostri Servizi non sono attrattivi per i giovani operatori, ma nemmeno per i giovani pazienti e penso che proporre un modo diverso di ascolto, senza il pregiudizio di avere noi operatori tutte le soluzioni, possa essere un’opportunità per tutti.
Tra questi commenti alla lettera di Gilberto Di Petta (che ritengo profonda ma anche generosa, nella disponibilità a “donare” la propria ricca esperienza e il proprio vissuto), sono d’accordo con Salvatore che il punto di forza è “costruire istituzioni che facciano stare meglio le persone che le abitano, gli operatori, le famiglie” e “sperimentare pratiche più dialogiche, più comunitarie, più umane”, “giovani e vecchi assieme”.
L’incredibile bellezza del nostro lavoro sta proprio in quello che dice Gilberto di Petta, ovvero quando, nell’incontro con l’altro, si inizia a “visualizzare il contorno umano del paziente che sta di fronte a noi” (e aggiungerei della famiglia e delle persone significative per lui) e ci si apre all’incontro, senza pregiudizi, né preconcetti, ma con la curiosità e la fiducia di iniziare un viaggio insieme.
Non vorrei mai che i miei giovani colleghi, per paura, sfiducia o perché lasciati soli, perdessero l’occasione di sperimentare questa bellezza.
lo scritto di Gilberto è più di una lettera.
Nella sua avvincente articolazione annoda questioni decisive tali da costituire un “DOCUMENTO-REFERTO STORICO” che utilizzando la forma del dialogo intergenerazionale interroga la storia della disciplina psichiatrica collocandola, come ritengo necessario e ineludibile fare, nel contesto storico-politico che l’ha prodotta. Interrogandone la storia ne coinvolge gli uomini, le idee e le vicende che l’hanno costituita delineando l’esito contemporaneo.
Al di là delle estenuate retoriche fintamente antagoniste che in un paese come il nostro, con una cultura ad alto tasso burocratico-formale, lascia territori-praterie alla mercé di azioni e comportamenti dove possono attecchire i più svariati opportunismi.
Politici e individuali.
Finché non sarà decisivamente chiaro che gli “operatori del cambiamento” non possono essere coloro che oggi, variamente assestati nell’oggettività corrente, hanno prodotto e/o avallato non “un sistema di salute mentale”( ossimoro che designa piuttosto un oggetto fantasmatico buono per la macchina propagandistica bipartisan…) bensì contribuito a realizzare la “psichiatria come discarica sociale a cielo aperto” che chiamiamo “servizi territoriali”, attestando in tal modo il livello di cinismo e di ipocrisia che già La Rochefaucoud aveva colto come il prezzo che il vizio paga alla virtù.
Quale dunque il vizio che la virtuosa navigazione di Gilberto ha ….scoperchiato e guardato in faccia, senza temere questa sorta di “Gorgone”, lui che, nel suo specifico modo, ha saputo incontrare, descrivere e saperne anche “difendersi”?
È del famoso “fusto psichiatrico” che si tratta, del quale si è appena sfrondata la chioma restandone intatte le radici.
Quali?
Quelle di una “cultura vetero psichiatrica” che dopo la sistematizzazione otto-novecentesca e le “integrazioni chemioterapiche” ha definito il suo pensiero sommario che funziona perfettamente come fonte di inibizione del pensiero.
In più dispensando proprio gli psichiatri dal dovere di pensare e di riflettere.
Come se in psichiatria non si trattasse fondamentalmente che di questo, salvo ripiegare e allinearsi alla formattazione dedotta dalla assimilazione della sola “biblioteca americana”.
Tutto ciò è parso ai più avere la forma del nuovo e del progresso, mentre in realtà si è realizzata una cristallizzazione della “coscienza collettiva”- ivi compresa quella degli psichiatri- il cui stato odierno è tale che proprio nell’incontro coi “giovani psichiatri” si ha la netta percezione di discutere con costoro del “culto egizio dei morti”.
Va da sé che non è più tollerabile l’esibizione di quella grottesca dicotomia secondo la quale “l’Accademia fa scienza” e il “Territorio fa assisrenza”. Anche in questo passaggio si coglie il tipo di “antropologia ” sottostante molto incline, fra l’altro , alla risorsa corporativa come metodo dell’indifferenza quando non dell’arroganza.
Tutto ciò ha assunto i tratti di una farsa drammatica e talvolta tragica.
Anche perché non è ancora stata presa “seriamente” la differenza, che “LA CLINICA” propone quotidianamente, tra “incontrare qualcuno” e ” incontrare qualcosa”.
Ma per affrontare con serietà una tale questione bastano ancora estenuanti ed estenuati richiami al solo senso della militanza e/ o il ricorso alla fascinazione così tipicamente postmoderna di un “pragmatismo senza più illusioni”?.
Grazie ancora Gilberto.
lettera ad un bambino mai nota potrebbe impallidire a paragone di questa seconda edizione belletterata ma nel contempo cupa e di un sapore un po troppo personalistico forse. certo come non si può negare che molte cose vanno come dice il professore di petto ma alcune no, non vanno come pretende di inciderle nella dura pietra, almeno nella mia modestissima esperienza. le folle di colleghi che hanno tagliato il nastro di arrivo alla pensione, descritti gaudenti come i ragazzi di collodi avviatisi nel paese dei balocchi per lo più sono quelli contro cui muove il suo j’accuse il Salvatore del 15/06/2026 ed è meglio lasciarli li. io ho visto colleghi temere il giorno del pensionamento perchè preoccupati del come passare i loro assistiti ad altri, colleghi che si lamentavano che era troppo presto e avevano ancora tanto da fare. Lavoro in un SPDC dove continuo a sorridere ai “nuovi arrivati” liberi da qualsiasi forma di nonnismo, dove lotto per cambiare ogni giorno il “si è sempre fatto così”. Lavoro in un DSM dove sin da subito il new deal ha cercato, a mia libera interpretazione, di puntare sulla formazione, sugli incontri, sulle esperienze di nuovi progetti senza però perdere di vista l’innegabile catena giurisprudenziale che ha sostituito da tempo la legge divina e il suo giudizio. è un mondo caotico dove le risorse sono sempre meno e ci si dimentica che chi ha deciso di fare il medico ci mette un pò a comprendere che ha scelto una vita diversa dal venditore di grattacchecche. “L’incontro” con l’assistito, abbellettato di romantica demagogia lasciamolo da parte professore per ora. ho visto ottimi colloqui essere condotti senza avere bagagli fenomenologi superlativi, colloqui utili come ho anche visto il coraggio di riformulare diagnosi al 7* ricovero e terapie dopo un buona rappacificazione farmacologica. vede professore, forse ci mette un pò troppa visione sua in questa lettera per uno psichiatra che non ha da nascere.farsi assistere nel privato può andare, si arricchiscono fior di neurologi che nel pubblico non li vedono neanche i nostri assistiti salvo farli buoni nell’intimità del loro gabinetto medico. anche gli psicologi nel privato si danno un gran da fare ma tutto questo rinfoltire legioni (per usare termini militari sparsi un po quà un pò la) di operatori privati non sembra aver ridotto il carico di lavoro nel pubblico. io non permetto a lei di sfruttare una posizione privilegiata che le è stata data per diffondere l’idea che la psichiatria “certo non è bella”. si rende conto della sua incoscienza professore? per me la psichiatria è bellissima ed è come la matematica, non è un opinione. per inciso non ho scelto psichiatria per curarmi, altro atto aggressivo gratuito a parer mio. la psichiatria ha tante anime e sappiamo bene quale è il motore che cerca di far prevalere l’una sulle altre: dinamiche di potere, soldi e visibilità. questo lo fanno gli uomini e lo fanno ovunque, non è una tara intrinseca alla psichiatria. concludo dissentendo da questa sua versione che vorrebbe apparire alimentata dall’aulica purità del grande saggio italiano e le chiedo di provare a riscriverla cassando termini disfattisti come sopravvivere, descrizioni degne della commedia umana che potrebbero trovare d’accordo gli operatori delle unità di strada ma loro soprattutto, non altri. poi, magari, mettenfo da parte il retroscena dato dal real world in cui lei opera, provo a rivedere questa mia scritta di getto, sorvolando su alcuni passi che, in tutta onesta portano ad un calo di attenzione
Questo lavoro è il più bello che poteva capitarmi. A me, per come sono fatto, ovviamente.
Rimane tale dalla fascinazione della gioventù, a tutt’oggi. E non c’è SSN/SSR scassinato, umane miserie che pratichiamo e subiamo, variaziazione turbinosa di paradigmi e mode di modelli, che riuscirà a distogliermi, dopo tutti questi anni.
Rimane ferma la Clinica. Perché la Clinica c’era prima di noi e ci sarà dopo. Tutto il resto sono glosse sui margini. E per quanta amarezza ci prenderà, come è umano che sia, la Clinica ci ristorerà.
E se parliamo con i colleghi di altre discipline sentiamo raccontare le identiche amarezze, delusioni, scoramenti di cui parliamo noi in questi commenti.
*”dinamiche di potere, soldi e visibilità. questo lo fanno gli uomini e lo fanno ovunque, non è una tara intrinseca alla psichiatria”*
Insomma tra Gilberto e Marcello, io sto con Marcello
Nota della Redazione — Il punto, e un invito a restare nel cerchio
In poco più di due giorni questa Lettera ha sfiorato le ottomila letture: un dato che, per un testo così esigente, così poco incline alle lusinghe dell’algoritmo, dice qualcosa che va oltre la statistica. Ma il fenomeno vero non sono le letture: è ciò che è accaduto qui sotto, in questo spazio che troppo spesso si crede marginale. Una lettera aperta — per definizione un monologo, la voce di un veterano che si congeda — si è trasformata, commento dopo commento, in un dialogo a più voci. È diventata, per usare le parole che vi abbiamo già rivolto, un documento collettivo della psichiatria italiana contemporanea.
Proviamo a fare il punto. Di Petta ha gettato una cima ai giovani colleghi, e i giovani hanno afferrato la corda e l’hanno restituita. Salvatore ha scritto la controlettera che mancava — «cosa avete fatto in tutti questi anni? dov’eravate?» — ma chiudendola non con un atto d’accusa, bensì con una richiesta disarmante: tornate, non come dirigenti né come autorità morali, ma come compagni di lavoro. Lo stesso movimento risuona nel commento arrivato sui social, dove un altro giovane ricorda che questo Servizio sgangherato è anche un’eredità ricevuta. E i veterani hanno raccolto il guanto: Raffaella Tallarida ha risposto «posso dirti dove ero io», Francesca Maria Gambaro ha messo a nudo il prezzo personale di una vocazione, Licia ha riportato gli odori, gli occhi liquidi, lo shampoo per i pidocchi di una cura che non era evidence based eppure era cura. Fabio Fischietti, vent’anni di trincea, ha fatto suoi gli interrogativi di Salvatore «senza arrendersi alla pandemia del sistema». E in mezzo a loro — questo è ciò che più ci commuove — le voci di chi la psichiatria la riceve: Matilde, madre di una persona seguita dal CSM, e Franca, paziente che regala al suo giovane medico terrorizzato un biglietto per uno spettacolo su Basaglia e Marco Cavallo. Persino l’Autore è rientrato nel cerchio, deponendo l’armatura: «non sono uno psichiatra dalla coscienza e dalle mani pulite».
È accaduto, insomma, sotto i nostri occhi, proprio quell’incontro tra generazioni che la Lettera invocava e che Salvatore reclamava. Non l’abbiamo organizzato noi: lo avete costruito voi, una testimonianza alla volta.
Ed è precisamente per questo che vi chiediamo di non fermarvi. Sui social la parola scorre e svanisce nel giro di un pomeriggio; qui resta. Psychiatry on line Italia è, da trent’anni, la memoria di questa disciplina nel nostro Paese: ciò che scrivete in calce non è un’appendice all’articolo, ne è la continuazione, e domani sarà archivio, documento, testimonianza consultabile. Commentare qui significa lasciare una traccia che dura.
Per questo l’invito è rivolto a tutti, senza distinzioni di ruolo o di età: ai giovani che entrano nel Sistema e ai veterani che lo lasciano; agli infermieri, agli educatori, agli assistenti sociali, a chi sta in SPDC e a chi sta sul territorio; ai familiari e — soprattutto — ai pazienti, che di questa storia restano i veri protagonisti. Raccontateci dove eravate, dove siete, cosa avete visto. Ogni commento è una cima gettata di rimando: ed è di cime incrociate, non di monologhi, che si fa una comunità.
Vi ricordiamo soltanto che, trattandosi di una testata registrata, ogni intervento viene letto e approvato dalla Redazione prima della pubblicazione: un piccolo, fisiologico ritardo è il prezzo di uno spazio civile. Abbiate pazienza. Noi siamo qui, e leggiamo tutto.
La Redazione di Psychiatry on line Italia
DA ANDREA FAGIOLINI IN RISPOSTA: Ringrazio la Redazione per la nota e per l’invito a restare nel cerchio del confronto.Credo però che restare nel cerchio significhi anche poter dissentire senza essere automaticamente associati alla freddezza, all’acquiescenza o alla difesa dello status quo. Il valore di una discussione non sta nell’unanimità, ma nella capacità di accogliere posizioni diverse. La psichiatria migliore, almeno per come la intendo io, non nasce dalla contrapposizione tra medicina e umanità, scienza e relazione, farmaco e ascolto, biologia e sociologia. Nasce dalla capacità di tenere insieme queste dimensioni, soprattutto davanti ai pazienti più gravi.
Per questo credo sia importante vigilare anche su un altro rischio: trasformare la critica, necessaria e spesso salutare, in una narrazione troppo semplice, in cui da una parte ci sarebbero i resistenti lucidi e umani, dall’altra un sistema compatto e senz’anima.Uno schema che può raccogliere facile consenso anche da persone sincere, motivate e convinte, ma che raramente aiuta a comprendere la complessità della clinica e delle istituzioni.
Come scrivevo sopra,ho trovato preziosa, in questo senso, la testimonianza del dottor Bozza: non usa il paziente come bandiera né il dolore come slogan. Racconta un incontro e ci ricorda che ascoltare non significa smettere di curare, così come curare non significa smettere di ascoltare.La vera resistenza,secondo me, non è contro la medicina, ma contro le semplificazioni facili e talvolta populistiche. Detto questo, credo di aver occupato già abbastanza spazio: non vorrei certo portare nessuno fuori dal cerchio, né turbare troppo il clima degli ottomila e più lettori.
Un caro saluto,
Andrea Fagiolini, Psich Univ Siena
Io credo che nel magistrale intervento di Gilberto Di Petta non ci sia una demonizzazione della psicofarmacoterapia né di un approccio biologico alla psichiatria né dei percorsi universitari, ma una accorata riflessione sul rapporto tra mezzi e fini, su quel che in psichiatria e in psicopatologia è reputato da alcuni l’ essenza della disciplina, da altri, tra cui Gilberto (e in modo infinitamente più modesto anche chi scrive), uno strumento da collocare all’ interno di un approccio che metta al centro l’ uomo in senso più antropologico che biologico.
La gerarchia delle priorità è naturalmente gravida di conseguenze a diversi livelli.
Francesco Londrillo
Psichiatra
Pescara
Come mi accade sempre aderisco con convinzione a quanto ha scritto Andrea Fagiolini, che con parole migliori delle mie ha saputo esprimere il mio pensiero su quanto scritto da Di Petta. Il quale dice tra le righe una cosa giusta, che fare lo psichiatra non è fare una scelta, ma andare in una direzione proveniente dal proprio interno. È una missione (senza volerla x questo santificare), chi fa lo psichiatra non può fare il chirurgo, e viceversa. E fare il chirurgo non nei centri di eccellenza avrà frustrazioni simili di chi fa lo psichiatra in servizi scalcinati. Il giovane psichiatra che idealizza il suo lavoro farà i conti con i limiti del servizio, ma non per questo dovrà rinunciare ad ascoltare e ad aggiornarsi su farmacologia, su psicoterapia, su psicoriabilitazione. Dovrà proporre e confrontarsi. Direi di smettere di piangerci addosso, ci sono tanti servizi che funzionano bene o decentemente, e rinunciamo una volta per tutte a voler salvare il mondo.
Io credo che nel magistrale intervento di Gilberto Di Petta non ci sia una demonizzazione della psicofarmacoterapia né di un approccio biologico alla psichiatria né dei percorsi universitari, ma una accorata riflessione sul rapporto tra mezzi e fini, su quel che in psichiatria e in psicopatologia è reputato da alcuni l’ essenza della disciplina, da altri, tra cui Gilberto (e in modo infinitamente più modesto anche chi scrive), uno strumento da collocare all’ interno di un approccio che metta al centro l’ uomo in senso più antropologico che biologico.
La gerarchia delle priorità è naturalmente gravida di conseguenze a diversi livelli.
Francesco Londrillo
Psichiatra psicoterapeuta
Pescara
IL PUNTO SUL DIBATTITO IN CALCE ALL’ARTICOLO
Diciamo per prima la cosa più onesta: le ottomila e più letture sono la parte meno interessante di ciò che è accaduto su questa pagina. Il fatto vero è un altro, ed è sotto gli occhi di tutti. Un articolo si è trasformato in un libro scritto da molte mani. La Lettera di Gilberto Di Petta non è più un testo da commentare: è il pretesto attorno a cui la psichiatria italiana si è messa, per qualche giorno, a pensare ad alta voce e per iscritto. Non capita spesso. Vale la pena dire perché conta — e perché vi chiediamo di non smettere.
Facciamo il punto senza addolcirlo. Di Petta ha rivendicato il primato della clinica e dell’incontro contro la psichiatria algoritmica; Salvatore gli ha risposto con la controlettera che mancava, spostando la domanda dai giovani ai veterani — «dov’eravate?» — e chiedendo non una resa dei conti, ma un’alleanza. Poi sono arrivate le voci che hanno allargato il campo. Fabrizio Starace ha posto la tensione che attraversa tutto il thread: salvare l’anima nell’incontro col singolo paziente non basta, se non si salva anche il sistema, e dire al giovane collega di «non vivere aspettando rinforzi» rischia di diventare un alibi per la resa. Pietro Pellegrini ha riportato il discorso ai determinanti sociali e al welfare; Nadia Magnani alla potenza concreta dell’incontro multifamiliare; Stefano Naim al pericolo dei riduzionismi, da qualunque parte arrivino.
E poi è arrivato il dissenso, che è la cosa di cui andiamo più fieri. Marcello Casale ha contestato frontalmente il registro della Lettera, rifiutando l’idea che «la psichiatria non sia bella» e diffidando del disfattismo romantico. Andrea Fagiolini ha messo in guardia dalla narrazione troppo comoda dei resistenti lucidi contro il sistema senz’anima — e l’ha fatto rispondendo proprio a una nostra nota precedente, contestandoci la metafora del «cerchio». Ha ragione, e lo diciamo volentieri: questa pagina non è un recinto in cui chi entra deve essere d’accordo, e nemmeno noi della Redazione siamo l’arbitro del coro. Siamo una voce dentro il coro, contestabile come le altre. Le pagine che ci hanno reso più orgogliosi non sono quelle che danno ragione a Di Petta: sono quelle che gliela tolgono, con argomenti e a viso aperto.
Ed eccoci al punto per cui questo invito non è un riempitivo. Tutto ciò che avete scritto qui — la controlettera di Salvatore, la lettera di Starace, l’obiezione di Casale, la testimonianza della madre, della paziente, del veterano in pensione — su una bacheca social sarebbe già scivolato in fondo a un feed; in una chat di WhatsApp sarebbe semplicemente cenere, illeggibile tra una settimana, irrecuperabile tra un mese. Qui no. Qui ogni commento porta una data e un nome, viene letto, approvato, e diventa parte della pubblicazione: non un’appendice all’articolo, ma il suo seguito, archiviato e citabile in una testata registrata che esiste da trent’anni. Diciamolo con la chiarezza che meritate: tra dieci anni, chi vorrà capire cosa pensava davvero la psichiatria italiana nel giugno del 2026 non aprirà un gruppo Facebook. Aprirà questa pagina. Un commento, qui, non è una reazione che svanisce: è un atto di pubblicazione che resta.
Per questo vi chiediamo di continuare, e lo chiediamo soprattutto a due categorie. A chi non è d’accordo: scrivete, perché è il vostro torto-e-ragione a tenere onesto questo confronto. E a chi finora ha soltanto letto — il giovane medico solo in guardia, l’infermiere, l’educatrice, l’assistente sociale, il familiare, il paziente che di questa storia è il vero protagonista: la vostra voce manca, ed è quella che pesa di più. Non lasciate che a parlare siano sempre quelli che la parola l’hanno già presa.
La parola detta vola. La parola scritta resta. E qui, da trent’anni, resta per davvero.
La Redazione di Psychiatry on line Italia
Sinceramente non capiscepo cosa sia successo.. Nel ventennio 1979-1999 partendo praticamente da zero strutture, senza indicazioni della politica, con un Servizio Sanitario Nazionale frammentato, con la necessità istituzionale di promulgare 21 leggi regionali (due per le province autonome), siamo riusciti a creare una moderna rete di Dipartimenti di Salute Mentale.
Un lavoro enorme. Pur con differenze locali: Centri di Salute Mentale, Servizi Ospedalieri, Strutture Residenziali di varie tipologie, Strutture Semiresidenziali, una rete di strutture accreditate del Terzo Settore ecc. E poi l’inizio del declino a partire da un vero e proprio crollo della dotazione di personale che era la risorsa umana principale del sistema.
Capisco tutto questo, ma non condivido né l’articolo di Di Petta né la maggior parte dei commenti. Sono in pensione da alcuni anni ma continuo a seguire l’evoluzione della psichiatria, grande passione anche se non l’unica della mia vita. Di recente mi è stato chiesto un articolo per un libro che uscirà per Minerva Medica – e non aggiungo altro – sull’articolazione del DSM con le nuove strutture distrettuali. D’accordo, anche lí c’è un impasse, C’è il PANSM Approvato dalla Conferenza Unificata a dicembre. Uscito in Gazzetta Ufficiale a gennaio e in attesa di essere clonato da 21 Regioni e Province Autonome. Parliamo di questo. Cos’è questa lagna generalizzata. Sappiamo che non solo la Salute Mentale ma tutto il SSN è cresciuto a macchia di leopardo, ma non posso credere che il degrado abbia contagiato tutte le realtà italiane. Partiamo dai Servizi che funzionano e cerchiamo di capire dove e perché non funzionano,
Buongiorno a tutti, come già detto in chat, ho apprezzato molto sia la lettera di Gilberto Di Petta che il commento di Fabrizio Starace, amici e colleghi napoletani, che conosco e che stimo da tantissimo tempo. È da ieri che penso al dibattito in chat e sulla redazione di Pol.it,alla lettera di Gilberto ed alla risposta di Fabrizio, che ho diffuso in vari gruppi e che mi ha colpito molto, per i toni che arrivano dritti al cuore, come è abituato a fare Gilberto e per la puntuale analisi, più nettamente manageriale, attuata da Fabrizio.Sollecitata dal dottor Bollorino, che seguo con costanza, sento di condividere la mia esperienza da Direttrice dell’ U.O.C.S.M di Marigliano/ Pomigliano del DSM della Asl Napoli 3 Sud. Non credo che tutti i Direttori siano lontani dalla clinica e siano soltanto manager; nel nostro dipartimento, a cominciare dal Direttore Pasquale Saviano ,siamo tutti in campo e, quasi sempre in prima linea e ci battiamo tutti per promuovere una psichiatria improntata ad un’ ottica biopsicosociale. In particolare nella mia ( consentitemi il “mia” come criterio di appartenenza) UOCSM si è creato un bel gruppo e una bella “contaminazione” tra colleghi anziani e giovani, che sono in numero maggiore .Il Decreto Calabria, consentendo l’ ingresso di colleghi specializzandi, arrivati direttamente dall’Università, permette di formare in campo giovanissimi, che trasferiscono la loro esperienza di studio sul territorio e “working in progress” imparano a gestire, insieme ad equipe già esperte, situazioni territoriali complesse e difficili da tutt* noi conosciute.Senza negare criticità e carenze di personale dirigenziale e di comparto, di cui paghiamo lo scotto tutt*, senza non notare le difficoltà giornaliere, mi sento di affermare che, con un impegno quotidiano e costante, si è creato un bel clima emotivo e collaborativo ed un bel gruppo di lavoro.Con Gilberto, come Dipartimento abbiamo fatto una bella esperienza formativa di supervisione a due voci ( la sua e quella di un egregio Filosofo e Psicoanalista Lacaniano Pier Giorgio Curti) che affrontavano il caso da due prospettive diverse, dando la possibilità a tutti e ,soprattutto, ai giovani psichiatri di un confronto arricchente e diversificato.Ciò che sento nel mio lavoro quotidiano è ancora l’ entusiasmo di questa Salute Mentale da parte, non solo, della mia unica Dirigente più “veterana”, ma, anche , dei colleghi più giovani e di altre figure quali Assistenti Sociali, gli stessi infermieri, anche se in sotto numero e, talvolta, stanchi…, insomma da parte del personale tutto.Certo, ci muoviamo in un contesto complesso, dove ci dobbiamo districare tra istanze di richiesta di controllo sociale, di assistenzialismo a 360 gradi, di difficoltà di gestione dell’ acuzie, ecc., ma, cercando di creare rete con le Istituzioni Territoriali, con le stesse Università, dalla quali provengono i giovani colleghi e con la Comunità tutta, poco o tanto si può fare.Mi sentirei di dire a tutti ( giovani e diversamente giovani) non ci lasciamo scoraggiare, continuiamo a lavorare con la passione e l’ entusiasmo che ci ha fatto scegliere questo lavoro… Personalmente, potrei per mie condizioni particolari ,scegliere di andarmene ma scelgo ogni giorno di restare, fino alla data di quiescenza, perché incontrare i pazienti, gli utenti ( o in qualsiasi modo li vogliamo chiamare),guardarli negli occhi, sentire che posso fare davvero ancora qualcosa per loro mi dà emozioni di gioia , nonostante tutto.Infine, condividere con il gruppo di lavoro, attraverso le riunioni,( difficili da realizzare ma attuate con periodicità e costanza) , le intervisioni ed i momenti di scambio più leggeri costituisce una parte significativa della mia vita ( ricca comunque di tanto altro) e l’ espressione della mia identità lavorativa che sento ancora forte.Grazie a tutt* noi, che ancora ci confrontiamo e riflettiamo ( con toni più o meno critici, più o meno entusiasti ) sul nostro operare quotidiano, il che vi assicuro non è da tutt*
Mi faccio umilmente portavoce del mondo di mezzo , di quelli che non sono più giovani , ma neppure vecchi, quindi un pò disillusi, che galleggiano da anni nel sistema, ma sono ben lontani dalla pensione( per fortuna o per disgrazia). Ho scelto di rimanere varie volte in un csm, pur avendo avuto almeno tre occasioni di rifugiarmi in un serd, diciamocelo francamente, un posto più tranquillo, meno carichi di lavoro, senza turni di urgenza, senxa mandato di aso/tso, etc. Quindi ho avuto un brivido di commozione, come sempre, quando ho letto le parole di Di Petta, che ha il dono di conciliare esperienza, preparazione e il dono di una scrittura potente, suggestiva ai livelli di un grande scrittore , il nostro Conrad, che ci ricorda il brivido dell’ incontro con l’ altro, la discesa terribile e affascinante agli Inferi della follia, che ci ha portati a diventare psichiatri.
Ho apprezzato le osservazioni giuste e sagaci di Salvatore, che vuole ribellarsi allo status quo e lo scritto pieno di saggezza del Dr. Starace , che vorrebbe conciliare le due anime, quella più saggia, appassionata e disillusa e quella di chi inizia e vorrebbe rinnovare. Ho letto anche i commenti di illustri colleghi in posizioni apicali, che alla fine difendono le parti buone del sistema e dicono che non è tutto così brutto e da cambiare. Mi è venuto in mente il film di fantascienza Elysium del 2013 , metafora dei nostri tempi, in cui esiste un mondo ricco in cui tutto funziona e un mondo povero sporco, brutto, pieno di malattie in cui sopravvivono in miseria gli ultimi e il coraggioso Matt Damon combatte perchè i privilegi e il benessere del mondo alto possano arrivare anche ai miserabili del mondo basso.
Nell’ ultimo anno vedo tanti giovani arrivare nei csm, pieni di entusiasmo e voglia di fare e questo mi sembra la prima ancora di salvezza. Leggo di tanti colleghi (e li vedo nei csm) che ogni giorno incontrano pazienti, li guardano, li amano e cercano di ritagliarsi dei momenti in cui ” tenerli per gli occhi” anche usando ricoveri, centro diurni, farmaci, sbagliando tante volete e ogni tanto facendo qualcosa di buono. Io provo a resistere come tanti, provando a galleggiare, come scrive Di Petta, nutrendomi di rapporti umani, fantasticando spesso ” vie di fuga” per resistere.
Penso che abbiamo bisogno di Capitani Coraggiosi “che non temano la morte” e , prendendo ciò che c’ è di buono e guardando in faccia senza timore e vergogna tutto quello che non funziona, mettano in insieme le diverse anime della psichiatria, infondano coraggio a vecchi, giovani di mezza età, come la scrivente, facciano da mediazione tra il mondo si sopra e il mondo di sotto e si adoperino per rinnovare e riformare il sistema. Forse è un auspicio illusorio, però mi consente di andare avanti ogni giorno nel mio galleggiamento, consentendomi ogni tanto di commuovermi ancora e di piangere di paura, quando un mio paziente si uccide o compie un reato, ma anche di gioia e tenerezza, quando qualche mio paziente sta meglio e sembra riconoscere e apprezzare il mio lavoro
Grazie a tutti voi per i vostri interessanti e profondi contributi.
Scusate se ho scritto troppo e banalità, ma mi sembrava utile dare un mio parere di collega mezzana 🙂
Brava Alessandra.
Capitani coraggiosi…ne vedi? Sembra che siamo tutti su di una nave senza nocchiero. Capitani a noi stessi. Forse è giusto così. Il nostro compito non è salvare il mondo ma salvare la nostra anima.
Intanto mi correggo : Capitani, Capitane , Capitan@, per coinvolgere tutte le anime possibili dei nostri Servizi, potrebbero essere tutti quelli che , malgrado tutto, rimangono e non colgono le mille occasioni odierne per andare altrove. Mi sembra che che potrebbero essere tutti quelli che hanno commentato questo scritto di Di Petta, ne sono stati toccati intimamente e hanno lasciato con passione un loro contributo. Lo scritto di Salvatore mi è sembrato estremamete intelligente e articolato, pieno di critica, ma anche di una rabbia costruttiva, di chi non accetta le cose come stanno e non vuole tacere. Poi penso che Capitan/e/@ Coraggiosi/e/@ devono essere , per mandato e per competenze, tutti quelli che occupano ruoli apicali, nei Servizi , nelle Università, nelle Associazioni, nei tavoli regionali e a livello nazionale per cercare di rinnovare e riorganizzare la Salute Mentale pubblica. Dire o scrivere :” Da noi funziona bene” e voltarsi dall’ altra parte oppure ” Io me ne sto andando, fate voi” mi sembra eticamente non accettabile.
Avremmo bisogno di una nuova epoca, non di lamentazione, ma di rinnovamento e ricostruzione.
PS :nel concreto penso bisognerebbe riformare i Servizi.
Secondo me l’ attuale divisione rigida, campanilistica tra csm, spdc e serd è ridicola e superata; per ogni ausl proverei a creare un servizio unico in cui tutti gli psichiatri ruotano ugualmente tra csm, spdc e serd dividendosi turni di urgenza e non e prese in carico ospedaliere e territoriali : solo così saremmo numericamente molti di più a dividerci i carichi di lavoro e quindi a provare a lavorare meglio, più in sintonia e con spirito fraterno.
Per quanto mi riguarda, eliminerei la distinzione a livello di specializzazione tra Neuropsichiatria Infantile ( sono veramente pochi!) e Psichiatria e proverei a ricreare una Specializzazione unica in Psichiatria, poi l’ ultimo anno e nel lavoro si potrebbe scegliere se optare per Età Evolutiva o Età Adulta. A questo punto, chiederei a chi segue l’ Età Evolutiva di tenere in carico un paio di anni in più, fino al termine della scuola superiore o almeno fino a 19 anni. Secondo me sarebbero da stringere accordi veramente operativi con Geriatrie e Servizi Disabili affinchè si prendano carico, i primi, di over 70 con iniziali deficit cognitivi che esordiscono con problemi comportamentali e di umore e, i secondi, di disabili gravi con problemi comportamentali.
Poi potenziarei in ogni ausl le Psicologie Cliniche affinchè assorbano tutti casi lievi di ansia, depressioni reattive, lutti, affinchè non arrivino ai csm/spdc.
Già così saremmo di più e potremmo dedicarci meglio a psicosi, disturbi bipolari, depressioni gravi, atti autolesivi, gravi disturbi di personalità.
Ovviamente, secondo me, non bisognerebbe mai smettere di chiedere maggiori fondi a livello economico, si sa che ” senza acqua le papere non galleggiano” 😅.
E mai smettere di discutere o trovare una quadra sull’ ampia e complessa problematica degli autori di reato, però qui non mi sembra sia semplice affrontarla in due righe.
Ho lanciato qualche spunto dal mio piccolo punto di vista, però secondo me, anche con “poco” per partire si potrebbe fare molto…
Ovviamente tutto quello che ho scritto è criticabile e si potrebbero fare tante altre proposte, però bisognerebbe che chi è nell’ università e nei ruoli apicali dei Servizi pubblici provasse a rinnovare il sistema per una Psichi atria del nuovo millennio.
Cari tutti, mi associo ad Andrea Fagiolini e Matteo Balestrieri nei distinguo fatti alla pur bella lettera di Gilberto… Conosco Gilberto da decenni.. ho anticipato la “quiescenza” di poco rispetto a lui… e ne sottolineo la buona fede delle convinzioni e degli atti clinici e culturali… ma voglio permettermi di dire che Gilberto trascende dalla realtà’ attuale… e’ sempre stato un visionario – vedi la sua adesione al problema ed sl tema delle sostanze che, in pochi, abbiamo valorizzato in quegli anni rischiando sempre il ripudio e/o lo sbeffeggiamento dei colleghi… Come tale Gilberto ci offre panorami che oscillano dalle aspettative alle delusioni… ma tutto questo e’ materia letteraria e senso della vita e non psichiatria in un mondo che di Marco Cavallo non sa cosa farsene e che deve inevitabilmente collocarlo in un museo come vediamo e visitiamo tante altre testimonianze del passato… Aderisco totalmente, invece … e lo dico da ex-Direttore di una Scuola di Specializzazione in Psichiatria … al richiamo struggente di Gilberto a conservare la nostra storia, a valorizzarla e a cercarla sempre… Troppi specializzandi ho visto insensibili alla storia della disciplina, sordi agli inviti alla lettura dei Maestri e ciechi ai percorsi ed alle tracce lasciate da chi ci ha preceduto … e questo non riguarda il sociale vs lo psicopatologico, il biologico vs il fenomenologico, il DSM 5 e i suoi algoritmi vs la psichiatria dell’intuito clinico … qui si parla, purtroppo, di disconoscimento di quello che siamo stati, che siamo ora e che saremo in futuro, almeno fino a quando l’AI non ci sostituirà … e lo farà, statene certi … ma non dobbiamo neppure combattere la battaglia di Don Chisciotte contro i mulini a vento, caro Gilberto … dobbiamo solo attrezzarci e costruire qualcosa di nuovo e di fortemente creativo e competitivo … perche’ quello e’ il nostro compito futuro ma anche la nostra indelebile testimonianza come disciplina complessa e insostituibile… con affetto! Massimo
La “LETTERA APERTA AI GIOVANI PSICHIATRI : UN INVITO ALLA RESISTENZA” di Gilberto Di Petta su Psychiatry on line Italia ha totalizzato AD ORA 9230 letture e SOPRATTUTTO già 40 commenti profondi variegati e dialettici segno del fatto che ha toccato il cuore e la mente di tanti. Come Editor della rivista non posso che essere profondamente felice del fatto che un documento stia diventando ciò che dovrebbe essere quando è importante, come questo di Gilberto, ovvero un “bene comune” su cui confrontarsi per far crescere una Comunità Vera. Continuate ad arricchire l’articolo con i vostri commenti, DAVVERO BENVENUTI, in calce al pezzo. CI CONTIAMO DAVVERO
ringrazio i proff. Balestrieri, Clerici e Fagiolini per il tempo, l’attenzione e la sensibilita’ con cui hanno commemtato la mia lettera. Ci siamo incrociati in tanti convegni. Mai mai confrontati veramente. Sono certo che se affrontassimo un caso clinico insieme troveremmo una quadra. Le posizioni accademiche e quelle territoriali-ospedaliere rimangono determinanti distinti, indubbiamente. La mia lettera e’ ai giovani. Da parte di un clinico che nel pessimismo non ha perso la passione. Sarebbe bello che la formazione dello specializzando prevedesse materie come storia della psichiatria, epistemologia clinica, psicopatologia fenomenologica. Poi sul resto solo la storia conoscera’ la verita’. Noi ne siamo testimoni viventi. Con affetto e gratitudine.
Gilberto
sarebbe davvero bello, e davvero utile nella formazione specialistica odierna
Voglio condividere qui con voi l’intervento di Caterina al consesso di Thanopulos a Napoli . È la prima donna con cui ho lavorato non più studente nei servizi di salute mentale ma da cui più ho imparato ( a vivere, a fottermene nel senso di sbattermi e preoccuparmene ). All’epoca viaggiavo come una matta tra Torino Alessandria Asti e Bobigny così in ordine sparso . L’analisi, si può dire, L’ho fatta con lei che mi demoliva ogni giorno ironizzando sul martirio della tratta cui mi sottoponevo (che poi era la sua stessa Torino-Asti)
Tutto condivido di quel che scrive, lei sa bene che gli affetti di transfert ci hanno reciprocamente condizionato nella vita personale ma mai hanno ingombrato la nostra prassi . Perché ce ne fotte assai ma mai troppo da prenderci sul serio .
E la ragazza che conosceva Scarzella, Fachinelli, Calvino, Carmi poteva forse pensarlo diversamente il suo mestiere e la sua vita ? Io oggi nn mi riconosco ma posso dire di aver visto cose bellissime e di essermi divertita un sacco. Sono certa che un nuovo rinascimento preparerà il campo ad una “ psichiatria più giusta “ in un continuo incrocio degli aspetti sociali e di critica istituzionale con i radicali antropologici della sofferenza mentale.
Io adesso non so più lavorare ma è certo che quando mi è riuscito è accaduto in specie con lei, molto poco ideologica e molto più psicoanalitica col suo bisogno irriducibile di prendersi cura delle esperienze soggettive delle singole persone. https://youtu.be/G72j-IkNY3w?si=ydb_Yjnt1FeZkzxk
grazie per il racconto che ci lasci e i brividi che ci fai sentire
Caro Gilberto,
nella tua lettera ho ritrovato molte verità innegabili: burocratizzazione del lavoro, carenza di risorse, responsabilità clinica, solitudine decisionale, il rischio che il rapporto con il paziente venga soffocato da procedure e protocolli.
Condivido anche il richiamo alla clinica, all’osservazione psicopatologica, alla necessità di non ridurre la sofferenza umana a una sequenza di scale, algoritmi o altro.
Ma la tua lettera ha avuto il merito di riaccendere una discussione sulla psichiatria italiana. Le numerose reazioni che ne sono seguite dimostrano che ha toccato un nervo scoperto della nostra professione.
Eppure, proprio perché la tua lettera pone questioni importanti, credo che alcune riflessioni meritino di essere discusse senza nostalgia e senza eroismi.
La prima riguarda l’idea, più volte evocata, che la permanenza nel servizio pubblico rappresenti una sorta di prova morale e che il progressivo allontanamento di molti professionisti costituisca inevitabilmente una perdita o una forma di resa.
Non ne sono convinto.
Ogni professione nasce dall’incontro tra motivazioni ideali e interessi personali. È così per la medicina come per qualsiasi altra attività umana. Le persone lavorano per passione, ma anche per costruire una vita sostenibile, per tutelare la propria salute mentale, per garantire benessere, per cercare riconoscimento e soddisfazione professionale. Non c’è nulla di moralmente inferiore in questo.
In Italia, forse più che altrove, esiste una tendenza culturale a trasformare la resistenza in un valore morale. Restare viene celebrato come coraggio, andarsene come rinuncia. Ma non sempre è così. Talvolta cambiare strada rappresenta la scelta più lucida e responsabile. Un professionista che decide di lasciare un contesto che considera incompatibile con i propri valori o con il proprio equilibrio personale non sta necessariamente tradendo una missione. Può semplicemente stare esercitando la propria libertà.
Mi colpisce inoltre come nella tua narrazione il passato rischi talvolta di assumere i contorni di una stagione irripetibile. Ogni generazione tende a ricordare soprattutto le proprie conquiste e a dimenticare i propri limiti. I giovani psichiatri di oggi possiedono competenze che le generazioni precedenti non avevano. Conoscono strumenti di ricerca più sofisticati, hanno accesso a una letteratura scientifica immensa, padroneggiano metodologie che trent’anni fa non esistevano.
La sfida non è scegliere tra fenomenologia e neuroscienze, tra psicopatologia ed evidence-based medicine, tra ascolto e biologia. La sfida è integrare questi linguaggi senza trasformarne nessuno in una religione.
Concordo con Andrea Fagiolini che mette in guardia dal rischio di consegnare ai giovani una visione eccessivamente pessimistica e generazionale della professione. È una posizione che sento vicina. Non perché i problemi non esistano, ma perché il compito di una generazione non può essere quello di rimpiangere la precedente, bensì di costruire il proprio tempo con gli strumenti che possiede.
Esiste poi un altro tema che raramente viene affrontato quando si parla della crisi della salute mentale italiana: la frammentazione della stessa.
Negli anni sono nate numerose società scientifiche, associazioni, gruppi culturali, organizzazioni sindacali e correnti di pensiero. Un pluralismo che avrebbe potuto rappresentare una grande ricchezza. In molti casi, invece, ha prodotto una crescente dispersione di energie.
Si ha talvolta l’impressione che ciascuno sia impegnato a presidiare il proprio orticello culturale, scientifico, accademico o sindacale. Eppure la missione di una professione intellettuale non dovrebbe essere quella di arroccarsi sulle proprie convinzioni, ma di metterle continuamente alla prova attraverso il confronto.
Il progresso nasce dalla dialettica tra idee diverse, non dalla loro segregazione.
Una comunità professionale matura non teme il dissenso; anzi, lo considera una risorsa. Quando invece prevalgono appartenenze, identità di scuola e logiche di schieramento, il rischio è che l’energia venga spesa per distinguersi gli uni dagli altri piuttosto che per affrontare insieme i problemi reali dei pazienti e dei servizi.
Forse non è un caso che, a fronte di decenni di dibattito, la psichiatria italiana non sia riuscita a produrre linee guida nazionali realmente condivise, autorevoli e riconosciute come punto di riferimento dell’intera comunità professionale. Ci siamo spesso divisi sulle appartenenze prima ancora che confrontati sui contenuti.
Anche per questo motivo credo che la crisi della salute mentale non possa essere spiegata soltanto con la scarsità di fondi o con l’indifferenza della politica. Le idee camminano sulle gambe degli uomini. Nessuna riforma può funzionare se manca una comunità professionale capace di discutere apertamente, di accettare il confronto e di costruire sintesi.
RINGRAZIO Francesco Bollorino esempio interessante e, per certi versi, controcorrente che ha costruito uno dei pochi spazi nei quali professionisti con idee molto diverse hanno continuato a incontrarsi, discutere e persino scontrarsi, senza che il confronto venisse meno.
Al di là delle singole posizioni teoriche, ciò che appare meritorio è il tentativo di tenere insieme sensibilità differenti: fenomenologi e neuroscienziati, psicoanalisti e psichiatri biologici, clinici territoriali e universitari, giovani e veterani della professione.
In un’epoca caratterizzata dalla frammentazione, creare luoghi di dialogo è forse un contributo non meno importante di quello offerto dalle singole teorie.
Perché una disciplina cresce quando le idee si confrontano. Inizia invece a impoverirsi quando diventano bandiere identitarie.
Infine, mi permetto una riflessione sul rischio di trasformare la sofferenza professionale in un elemento identitario.
La fatica del lavoro nei servizi è reale. Ma non necessariamente possiede un valore morale superiore. Non sempre chi resta è un eroe. Come non sempre chi se ne va è un traditore.
Talvolta il cambiamento è un atto di responsabilità verso se stessi. Talvolta la permanenza è una scelta di valore. Nessuna delle due opzioni dovrebbe essere giudicata in termini morali.
Forse il compito di chi entra oggi nella professione non è salvare un sistema né custodire una mitologia del passato. Forse è qualcosa di più semplice e più difficile allo stesso tempo: fare bene il proprio lavoro, coltivare il pensiero critico, mantenere uno sguardo umano sul paziente, preservare la propria libertà intellettuale e personale, senza trasformare la professione in un sacrificio identitario.
Perché la cura dell’altro rimane fondamentale. Ma anche la cura di sé lo è.
La psichiatria continuerà ad avere bisogno di clinica, di cultura, di psicopatologia e di incontro umano. Ma avrà bisogno anche di professionisti capaci di pensare liberamente, di discutere senza tifoserie, di cambiare idea quando necessario e, se serve, persino di cambiare strada.
Non per tradire una missione.
Ma per restare fedeli a se stessi.
Perché, in fondo, il contrario della crisi non è l’eroismo.
È la capacità di continuare a parlarsi.
Un Abbraccio
Sergio
Caro Sergio, grazie di averci ricordato come il sistema del Privato non e’ un refugium peccatorum. Probabilmente senza di questo il SSN si sarebbe gia’ schiantato. Rimangono tuttavia aperte le differenze rispetto ai trattamenti senza consenso, salvo eccezioni che mi pare di ricordare tu con la tua struttura rappresenti. Sarebbe interessante capire se gli psichiatri che lavorano nel privato esprimono un livello di soddisfazione maggiore. E quanto nel privato si realizzi la multiprofessionalita’ prevista da una psichiatria moderna. Concordo sulla sterile divisione di Scuole e Societa’. Un caro saluto
Dopo “La Lettera”, “le lettere” e, infine, “il Documento-Referto ” che è auspicabile diventi realmente “bene comune”.
Desidero intanto ringraziare il dott.Bollorino e la redazione di P.O.L. che stanno dando ampio spazio a uno scritto che, a mio avviso, ha il valore e la pregnanza di un “momento spartiacque “. Uno scritto il cui valore di indirizzo è dato da un illustre precedente costituito dalla mai letta abbastanza “Lettera da New York: il malato artificiale”- ( Basaglia “Scritti”- 1969-).
Sicché questo mio contributo si potrebbe anche titolare ” Dopo Basaglia 1969 e dopo Di Petta 2021-2026″ , dal momento che in entrambi i casi è il significante “artificiale” ciò cui ruota gran parte della discussione che non poteva che avere a che fare col materiale altamente infiammabile che si è accumulato nel nostro tempo storico per giungere a noi nella forma di un mito pagano che il lessico contemporaneo chiama, riassuntivamente, “psichiatria di precisione”. Va da sé che qui non vi è intenzione alcuna di monumentalizzare chicchessia né dispensare colpe, piuttosto invece il tentativo di rianimare un pensiero critico letteralmente sparito a favore di una acritica assunzione di un pensiero funzionalista che si declina come pragmatismo senza più illusioni. In tal senso “la lettera-documento” di GDP, è assimilabile a un reattore biologico in cui è stata immessa la storia della psichiatria a contatto con un reattivo più unico che raro: quel pensiero critico di cui prima e senza lesinarne il dosaggio, e soprattutto senza dover rispondere a nessun “Board” che non sia la sua coscienza etica alla cui esposizione siamo stati invitati. Le “arringhe ” che ne sono seguite hanno selezionato diversi “precipitati” e taluni “semilavorati” nei quali lo spettroscopio di ciascuno vi riconosce “posizioni-prodotti” che derivano dal mercato della circolazione di modelli, idee, “valori” che sarebbe bene considerare quale “plasma informe” di una reazione ancora tutta da definire. Uno dei meriti principali dello scritto di GDP è di aver sottratto la questione da un ristagnante silenzio-acquiescenza se non proprio di ambigua reticenza che avvolge da decenni”la questione psichiatrica”.
Che è “questione” non perché “psichiatrica” essendo bensì “il precipitato problematico” di un’area specialistica che, come molti altri ambiti di sapere, di vita ed esistenziali, risente della inflessione della “transnazionalizzazione delle funzioni teoriche” quale portato specifico della ben nota globalizzazione che, come è altrettanto noto, si caratterizza per la sua inclinazione “all’esportazione” che include la assunzione di modelli di pensiero e di pratiche che in campo psichiatrico definisce e organizza quella “ONE MENTAL HEALTH” che, ovviamente, anche in Italia conta adepti e officianti. Fino alla constatazione, fenomenicamente rilevante, dell’esserci costituita come “APPARATO-SISTEMA” coi suoi “criteri, metodologie, percorsi formativi, organizzativi e funzionali, ovvero del suo costituirsi come “SCIENZA”. Ed è proprio questa scienza che è oggetto della sua controversa “trasmissione ereditaria” e sulla quale si è soffermata ” la plume d’oie ” del “visonario”.
Va tuttavia sottolineato che una tale connotazione in passato indicava ” chi aveva allucinazioni e percepiva cose irreali”, ciò che invece oggi definisce qualcuno dotato di lungimiranza, idealismo, creatività e che l’influsso dell’inglese ” visionary” ha reso un grande complimento paragonabile al genio innovatore. Va da sé, come già anticipato, che qui non è in gioco la banale idealizzazione di chicchessia, tanto meno quella di GDP che ovviamente non ne ha bisogno sapendo perfettamente difendersi da solo. Si tratta piuttosto di cogliere il piano di immanenza e dunque di rilevanza costituito dal numero tsunamico delle lettere-repliche e delle obiezioni variamente formulate, ciò che, a mio avviso, fotografa lo “stato di coscienza collettiva- ivi inclusa quella degli addetti ai lavori- e le risposte che ne caratterizzano lo stile. Poiché, come è ben noto, “lo stile è l’uomo”.
Dunque, “il visionario”, armato di fiaccola, viene a ricordarci che “all’alienista” si è sostituito, per trasmutazione alchemica, il “funzionario” che, quando è “operativo” si declina come “NEUROLO DEL MENTALE” e quando discute assume la postura del tutore di diritti , della cittadinanza e dei bisogni connessi tutti incapsulati nel totem retorico “LA PERSONA AL CENTRO”. Tutto ciò in perfetta e organica coerenza con direttive/linee guida eteroprovenienti divulgate e proposte come non plus-ultra dell’ultima fatica illuministicamente condotta. L’altro grave limite, se non proprio colpa, che si attribuisce all’esercizio critico di GDP, è di aver stanato il vecchio nel nuovo e relativa apologia quale esito di tutte quelle “ideologie affermative” dello status quo foriere a loro volta di tutta quella “hybris” che sembra mandare in avaria interi curriculum e relativo prestigio conquistati con anni di faticose peregrinazioni tra congressi, seminari, viaggi in terre “straniere ” pur di rendere potabile la “SCIENZA COSI ACQUISITA” e consegnarla agli “indigeni” ottusamente attardati sulle polverose e antiquate biblioteche europee.
Ma allora: qual’e’ il reale campo di battaglia, cosa è in gioco e di cosa stiamo scrivendo? Quale pseudo armonia e di quale “scienza pacificata” sarebbero state manomesse le prerogative e gli sviluppi, “ieri inesistenti” e che oggi dovrebbero alimentare il nostro orgoglio?
Il “corto circuito” e la “scossa” che ha toccato un po’ tutti, è che in questione, nella “questione psichiatrica”, è ANCHEla stessa IDENTITA PROFESSIONALE”, incardinata su un non-volerne sapere ovvero refrattaria a ogni incursione critica in nome, e solo per quello, di un fattore corporativo che la contingenza della ” 180″ ha sancito attraverso la benedizione , peraltro necessaria ai fini della promulgazione della legge, della S.I.P.
Sicché “Dopo LA LETTERA”, continuo a registrare, ovvero a non leggere, tanto meno alla luce di quanto, giustamente, il dott. Bollorino ha qualificato come “documento comune ” di una disciplina che discute e si confronta, l’assenza di quel “quid politico” che ne sarebbe una necessaria integrazione che è assente da decenni sostituito da “pratiche discorsive di….retrovia.
Il che ci ha consentito di….”restare alla finestra” e cionondimeno concesso il privilegio di scrivere, e talvolta con scienza e sapienza, di ” collassi strutturali”, di “derive privatistiche”, di “torsioni securitarie”, di “alluvione riduzionista”, finanche di un mondo delle meraviglie che la “psichiatria di precisione” dischiudera’ alla defedata prassi psichiatrica.
Concludo con un’ultima considerazione: ci siamo ritrovati al cospetto delle peregrinazioni riflessive di GDP che, da novello Virgilio, è entrato in questa sorta di “Pantheon” che è la psichiatria nell’epoca del tardo capitalismo, ne coglie la sua “culturalizzazione” come fenomeno socio-politico specifico e ce ne mostra il contenuto, ovvero ciò che TUTTI , per frequentazione et studio, conosciamo “LIVE”.
È tutto tranne che un invito a un pranzo di gala, anzi è delle “frantumaglie” di sistema che si tratta, rispetto al quale si sono messe all’opera, in particolare, le penne del dott. Starace, del dott. Fagiolini e del dott. Clerici, cui va l’indubbio riconoscimento della “coerenza di pensiero e di prassi” a tutela di ciò che organizza la difesa della ” scientificazione della psichiatria”. Di fatto ciò che strutturato come “SISTEMA-APPARATO” può contare sul solo “‘alleato-partner chimico” per connotare la potenza epistemica di una “quasi-scienza” di cui è invece nota la povertà e l’opacità.
E quindi “NOI”, uomini edotti e sedotti da un tale “scientum facere”, a quale stile di vita, foss’anche solo quello attinente all’approccio del “fatto psichiatrico”, vogliamo predisporre il nostro pensiero e quindi il futuro di una “quasi scienza” il cui operatore fondamentale restano “gli exploit della sola potenza chimica” lasciando “TUTTO IL RESTO” alle caratterizzazioni con cui siamo soliti designare il lavoro impiegatizio.
Quale nuova alleanza può prospettare una “quasi scienza ” che si rifiuta di conoscere la sua storia e quindi sé stessa e dove finanche le menti fenomenologiche più avvertite riconoscono che, quanto alla stessa fenomenologia, si sia trattato di una “gloriosa inutilità “?
Non sarà pur vero che solo ciò che si oltrepassa può ritenersi superato?
Ancora grazie al dott. Bollorino e alla sua redazione per la preziosa opera di divulgazione.
Intervento di grande interesse per profondità e precisione di analisi, si distingue nettamente per una potenza di pensiero che sa mettere in atto un taglio di qualità politica. Luigi Ferrara sta conducendo da tempo un lavoro fortemente critico di grande originalità sulla questione psichiatrica in tutte le sue sfaccettature
caro Luigi, ti ringrazio di aver rimesso al centro la “questione psichiatrica”. Tutto cio’ che si muove prescindendo dalla “questione psichiatrica” e’ destinato al fallimento.
Parrebbe che si voglia indicare una strada per il riscatto. Ma assomiglia molto alla strada già percorsa e che non parrebbe, a detta dell’autore, avere prodotto granchè.
Non vedo i giovani colleghi come martiri inconsapevoli disumanizzati da formazioni asettiche e iper-oggettivizzanti. Come tutti i giovani ci vedono come vecchie carcasse ingombranti, non allineate ai tempi, impantanate in vecchie ideologie e modelli…. fallimentari, prigioniere delle proprie delusioni, ferite dagli insuccessi. Insomma…..per loro non capiamo un proverbiale c…o! Ci assomigliano tanto, ugualmente autoreferenziali, ugualmente affascinati dalla incomprensibilità del comportamento umano, ugualmente oppositivi all’evidenza dei fatti che consiglierebbe più saggiamente di abbracciare il detto socratico: “…so di non sapere”. Eppure sono amabili, pronti a sfide che noi non abbiamo saputo vincere, ci resta solo la speranza che abbiano miglior sorte. Un punto di partenza ce l’anno: evitare di fare come noi, di ascoltare i nostri ideologismi e di fare propri gli strumenti, le astuzie, le pratiche di un mestiere che non si apprendono nelle scuole di specializzazione ma solo sul campo. In questo solo possiamo permetterci di dare consigli. Il resto non gli servirà.
Condivido ogni singola parola.
Ho conosciuto l’inferno in terra durante il mio tirocinio in SPDC e ancora oggi quando ci penso sono turbata. La contenzione, gli psicofarmaci, le tragedie dei pazienti che ho vissuto delineano il quadro presentato nell’articolo.
Da tempo sono testimone diretta dello sfacelo del Sistema seguendo da oltre 20 anni la schizofrenia di mio figlio. Nessuno mi ha aiutato e mi aiuta e gestisco da sola, come tanti altri genitori e familiari, la situazione di mio figlio con tutti i rischi e pericoli che questo comporta.
Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire in modo chiaro che il Re è Nudo.
Salve a tutti,
scrivo queste righe al termine di una lunga ed afosa notte di guardia caratterizzata da subentranti emergenze, per lo più comportamentali, di PS e da pazienti ricoverati, alcuni anche contenuti e stipati in un reparto senza più posti letto! L’ottimismo della volontà però si ostina a non cedere al pessimismo della ragione, pertanto colgo l’invito di Francesco Bollorino ad arricchire la dirompente lettera aperta di Gilberto Di Petta con un commento personale perchè poi diventi un contributo alla riflessione comune. Ho apprezzato molto gli interventi di Salvatore e di Alessandra Grosso e sottoscrivo molte delle loro affermazioni e proposte per tentare di “cambiare verso” al sistema della Salute Mentale: è evidente però che la china sdrucciolevole sulla quale si è avviata la psichiatria italiana, ormai da circa vent’anni, non consente di immaginare un futuro dignitoso ed accettabile. Le analisi sui dati clinici, sull’organizzazione dei Servizi e le proposte concrete di cambiamento, già elencate in particolare da Fabrizio Starace e Pietro Pellegrini, sono peraltro ben note e sono state già portate diverse volte all’attenzione dei “decisori politici” sia in ambito regionale sia in ambito nazionale. Risultato: niente di nuovo sul fronte occidentale!
E così il caravanserraglio, un po’ sgangherato, della Psichiatria pubblica italiana procede ogni giorno tra vecchie aporie (mai risolte appunto!) e nuovi problemi emergenti …
Prevale la disillusione e la demoralizzazione per quello che potevamo fare dei Servizi di Salute Mentale in Italia, ma che non è stato … eh, sì perchè tanti di noi hanno deciso di fare questo mestiere pieni di entusiasmo, passione e voglia di mettersi in gioco, ma poi hanno realizzato di scontrarsi ogni giorno con il disinvestimento culturale ed il disinteresse pratico-operativo dilagante! Il “mestiere bellissimo” che avevamo immaginato si è trasformato progressivamente in un incubo: alcuni dei miei colleghi hanno deciso poi di risvegliarsi da tale incubo, anche in maniera coraggiosa, licenziandosi dal servizio pubblico per dedicarsi alla pratica privata.
Come ha affermato correttamente Sergio De Filippis: non c’è nulla di eticamente sbagliato nell’abbandonare la professione pubblica, ritenuta asfissiante, per cercare altrove benessere psichico personale, riconoscimento e soddisfazione professionale …
Torniamo però a discutere dei due “nodi gordiani” che stringono, a mio avviso come un cappio al collo, i professionisti della salute mentale pubblica, ovvero in primo luogo la terribile posizione di garanzia psichiatrica ed in secondo luogo il controverso rapporto tra Salute Mentale ed il mondo della Giustizia in Italia.
Credo sia ben noto a tutti gli operatori “in trincea” il peso faticoso delle responsabilità civili, penali e disciplinari che gravano su di noi: mi riferisco esplicitamente all’irrealistica normativa sulla posizione di garanzia in ambito psichiatrico a causa della quale noi professionisti della Salute Mentale dovremmo sviluppare notevoli doti di “chiaroveggenza” per prevenire le condotte autolesive ed eterolesive dei pazienti: a costo di sembrare perentorio, io penso che le nostre capacità predittive possano limitarsi solo a quelle situazioni di attuale e presente rischio di agiti auto-/etero-lesivi per i quali si procede e già si procedeva invocando lo stato di necessità oppure approntando in tempi rapidi un ASO/TSO.
Per quanto riguarda invece il secondo “nodo gordiano”, credo che, a dare il colpo definitivo alla già “precaria salute” dei nostri Servizi, sia stata la legge 81 del 2014: ovvero, la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari con contestuale loro sostituzione con le REMS, di esclusiva competenza sanitaria. Una legge che aveva il nobile intento di fornire cure e dignità agli autori di reato, ma che ha finito per “sanitarizzare” (si legga quindi, in definitiva, psichiatrizzare) qualsiasi situazione di condotta deviante/disturbo del comportamento (maltrattamenti in famiglia, violenza di genere, personalità narcisistiche ed antisociali, abuso di alcol e sostanze, alterazioni del neurosviluppo, ritardi mentali e deficit cognitivi di diversa origine).
Insomma, il sistema attuale delle REMS sembra aver dato di nuovo corpo fisico allo spettro del manicomio: forse speravamo di averlo scacciato definitivamente con la cosiddetta legge Basaglia, dandogli una pedata fuori dalla porta, ma è bastata un’altra legge (quarant’anni dopo) per farlo rientrare dalla finestra, precipitando tutti noi nuovamente in un terrore lucido e straziante!
Oltre ai soggetti in REMS, vi è oggi un numero di individui – in attesa di entrarvi – superiore agli attuali posti già occupati ed, infine, un insieme ancor più considerevole di persone con una misura di sicurezza non detentiva: persone che, giudicate non imputabili con pericolosità sociale attenuata, vengono “consegnate ai servizi psichiatrici per essere curate” (sic!).
La tendenza culturale la conosciamo ormai bene: la magistratura e l’apparato giuridico-poliziesco nel suo complesso opera per decreti, disposizioni, ordinanze: noi psichiatri veniamo individuati, percepiti e sollecitati come gli esecutori di tali provvedimenti. Nessuna responsabilizzazione dell’autore di reato è contemplata, nessuno spazio e tempo è consentito per la negoziazione, la mediazione empatica ed il rapporto di fiducia che pure dovrebbero essere alla base del nostro operare come clinici! Ci viene chiesto di ritornare ad agire come esecutori di igiene e controllo sociale: peraltro la magistratura e le forze dell’ordine sono in buona compagnia dal momento che tale è il sentimento e l’auspicio della gran parte del mondo degli enti locali e della politica sia regionale sia nazionale.
La questione cruciale quindi, a mio avviso, è impegnarsi per stravolgere tale assetto normativo e lottare per una grande battaglia culturale al fine di ribaltare la tendenza custodialistica a cui assistiamo inermi, disillusi e demoralizzati! Non c’è da meravigliarsi dunque se ai concorsi pubblici di psichiatria non si presentano più medici oppure se gli infermieri disertano i nostri SPDC e CSM: il futuro che ci aspetta ahimè, è quello di un’evaporazione lenta e progressiva dei Servizi di Salute Mentale pubblici … a meno che non ribaltiamo il tavolo, rinunciando a vivacchiare in attesa di tempi e risorse migliori!
Come fare, quindi, ad infondere gioia e bellezza nei nostri luoghi di lavoro al fine di renderli più vivibili e dignitosi sia per gli operatori sia per i pazienti/familiari?
Come fare, dunque, a diradare la cupa bruttezza ed il clima d’angoscia di molti luoghi della cura e della riabilitazione?
Tutto quello che ho scritto fino ad ora passa inevitabilmente per due obiettivi inaggirabili: non solo l’abolizione della non imputabilità per vizio di mente, tramite l’abolizione degli art. 88 e 89 del Codice Penale su infermità e semi-infermità mentale (con conseguente eliminazione delle misure di sicurezza per pericolosità sociale), ma anche una revisione radicale della normativa sulla posizione di garanzia, ribaltando così sia la dinamica dominante che indica nella follia sempre un pericolo attuale sia la logica culturale contemporanea che pretende da noi operatori prima il controllo, poi la custodia ed infine l’internamento. Appare quindi ovvio che tale battaglia può essere combattuta solo coinvolgendo tutte le Società scientifiche di categoria a livello nazionale e locale, i sindacati, i colleghi psicologi e tutti gli altri operatori dei Servizi senza dimenticare il fondamentale appoggio delle organizzazioni del terzo settore. Ho scritto combattuta perchè non è vi è alcuna garanzia che, qualora tutti oppure solo una parte dei soggetti sopramenzionati convergessero su queste posizioni, alla battaglia possa arridere la vittoria finale!
I percorsi di cura dei nostri pazienti (intendo quelli veri con severe alterazioni del giudizio di realtà, non quelli che sono finiti nelle maglie della psichiatria a causa o grazie ad una perizia redatta con superficialità e/o per interesse) non sostituiscono le pene inflitte dai magistrati proprio perchè il prendersi cura risponde ad un bisogno centrato sulla persona non ad esigenze di pericolosità sociale e/o di ordine pubblico!
Pertanto, solo la riconsegna della responsabilità delle proprie azioni agli autori di reato unitamente alla revisione della normativa sulla posizione di garanzia potranno finalmente liberare dal soffocamento il nostro mestiere, rendendolo nuovamente creativo ed appassionante: non solo la libertà è terapeutica per ciascun individuo, ma anche la responsabilità!
Quella stessa responsabilità che deve appunto essere redistribuita tra tutti gli attori coinvolti a cominciare da noi operatori sanitari, dai giudici, dagli avvocati, dalle forze dell’ordine, dagli operatori penitenziari, dai servizi sociali per arrivare a quella in capo ai pazienti/utenti ed ai loro familiari.
Coltivo infine ancora la speranza di rendere nuovamente la nostra professione “un mestiere bellissimo”, attraente per i giovani psichiatri e per tutte le altre figure professionali operanti in Salute Mentale: sono convinto che di questa trasformazione, in ultima analisi, ne beneficerebbero poi gli utenti, i loro familiari e la Comunità nel suo insieme.
Forse queste mie righe potrebbero risuonare alle vostre orecchie solo come un programma ambizioso e velleitario, ma invece hanno a che fare con la stessa sopravvivenza dei Servizi per come abbiamo imparato a conoscerli: l’alternativa a quanto proposto, sarà solo l’appiattimento ulteriore sia culturale sia di prassi operative in uno scenario desolato da “Deserto dei Tartari”, dove si perderà memoria delle buone pratiche pensate ed attuate dai nostri “padri fondatori” e dove la nuova normalità sarà costituita da redivive pratiche antiterapeutiche di oppressione umana!
Buona vita a tutti voi, sia a quelli che decidono di credere ancora nel servizio pubblico sia a coloro che “mollano” per cercare un futuro altrove….
Fabrizio
Caro Gilberto, desidero ringraziarti per questo appello così accorato, autentico e pervaso di una rara onestà clinica. Le tue parole intercettano e danno forma a un vissuto che appartiene a molti di noi.
La ricerca di una relazione autentica con l’altro – fatta anche di crude verità messe sul piatto nella speranza che la medicina, la psichiatria e le istituzioni sappiano accoglierle – è sempre stata, e resta tuttora, la mia stella polare. Eppure, nel quotidiano della clinica, ci si interroga costantemente su come fare di più. L’esperienza accumulata negli anni integra e dà corpo a ciò che abbiamo appreso sui libri, nei reparti, nei CSM o nei SerD; tuttavia, ci scontriamo inevitabilmente con l’evidenza che l’atto di cura non può prescindere da quel ‘contenitore sociale’ esterno al servizio che, oggi, appare drammaticamente assente.
Da questa frattura emerge un profondo senso di impotenza, unito a una solitudine professionale che a volte si fa pesante. In questa modernità complessa e ‘liquida’, per dirla con Bauman, l’isolamento dei nostri pazienti fa drammaticamente il paio con la solitudine di chi cerca di offrire loro un aiuto professionale autentico.
Ciononostante, il mio vuole essere un messaggio di speranza. Avendo scoperchiato questo vaso di Pandora, hai descritto la realtà con lo sguardo ferito del ‘guaritore’ che conosce intimamente la sofferenza. Il fatto che il tuo grido sia stato così capillarmente recepito dai colleghi ci restituisce una certezza: il processo di cambiamento è già in atto, anche se le sue ricadute pratiche nel mondo reale non sono ancora pienamente visibili o tangibili. La vera svolta dipenderà dalla nostra capacità di raggiungere una massa critica, capace di unire noi operatori della salute mentale e delle dipendenze alla popolazione dei non addetti ai lavori, per generare una nuova sensibilità collettiva. Grazie di cuore per aver dato voce, con tanta dignità e rispetto, alla nostra quotidiana resistenza.”
Rita Montera Psichiatra SerD Cosenza
onore mio Marianna. Senza di te avrei fatto molto molto di meno. I nostri pazienti hanno trovato in te piu’ di una sorella.
Resistere…ha suscitato davvero brividi l’invito di Gilberto e una forte sensazione di vitalità perché tanti commenti confermano che siamo vivi! Vorrei sottolineare tre punti che mi hanno colpita: l’aspetto di non luoghi dove si svolge per lo più la psichiatria pubblica per l’atmosfera di indifferenza che evoca a cui si contrappone,nel mio sentire,la “chiamata alla Clinica” di Gilberto. Poi il pensare sull’incontro che forse può avvenire ovunque e in fine il desiderio di resistere che questo dialogo pare via via incrementare. Grazie
Sono STUFO di leggere articoli sulla salute mentale!! Non sopporto più parole quali RESILIENZA, PROGETTI DI VITA, COOPROGETTAZIONE, GRUPPI AMA, PRESA IN CARICO, INCLUSIONE SOCIALE. Convivo con il problema da genitore. La nostra fortuna avere incontrato uno Psichiatra che credeva , LUI SI nella riabilitazione. Sono passati 20 anni da quell’incontro fondamentale per tutta la famiglia presa in carico da LUI. La situazione sta degenerando con la colpa grave della stampa quando da notizie tutte imperneate a fatti di cronaca atte ad incutere PAURA sul disabile psichico. Associazioni di familiari gestite da psichitri o assistenti sociali che tutto fanno meno quello di cercare di risolvere i problemi legati alla salute mentale. Problemi che ricadono poi sulla SOCIETA’. Vengo da esperienze associative e lavorative legate alla salute mentale e dopo 20 anni scopri che non servono fondi se mal gestiti. Su Progetti legati alla salute mentale la proporzione è questa: Su 100 euro di progetto il 90 per cento a chi gestiste il progetto (volontari figure professionali sanitarie, educatori, et ) il 10 per cento e forse nemmeno quello agli utenti!!
ULTIMO PROBLEMA CHE FORSE NON INTERESSA A NESSUNO
ALLA FACCIA DELL’ INCLUSIONE SOCIALE DEI SOGGETI DISABILI
Indecoroso taglio a chi ha percepito o perce pirà un inden nità per svolgimento di un TIS non formativo (ex borse lavoro) lavoro): “Gravissimo disincentivo ai percorsi di autonomia e di riabilitazione
L’INPS sta provvedendo verso gli invalidi civili al 100%, che quindi percepiscono la maggiorazione dell’assegno di invalidità al recupero di somme verso chi ha percepito o percepirà l’indennità per svolgimento dei tirocini di inclusione sociale non format ivi di €180,00
Dopo la sentenza 152/2020 della Corte costituzionale, e successivi alcuni adeguamenti normativi, è prevista a favore di invalidi civili totali, ciechi e sordi fra i 18 e i 67 anni una maggiorazione della
pensione d’invalidità ( € 3170,00), di circa 400 euro mensili. In sostanza attualmente un disabile con invalidità al 100% percepiste mensilmente circa € 740,00 €.
La sforbiciata rigu arda tutte persone non autosufficienti o con disabilità al 100% in carico ai servizi sociali e/o sani tari, che svolgono o hanno svolto dei TIS le ex borse lavoro).
Il TIS di inclusione sociale non è di carattere formativo indirizzato ad un futuro lavoro ma assistenziale riabilitativo e dopo parer rilasciato dall’agenzia delle entrare, da non consider are
come reddito da lavoro. Ed infatti ai percettori dell’indennità prevista viene rilasciata CU con importo erogato pari a 0
Quest i ingenti tagli della maggiorazione avranno un effetto assai negativo per i pochi beneficiari, peraltro tutti soggetti che vivono una condizione di fragilità rilevante, con
un gravissimo disincentivo a intraprendere percorsi di autonomia e inclusione in contesti esterni alla propria casa”
Quel pochissimo che hanno guadagnato o guadagneranno , con frutto di enormi sforzi eim pegno per uscire dalla propria comfort zone familiare , rischia di essere sottratto loro inesorabilmente ogni mese, ed in alcuni casi il recupero potrebbe essere maggiore del guadagno stesso
Nessuna notizia viene data ai fruitoti dei TIS da parte degli e nti preposti all’attivazione e ciò comporta che il soggetto che aderisce al tirocinio scopre a posteriori, dopo l ’erogazione della maggiorazione, che l Inps, magari a distanza anche di due anni, richiede , la restituzione di parte o de ll’intera maggiorazi one erogata .
Oltre al danno anche la beffa per queste persone in condizioni di estrema fragilità che già fanno una grandissima fatica a lavorare , “Oltre che un elemento di disequità “, ne deriva “un evidente disincentivo a scegliere e intraprendere percorsi di autonomia ed inclusione, s ospingendo verso forme di puro assistenzialismo Inoltre, specialmente da un punto di vista sanitario , ciò comporterà anche ad un aumento di soggetti che forse ricorreranno a cure sanitarie per scompensi psichici , con aggravio di lavoro per i C entri di salute mentale già carenti di personale s a nitario e socio sanitario
I TIS (Tirocini di Inclusione Sociale) sono un valido strumento per agevolare l’inclusione I TIS (Tirocini di Inclusione Sociale) sono un valido strumento per agevolare l’inclusione sociale, l’autonomia e la riabilitazione delle persone prese in carico dai servizi sosociale, l’autonomia e la riabilitazione delle persone prese in carico dai servizi sociali e/o dai ciali e/o dai servizi sanitari competenti.servizi sanitari competenti.
L’invito rivolto praticamente a tutti, media giornali, redazione televisive, politi, ministero delle politiche sociali, associazioni a rilevanza nazionale, sindacati!!
TUTTO TACE
Caro Gilberto,
ho atteso, perché la tua “lettera” non va commentata, ma metabolizzata, nel tentativo, almeno parziale, di sintonizzarsi sulla costruzione del tuo andare dall’inizio verso la fine. Mi sono trovato a surfare sulla mia vita di psichiatra dal 1966 ad oggi. Mi sono trovato, ancora una volta, a riflettere sulle nostre responsabilità, non personali, ma epistemologiche e cliniche. Vado a flash. Nel 1968 esce L’Istituzione Negata. Nel 1971 si apre la prima Facoltà di Psicologia. Senza un lavoro intenso e competente con il mentale è inutile aprire i manicomi per poterli chiudere! Con un paradosso folle, che abbiamo deciso noi (io c’ero, come si direbbe), non i politici: due percorsi professionalizzanti accademici (medicine-psichiatria versus psicologia) sullo stesso “oggetto”. Questo, per quello che sono riuscito a comprendere, è il peccato originale che ha eroso, come una colonia di tarli, il tavolo da pranzo, che ora ci sembra ancora solido, anche se molto traballante, oppure un mucchietto di segature (come scrivi parlando di “non luoghi”). Quindi, noi abbiamo fondato il comprendere e la terapeutica su di uno Spaltung strutturale e costitutivo. Come tutti gli spaltung “schizofrenici” continua a gemmare spaltung. Senza batter ciglio guardiamo lo scenario, il territorio paradigmatico, epistemologico della nostre professione abitato da “ci sono tante psichiatrie”, ci sono “oltre 350 Scuole di Specializzazione in Psicoterapia, riconosciute, per oltre 500 sedi”. Perché ci meravigliamo, quindi, che il tema della nostra responsabilità per la cronicizzazione non sia mai posto in riflessione? Eppure, negli anni ’70, forte era la convinzione che esistono sì le patologie mentali, ma la cronicizzazione fosse un artefatto manicomiale. La terapeutica psi, oggi, è scomparsa dai Servizi per l’Età Evolutiva. Gli psicologi assunti, oggi molto più numerosi, sono impegnati a tempo pieno per diagnosi e certificazioni degli innumerevoli Disturbi dell’Apprendimento e, oggi, dell’epidemia delle Neuro Divergenze. Un trattamento psicoterapico? Se sei fortunato una volta al mese! E allora il Privato? 350 formazioni, combinazioni stocastiche di progetti terapeutici, fallimenti, interruzioni seriali. E intanto la vita del bambino, del preadolescente, dell’adolescente si cronicizza, si cronicizza la competenza del vivere, non il disturbo nosograficamente identificato.
Mi fermo con i miei flash. Ritorno a te, caro Gilberto. Tu sei consapevole che i non-luoghi sono nei miei flash, non lo dichiari, ma come i veri maestri ci trascini vertiginosamente entro la matrice originale, entro il significante zero del mana, come abbiamo imparato dagli antropologi. In questo, la tua “lettera”, è una preghiera laica e un rito sacro. Tu ci ricordi che il punto zero dell’incontro con il paziente, o, in queste fascie di età, con i genitori, è l’eterno mistero dell’atto fecondante, è il sentimento radicale in noi, del rinnovarsi del miracolo di un incontro. E ciò non ha nulla a che fare con l’empatia, come dovremmo sapere. E’ un orizzonte metafisico, a cui tendere, ma che comunque, piano piano, dovremmo incarnare, in modo che i nostri interlocutori lo percepiscano in un momento preriflessivo. Tu ce lo dici, con le parole della fenomenologia, che io condivido. Provo a dirlo con altre parole. Vuol dire riconoscere la dignità di ogni interlocutore, del valore della loro vita, di poter cogliere subito che sono visti, e che possono essere aiutati a riconoscerlo per se stessi. I costrutti dignità e valore aiutano a non cercare cause immaginarie, a non cercare colpevoli (fosse anche colpevoli dei propri geni!). Dove sta la dignità, la scintilla, in questa storia? Ragazzina di 12 anni, crisi di panico, reazione ossessiva, anoressia a sintomatologia molto grave.. Centro altamente specializza, riferimento nazionale, libri, congressi, etc. Visita di un’ora, un po’ con i genitori, un po’ con la ragazzina (30 minuti a blocco?) Foglio di dimissione: olanzapina 20 gocce, psicoterapia per la mentalizzazione. I genitori, a casa, si rifiutano di dare il farmaco (nessun dialogo a proposito, durante l’incontro) e ci contattano, disperati perchè non sanno identificare uno psicoterapeuta per la mentalizzazione, e ormai, la figlia rifiuta nuovi incontri. Un anno e mezzo di incontri, da parte di una collega che lavora con me, a volte con la coppia, più spesso, regolarmene, con colloqui con il padre e la madre separatamente,. Sono aiutati a dare senso agli intoppi evolutivi, personali e della figlia. La vita della ragazzina ha ripreso a scorrere, senza sintomi, ha finito, bene, le medie ed è iscritta ad un liceo scientifico. Una delle tante storie trattate senza riconoscere la dignità costitutiva dell’interlocutore. E’ chiaro che bisogna lottare, con forza politica di cittadinanza, per avere risorse umane, strutturali ed economiche. Tu ci inviti ad un altro travaglio che è altrettanto politico: non uccidere il punto zero sotto ideologie e paradigmi biologici e psicologici a-priori. Che sono quelli che, in automatico, tragicamente definiscono il destino dei nostri interlocutori.
Scusa questo mio andare erratico, ma lo devo, soprattutto, anche a te.
Un abbraccio,
Corrado
caro Corrado, ti ringrazio di tutto ip ricco commento e soprattutto di avrr riportato le lancette sul “punto zero dell’incontro”. Era quello il mio obiettivo. Tanti proclami e buone intenzioni e indirizzi governativi glissano il punto zero dell’incontro. Per il quale nessuna formazione e’ prevista. Tu hai anche chiarito il parallelo privatistico che e’ partito collateralmente all’utopia sociale. Come a dire : nel pubblico si tampona l’emergenza e si fabbrica la cronicita’ , nel privato ci si cura. La situazione e’ spietatamente questa. Non civresta che attendere il rovesciamento del sistema e augurarci una rinascita con maggiore consapevolezza.
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO: Caro Gilberto, sono Valdo Ricca. Ho letto il tuo contributo su Psychiatry on Line. Con la stima che ho per te, ti scrivo che l’ho trovato bellissimo, ma un po melanconico e sostanzialmente troppo pessimista. La Psichiatria è una cosa, il servizio pubblico attuale e i nostri politicanti un’altra. Questa situazione dei giorni nostri, che descrivi particolarmente bene, penso sia una fase in cui noi paghiamo tanti errori, a cominciare da quelli degli psichiatri che hanno considerato la nostra disciplina come un oggetto politico, da gestire secondo un’ideologia o interessi di parte, relegando i pazienti al ruolo di vittime di un sistema economico, e gli psichiatri a coloro i quali avrebbero dovuto cambiare il sistema dall’interno, non si sa bene come ma principalmente distruggendolo. I disastri di questa pseudoimpostazione sono sotto i nostri occhi, e i pazienti ne sono ovviamente le principali vittime, mentre noi psichiatri cerchiamo di fare un lavoro sempre più complesso e sempre meno considerato.
In questo scenario, l’aspetto positivo sono proprio le nuove generazioni di colleghi, che in numero sempre maggiore scelgono questa specializzazione. Perché succede questo? Come mai preferiscono la sofferenza mentale alla psoriasi o alla cataratta? Perché hanno capito, o forse solamente intuito, che la ricchezza del nostro lavoro è incomparabile, e che quello che riceviamo e possiamo dare ai pazienti è tantissimo.
Dopo 38 anni di psichiatria sono sempre interessato, curioso, appassionato. Non mi piego alla burocrazia, al vaniloquio di politicanti impresentabili, perché i nostri pazienti meritano molto di più, cioè la nostra passione e la nostra competenza. Dobbiamo formare i giovani colleghi nel modo migliore possibile, in un mondo che cambia molto velocemente e che richiede competenze sempre più diversificate. Lo dobbiamo a loro e sopratutto alle persone che gli saranno affidate e che li sceglieranno come loro psichiatri nei decenni futuri.
Un forte abbraccio
Con grande stima
Valdo
Sullo stato del “fronte riaperto” sulla “questione psichiatrica”.
-Al dott. Bollorino e alla redazione tutta di P.O.L.
-Gentile dott.Bollorino, il lungo convoglio di repliche alla “lettera di GDP”, vede aggiungersi ulteriori vagoni alla sua iniziativa sulla scorta dell’innesco dato appunto dalla succitata “lettera”.
“Riattivare” un luogo di discussione, dove “la psichiatria italiana discute ad alta e pubblica voce” – come lei ha sottolineato- è in sé un fatto indubbiamente positivo di cui le va dato atto.
Constato tuttavia che al di là di pochi nomi- e senza nulla togliere agli altri discussant- che godono di una maggiore eco pubblica( pochi per la verità…), registro la totale assenza di quelle….”apicalita ‘ ” che voglio immaginare sensibili e attente al valore non solo di una tale istanza democratica ma , più specificamente, allo stato di avanzata decomposizione di una disciplina che al di là di certe caratterizzazioni che la vorrebbero “scientificata”, presenta invece una condizione che di fatto è ben riassunta dalla “baraccopoli dei servizi territoriali”.
Sensibilita e attenzione che ci si aspetterebbe in massimo grado, tanto più che “P.O.L” della S.I.P. è in qualche modo la “sezione social
Eppure , è di questioni cruciali e di enorme rilevanza sociale che si tratta: ricordo l’accorata relazione del prof Maj al congresso S.I.P. di Vetona, tutta tesa a evitare ” ALLA PSICHIATRIA ITALIANA” un’incombente marginalizzazione ricorrendo a tutti gli accorgimenti, teorici e retorici, che evitassero un tale destino.
Il prof. Maj in quella occasione in particolare non si risparmiò, e strinse a tutto, finanche alle risorse retoriche di un Geoffrey Moore, noto specialista nel campo del “marketing e delle start-up”. Fino alla prosa di un Jerome Wakefield con cui il prof. Maj intrama molto degli articoli che appaiono su “World Psychiatry”.
Sorprende poi in particolare l’assenza del prof. Siracusano, da poco eletto a capo di quel “C.S.S.” (consiglio superiore di sanità…) quale organo di supervisione del “nuovo, faraonico PASM”( piano azione salute mentale).
Non crede dott.Bollorino che sia utile, forse addirittura necessario, visto lo stato della disciplina e della sua opaca e malmessa operatività, cui si “risponde” (!!) con la coccarda di una surreale “psichiatria di precisione”, prendere la parola davanti a una tale…”contraddizione” il cui corto circuito si scarica nel visibile e frequentabile “territorio”?…
Il suo intento, in tal senso, è condivisibile e la sua generosità va riconosciuta.
Ma…non trova che si rischia il “ritualismo democratico” e che ciò conduca alla stessa destinazione cui sono giunte le svariate e infinite “giornate nazionali & mondiali” sulla salute mentale, così come sorte analoga hanno avuto gli innumerevoli “Manifesti” dedicati allo stesso tema e spazzati via….NON DAL VENTO, BENSI DALLO SPIRITO DELL’ODIERNO TEMPO STORICO che tutto sembra centrifugare e consegnare all’oblio.
Non trova dott.Bollorino che tutto questo attivismo sia….sfociato in una dinamica dell’impotenza e che “tutto” rischi il riciclo nella sola “retorica del progresso” e che, per giunta, l’ossimoro “salute mentale” risulti alla fine NON UN OGGETTO SCIENTIFICO, bensì un “oggetto fantasmatico” utile per oliare la macchina propagandistica?….
Resto in attesa di un suo gradito riscontro che, ovviamente, sarà parte significativa di ciò che lei ha qualificato “BENE COMUNE”.
Cordialmente,
Luigi Ferrara. 28 giugno 2026.
Io trovo che gli interventi non necessariamente di opinion leader che non necessariamente hanno sempre cose importanti da dire siamo meglio del silenzio o delle lamentele perdute nel vento di una chat professionale. Psychiatry on line Italia è e resta uno spazio libero ma credo che 13000 letture contino e servano
Ci sarebbe molto da dire sulla lettera di Gilberto. Provo a fissare alcuni punti. A me pare che il suo discorso si aggrappi troppo alla clinica fenomenologica finendo per trascurare la politica (intesa sia come prendere posizione come curanti rispetto alle condizioni sociali ed esistenziali del paziente, che prendere parte alla dinamica dei rapporti con le istituzioni non solo dal lato della mera denuncia delle inefficienze strutturali) e quasi per rivendicare alla fine una sorta di “neutralità della cura fenomenologica”, una sua non pertinenza sulle questioni di politica sanitaria che non esistono. Forse ci si dimentica che la clinica, qualsiasi clinica seria può funzionare solo se rimette al centro del suo operare non solo la persona sofferente nella sua dimensione psicopatologica ma anche i contesti e le collettività come “corpi agenti” sulle contraddizioni sociali (la psichiatria prima e la salute mentale oggi attraversano queste contraddizioni continuamente dalla loro fondazione). Non solo dunque lo studio e la comprensione clinica della psicopatologia individuale, gruppale o familiare, ma anche la cura dei legami sociali come agenti di trasformazione della realtà (che è un atto politico prima che clinico e di cui la clinica dovrebbe farsi vettore di interrogazione). Non solo dunque la comprensione fenomenologica del vissuto individuale di “essere gettati nel mondo” ma anche l’interrogazione continua della dimensione politica ed esistenziale del corpo sociale e delle sue “aspirazioni” (nel senso di Appadurai) a farsi agente della trasformazione sociale e istituzionale. Nessuno ovviamente nega il valore del lavoro clinico e della psicopatologia fenomenologica (di cui Gilberto è un raffinato conoscitore e straordinario inteprete clinico) ma per comprendere come affrontare oggi la dimensione della salute mentale e della psichiatria italiana occorre avere una lente molto più larga e una visione d’insieme non solo delle dinamiche di governo dell’oggetto psichiatrico ma anche dei rapporti di forza e delle politiche che sottendono e regolano il funzionamento delle istituzioni e dei servizi (e che hanno ricadute dirette e profonde sull’operare quotidiano cioè sulle nostre pratiche cliniche e riabilitative). Al netto di queste considerazioni io credo che non abbiamo bisogno oggi di eroi individuali che finiscono per sfracellarsi (come dice Gilberto) sugli scogli del managerialismo sanitario e delle pretese aziendalistiche ed economiche delle dirigenze dipartimentali, ma di persone in grado di ritrovare un senso politico nel lavoro che fanno (cosa scomparsa molto più della clinica fenomenologica) e di legare questa consapevolezza politica ad altre consapevolezze (non si comprende perchè Gilberto non consideri mai direttamente nei suoi discorsi come possibili co-agenti di cambiamento e trasformazione dell’agire psichiatrico i pazienti e altri attori sociali se non nella veste fenomenologica e depoliticizzata di testimoni drammatici della rottura esistenziale con il mondo). Credo invece che da tempo la questione della partecipazione dei pazienti ai processi di cura e di riabilitazione, non declinata nelle caricature grottesche che ne fa il dispositivo della recovery e che rafforza il potere degli psichiatri, sia quanto mai urgente e necessaria per comprendere a fondo che epoca stiamo vivendo. Un’epoca nella quale i pazienti nel caso “migliore” sono divenuti consumatori, co-produttori e financo manutentori di servizi e di prestazioni oppure, nel caso peggiore, mero scarto residuale da relegare nei ghetti residenziali ad intensità variabile. Non basta dunque e non è più sufficiente tornare oggi a fare i fenomenologi dell’incomprensibile, i cantori poetici della follia alla Tobino per intenderci, o gli analizzatori fenomenologici dell’abnorme in contrasto alla psichiatria artificiale degli algoritmi e delle neuroscienze applicate, ma essere capaci di legare tutti questi saperi ad una postura etica e politica del proprio lavoro (di problematizzarli dunque). Di questo si è occupato per una vita intera Franco Basaglia (che Gilberto cita in diverse occasioni) allontanandosi progressivamente dalla fenomenologia clinica di Callieri (maestro di Gilberto) e di tanti altri perchè da lui ritenuta insufficiente a leggere criticamente e scardinare i criteri di omologazione, marginalizzazione e confinamento forzato dei pazienti propri del dispositivo istituzionale (manicomiale prima, dei servizi territoriali poi). Una postura quella fenomenologica che Basaglia riteneva all’epoca incapace di interrogare le stesse discipline sui loro fondamenti epistemologici, e sulle ricadute nelle prassi operative perchè non disposta ad interrogarsi sui condizionamenti sociali, economici e politici del tempo e intenta piuttosto a recuperare un rapporto esclusivo con il soggetto della sua indagine clinica e filosofica. E questo pur non rinunciando Basaglia stesso ad esercitare un presupposto fondamentale della sua interrogazione filosofica (l’epochè husserliana). La mia impressione ma posso sbagliarmi è che Gilberto rifocalizzi invece quella che lui definisce “resistenza del giovane psichiatra” come un tornare ad un corpo a corpo con il “malato” restituendogli la possibilità di esprimersi ontologicamente attraverso gli strumenti della clinica fenomenologica. Qualcosa che a mio avviso non sposta nè la questione dei suoi diritti sociali e civili, nè quella del funzionamento istituzionale, nè infine quella del governo politico su questi temi. Vi sono a mio avviso in questa visione che è un appello accorato a “tornare a curare seriamente” degli effetti inquietanti e quasi paradossali: 1) il deus ex machina del processo terapeutico rimane sempre lo psichiatra (sono scomparsi gli altri attori della scena sociale e terapeutica) 2) lo psichiatra ritorna a fare il taumaturgo (io e solo io ti salverò – recuperando una postura quasi pineliana (io ti libero dalle catene della psichiatria algoritmica restituendoti una legittimazione clinica ed esistenziale) 3) la cura (come clinica del soggetto) impone la responsabilità di non far morire un paziente catatonico possibilmente praticandogli la ETC dopo che decenni di studi a livello longitudinale (si veda il lavoro di Peter Breggin) hanno confermato dopo una buona remissione sintomatologica nel breve periodo dopo l’applicazione, danni spesso permanenti e irreversibili alla memoria retrograda a medio lungo termine in pazienti trattati con “terapia elettroconvulsivante” (una morte più lenta e tesa ad annientare uno degli elementi fondamentali del vissuto esistenziale fenomenologico: la memoria autobiografica). Insomma a me pare che questo eroismo solipsistico dello psichiatra, questa resistenza da reduce di guerra senza alleanze nè altri compagni di viaggio nella lunga notte dell’assistenza, se non la sua cassetta degli attrezzi fenomenologica e il “suo” paziente da salvare, riporti la questione psichiatrica indietro fino al protomanicomiale…altro che futuro! Ho timore che Gilberto sia rimasto ormai incastrato tra le pieghe dell’unica realtà che conosce ormai da molti anni e che è quella del diagnosi e cura. Cioè dell’ultimo avamposto ospedaliero dove si annidano tutti i fallimenti politici, terapeutici e sociali delle istituzioni. Dove l’emergenza è la regola e bisogna governare l’ingovernabile. E dove in fondo l’eroismo dello psichiatra è solo un altro modo per consolidare la sua rendita di posizione come salvatore di vite o al peggio operatore ecologico del “residuo” non recuperabile alla produttività del capitale. Troppo poco per leggere la complessità della salute mentale oggi che è camaleontica e cangiante e che non si fonda solo sulla gestione del “residuo” (oggi identificato con il paziente cronico), ma recupera anche la parte produttiva e agente del paziente per asservirlo meglio alla sua riproduzione. Se vogliamo recuperare allora un senso dell’agire terapeutico di qualsiasi operatore (non solo lo psichiatra) occorre riconnetterlo agli altri attori sociali e alle loro competenze (pazienti, amministratori, familiari, politici e cittadinanza). Una riconnessione impossibile oggi dentro la gran parte dei reparti psichiatrici di diagnosi e cura italiani. E aggiungo infine che a dispetto della condizione a valle di cui parla Gilberto (la gestione dell’acuzie e della destrutturazione psicopatologica dei pazienti nei reparti di diagnosi e cura) esiste un discorso a monte che ormai non fa quasi più nessuno: si chiama prevenzione primaria (da non confondere con la diagnosi precoce che agisce già agli esordi della malattia) e che riguarda tutte quelle condizioni, tutti quegli interventi (chi si ricorda più cos’è e come si fa una visita domiciliare? ) mirati ad esplorare i contesti familiari, sociali, gli ambienti di lavoro, la scuola fino ad arrivare ai quartieri, ai condomini, alle periferie urbane dove insiste ciò che rimane dei CSM territoriali. Una prevenzione scomparsa perchè tutto oggi si gioca dentro i dispositivi in cui si gestisce l’emergenza del già accaduto e del quasi irreparabile e di cui Gilberto sembra farsi eroicamente portavoce nella “lunga notte dell’assistenza”. Eppure esistono nello sterminato territorio delle città e delle sue periferie, nelle aree rurali di cui si parla sempre come ad entità di per sè a se stanti dai servizi psichiatrici ospedalieri, quel territorio che spesso tratteggia e fa da cornice ai primi vagiti della carriera e della psicopatologia del paziente (oggi chiamato utente), anche alcuni anticorpi sociali che sarebbe necessario mettere nella nostra cassetta degli attrezzi di clinici. Forme di riproduzione sociale in grado localmente di rigenerare proprio quelle condizioni di prevenzione primaria di cui si parlava pocanzi. Alleanze che potrebbero essere preziose per il nostro lavoro dentro e fuori le istituzioni. Da soli si può fare poco e il rischio è alimentare una cultura dell’eroismo individuale che depoliticizza ogni cosa in nome della clinica: una cosa contro cui Basaglia ha lottato per una vita. Uscire dallo specifico per ritrovare il corpo sociale. Rientrare nello specifico solo a patto di averlo depurato dalle sue incrostazioni istituzionali, disciplinari ed epistemologiche.
Gentile Riccardo, grazie della tua apertura di orizzonti. Peccato che a quest’ora il dramma si consuma nelle case, nelle strade, nelle residenze. Ed e’ un dramma che coivolge esseri umani, di cui uno porta il peso dell’altro. Intorno a questa scena, adesso, non vedo nulla delle cose pur vere che tu dispieghi.
Caro Gilberto,
grazie a te per la risposta. Condivido la tua preoccupazione per gli scenari spesso drammatici che oggi si giocano in quel magma che oggi chiamiamo “territorio”. D’altra parte avendo lavorato spesso dentro o sulla soglia di quelle “territorialità” mi sono accorto che esistono anche forme di rigenerazione sociale che spesso risultano misconosciute da chi vive quasi esclusivamente l’ambiente ospedaliero. Con questo non voglio dire che queste forme rigenerative non portino con loro delle contraddizioni e delle ambiguità e che siano prevalenti rispetto alla condizione drammatica di cui parlavi. Ma esistono e in alcuni casi (ne ho avuto prova direttamente lavorando in un territorio molto depresso ma paradossalmente vitale del nostro Meridione) riescono a riconnettere energie, tessuto sociale e iniziativa locale al punto da fungere quasi da vettori di prevenzione primaria della “malattia” sul territorio. Magari avremo occasione di riparlarne insieme e di confrontarci su questo prima o poi. Quello che ho compreso in questi anni di pratica di lavoro del servizio sul territorio è che se si mantiene viva l’osservazione su ciò che accade nei contesti locali ci si rende conto che la terra è molto meno arida di relazioni e di iniziativa politica e civile di quanto si pensi….e che questo in alcuni casi può contribuire a nutrire quegli stessi servizi territoriali ormai istituzionalizzati dalle logiche aziendali e neoliberali di cui abbiamo parlato. Rimango dell’idea che una clinica senza politica non possa davvero determinare condizioni di cura e di trasformazione soggettiva sullo stato di cose presente.
NOTA DELLA REDAZIONE — Dall’assolo al coro
A 12.586 letture e 65 commenti, questa Lettera ha smesso da tempo di essere soltanto un articolo. Ma, come abbiamo già scritto più volte su questa stessa pagina, le letture restano la parte meno interessante di ciò che è accaduto. Conta un’altra cosa, e ha la forma di un fenomeno che di rado ci è dato osservare con tanta nitidezza: un assolo si è fatto coro.
Lo diciamo senza togliere nulla a Gilberto Di Petta. La sua era, ed è, una voce sola — un assolo di classe, di quelli che si ascoltano una volta e non si dimenticano, perché tengono insieme la durezza della diagnosi e la grazia della scrittura. Ma un assolo, per quanto magistrale, rischia di restare una voce che parla nel deserto se nessuno raccoglie la cima che lancia. Voi l’avete raccolta. E in poco più di dieci giorni quella voce sola si è trasformata in una polifonia che attraversa per intero la psichiatria italiana: dal territorio all’accademia, dalla trincea notturna degli SPDC ai tavoli dove si scrivono i piani, da chi cura a chi è curato.
Proviamo a fare il punto su ciò che è cresciuto. La tensione fondamentale l’aveva posta Fabrizio Starace — la clinica non basta se non si salva anche la polis, e dire «non vivere aspettando rinforzi» rischia di legittimare la resa — ed è stata ripresa, declinata, contestata. Sul versante accademico, Andrea Fagiolini, Matteo Balestrieri e Massimo Clerici hanno opposto un distinguo netto, rifiutando la contrapposizione fra scienza e umanità e diffidando dello schema troppo comodo dei «resistenti lucidi» contro un «sistema senz’anima»; fino a Valdo Ricca, che legge la Lettera come bellissima ma troppo pessimista e indica nei giovani che continuano a scegliere questa specializzazione la vera buona notizia. Sul versante del territorio, hanno risposto da dentro Carla Boccia («non tutti i Direttori sono soltanto manager», e «scelgo ogni giorno di restare»), Alessandra Grosso, che ha raccontato il proprio «galleggiamento» ed è stata fra i pochi a tradurre l’indignazione in proposte concrete di riforma dei Servizi, e Fabrizio D’Arienzo, che al termine di una notte di guardia ha sciolto i due «nodi gordiani» — la posizione di garanzia e il rapporto fra Salute Mentale e Giustizia dopo la legge 81 — fino a invocare l’abolizione della non imputabilità per vizio di mente. Accanto a loro, lo scavo critico e filosofico di Luigi Ferrara sulla «questione psichiatrica» e sulla «psichiatria di precisione» come quasi-scienza, e quello di Corrado Pontalti, che riporta la cronicizzazione a una responsabilità epistemologica originaria e rivendica il «punto zero» dell’incontro come riconoscimento di dignità.
E poi c’è ciò di cui andiamo più fieri: il dissenso. Marcello Casale ha contestato frontalmente il registro della Lettera, rivendicando che «la psichiatria è bellissima» e chiedendone una riscrittura; Antonio Mastroeni ha respinto la «lagna generalizzata» ricordando la rete dei DSM costruita dal nulla fra il 1979 e il 1999; Sergio De Filippis ha difeso la legittimità di chi sceglie il privato, ammonendo che «il contrario della crisi non è l’eroismo» ma «la capacità di continuare a parlarsi». Sono queste le voci che tengono onesto il confronto: un coro all’unisono non sarebbe servito a nessuno; un coro che dissona è un bene comune.
Ma le voci che pesano di più sono quelle di chi la psichiatria la riceve. Gianna Ruzzon, accanto da vent’anni alla schizofrenia del figlio e sola nel gestirla, ha ringraziato chi finalmente «ha avuto il coraggio di dire che il Re è Nudo». Giuseppe, genitore, ha detto la sua stanchezza per le parole-feticcio e ha denunciato i tagli che puniscono proprio chi prova a rendersi autonomo. Sono le voci di Matilde e di Franca, già ricordate, che adesso non sono più sole. E persino l’Autore è tornato più volte nel cerchio, deposta l’armatura, ad augurarsi che la formazione dello specializzando torni a comprendere storia della psichiatria, epistemologia clinica, psicopatologia fenomenologica.
Ecco perché vi chiediamo di non fermarvi. Il coro non è ancora completo: mancano le voci più giovani che finora hanno solo letto, mancano gli infermieri, gli educatori, gli assistenti sociali, mancano — e sono quelle che pesano di più — le voci dei pazienti. Su una bacheca social tutto questo sarebbe già cenere; qui, in una testata registrata che esiste da trent’anni, ogni commento porta una data e un nome, viene letto, approvato, e resta: domani sarà archivio, documento, testimonianza. La parola detta vola, la parola scritta resta. Continuate a scrivere: è di voci incrociate, non di assoli, che si fa una comunità.
La Redazione di Psychiatry on line Italia
Una “Pratica in attesa di una Teoria”. Del “gioco postmoderno” della psichiatria nell’epoca del tardo capitalismo.
Gentile dott. Bollorino intanto grazie per la sua replica che ribadisce il valore e la natura di “P.O.L.” quale spazio libero di discussione, il cui merito fondamentale , alla luce delle riflessioni indotte dalla lettera di GDP, assume i tratti di un’agorà in cui convergono pensieri non necessariamente solo “campo specifici” , trattandosi piuttosto delle estroflessioni dello stato di coscienza collettivo che convergono certamente sulla “disciplina psichiatrica” ma coagulando in essa ciò che la caratterizza nella sua stratificazione di temi e questioni la cui derivazione è storico-politico-culturale,e che oggi cogliamo come sua “crisi”. E poiché anche il linguaggio ha le sue radici e genealogie. è utile ricordare che “crisi” è parola greca e implica “capacità di giudizio”, aspetto quest’ultimo che pare rianimarsi come espressione di un rinnovato pensiero critico.
Pur apprezzando che “non necessariamente coloro che lei chiama “‘opinion leader”, non abbiano sempre qualcosa di interessante da dire” , resta il fatto che pur apprezzando la mole di commenti in taluni casi oltremodo interessanti, cionondimeno è un assenza, ad oggi, che induce a riflettere .
Se non altro perché molta dell’intelaiatura di ciò che costituisce il piano discorsivo, coi suoi risvolti formativi e identitari dell’operatore psi, discende proprio da coloro che ne organizzano l’indirizzo facendone matrice operativa. Si tratta insomma di posizioni che identificano ” scuole di pensiero ” e organizzano una “prassi”. E noi oggi siamo nel privilegio, ma anche nella necessità, grazie alla “POLIS-P.O.L.”, di discutere delle ripercussioni del piano di rilevanza che un “tale pensiero &identità ” hanno generato, ciò che è a motivo di questa interessante iniziativa.
Molti e diversificati sono stati gli spunti e i concetti riportati, alcuni( pochi per la verità…) supportati anche da una discreta dose di “insubordinazione allo status quo” che, provenendo dai “più giovani”, equivale ad aprire porte e finestre per un salutare ricambio di idee e prospettive.
Diversamente saremmo davanti un simulacro ridotto a oggetto feticistico…( e non nascondo che qua e la’ una simile inclinazione/assimilazione ha pur fatto capolino….).
Tuttavia molti dei concetti espressi e, più generalmente, alcune posizioni/suggerimenti , presentano la sgradevole caratteristica di essere ” concetti/posizioni” cosiddetti “‘post , vale a dire che essi hanno , all’interno dell’ideologia postmoderna, l’unico scopo di sabotare qualsiasi progresso teorico che vada in direzione di una adeguata comprensione dell’odierno assetto della disciplina psichiatrica collocata nell’attuale assetto storico, per annegarlo nell’eclettismo. Sicché “postura postmoderna” finisce col riassumere tutti i tentativi che si fanno( …e che sono stati fatti…) allo scopo di “postmodernizzare” le teorie alternative in modo tale che anziché superare criticamente la grave impasse odierna , la si virtualizza e in tal modo la si rende compatibile con ” le opzioni e gli interessi correnti”.
Ecco perché…un po’ di “parresia” sarebbe oltremodo gradita e necessaria da “quei giovani psichiatri-ma non solo- ma anche da coloro i quali “questi giovani” li hanno formati.
Grazie ancora per l’ospitalità.
Cordialmente,
Luigi Ferrara. 29 giugno 2026
IN UNA BATTUTA. Perchè è importante discutere qui e non su whatsapp? WhatsApp serve a portare le persone davanti al fuoco; la Rivista serve a far sì che quel fuoco illumini anche domani.
IL LUTTO DEL MITO FONDATIVO: SULLA DISSOLUZIONE DELLA PSICHIATRIA E LA FINE DEL MOVIMENTO PSICHIATRICO.( 1ª parte).
Il “cold-case Psichiatria” sembra avviato verso una sua “riaperura” dal momento che dal suo “Archivio storico” spuntano prove e testimoni che sembrano indicare “Cosa” sia stato rimosso che ad una seria analisi sembra dischiuderne una nuova prospettiva rispetto alla più clinica e controversa delle discipline scientifiche.
Sembra quindi che l’enorme riscontro ottenuto dalla “LETTERA DI GDP”, indirizzata ai giovani psichiatri invitati alla “resistenza” , abbia agito come un taglio che rende l’intero campo psichiatrico.
Un po’ come i famosi “tagli di Fontana” che lacerando una tela offrivano alla luce di mostrarsi e mostrare “cosa vi fosse “dietro”….
E sembra che una tale luce ci mostri o movimenti di una sorta di” elaborazione del lutto del mito fondativo psichiatrico” codificato nella sistematizzazione otto/novecentesca di matrice tedesca e successivamente confluita nella “Corrente del Golfo” che tutto attrae in sé nella forma onnicomprensiva di “transnazionalizzazione delle funzioni teoriche” che attraverso un “common language” fa si che spieghi perché “alla Asl di Busto Arsizio…si parli e si pensi come a Sprinfield” e via dicendo in tutte le contrade occidentali. Con effetto di “‘esportabilita’ su ogni latitudine.
Un tale lutto richiama peraltro quel fenomeno di “totemizzazione” ben descritto da R. Kaes, quale difesa contro il rischio di perdita del “potere istituente” che la richiamata “transnazionalizzazione” incorpora per perseverare, come in un rito pagano, nella sua adorazione irriflessa.
Questa è senz’altro la più solida “evidence” cui siamo indotti dall’innesco critico di GDP, ciò che non può non essere d’aiuto ad ognuno di noi e in particolare alle cosiddette “giovani generazioni” alle quali, peraltro, va evitato “il destino” che incombe tutte le volte che interloquendovi sembra parlare loro “del culto egizio dei morti”…
Anche perché a sua volta “il pensiero unico mainstream” predilige presentarsi da solo e, al di là di momenti meramente discorsivi assimilabili a una sorta di “causerie”…insiste in una sterile e avvizzita dicotomia di stampo ottocentesco” Accademia versus Tutto ciò che sta la fuori”.
Un manicheismo tanto retrivo e stucchevole quanto infantile nelle sue premesse e che, tuttavia, prosegue nell’erezione di un gigantismo dell’inefficienza sostenuto dalla pletora di “tavoli ministeriali” strutturati come una seduta spiritica i cui ectoplasmi si mostrano nella forma di nuovi acronimi…
“Mancando ” l’incontro con la “Complessita”: concetto quest’ultimo che rischia l’usura e l’evanescenza per sovraesposizione d’uso fino a trasformarsi in “bene rifugio linguistico”.
Il crinale vero su cui si gioca la partita della riaperta “questione psichiatrica”, NON È TRA:
-Clinica dell’incontro e “psichiatria mainstream”, cioè tra un “supposto sapere medico-psichiatrico” e un “sapere antropofenomenologicamente fondato”, BENSÌ , PIÙ RADICALMENTE, TRA:
– una “Disciplina Problematicamente Collocata nel campo biomedico” e la “Risignificazione del suo status teorico-concettuale” quale problematizzazione della supposta appartenenza, ovvero della sua destituzione.
È bene ribadire e provare a….intendersi facendo a meno di capriole dialettiche e facili simulazioni:
sulla psichiatria pesa “un’ipoteca neurologica” che conviene togliere poiché i soli “prestiti terminologici” non possono da soli costituire il piano di rilevanza di cui la Clinica offre invece i riscontri che li smentiscono.
Chi nella Clinica si imbatte nel “LAVORO DEL NEGATIVO” -ovvero delle diverse forme della “follia privata e pubblica”- designa qualcosa di completamente diverso dagli “ologrammi DSM profilati”.
Taluni arrivano a coglierlo, senza che una tale constatazione sia mai giunta ai più né per costoro mai diventato un oggetto della benché minima riflessione.
Il crinale è quindi una zona di confine, un bordo sul quale si dovrà riscrivere “l’impensato-rimosso” della psichiatria, ovvero di una rinnovata psicopatologia, poiché l’odierno campo della rilevanza è presidiato da soli “funzionari-officianti”, aggettivazione con cui di solito ci riferiamo alle funzioni impiegatizie.
Una tradizione che, eccezion fatta per l’irruzione della” meteora Basaglia ” e dell’innesto fenomenologico, gode ancora di troppa buona salute, tutta estratta dall’allineamento fino alla riproduzione del profitto derivato dalla suzione-introiezione della sola biblioteca americana.
Il crinale è quindi una “zona rischio”, dove il fallimento si risolverebbe nella perversione dell’agire in assenza di “iatreia” avendone nel contempo eliminato ” la psyche’ “.
L’operazione algoritmica rappresentando la nuova via regia che conduce agli exploit della “scelta d’irgano”.
Ma questa e ‘un’operazione più simile alla produzione di televisori spacciata per pratica “scientifica. ( continua).
IL LUTTO DEL MITO FONDATIVO…..(2a parte).
“Dopo la psichiatria”: dall’aria fritta all’atmosfera del cambiamento “.
Quelli odierni non sono più tempi di moderazione, bensì di radicalità: chiunque parli di “‘riforma della psichiatria”- già in un qualche modo prefigurata nel suo sviluppo contemporaneo “a’ la page” denominato “psichiatria di precisione” – senza riferirsi alla “realtà ” che è sotto gli occhi di tutti, ha un cadavere in bocca.
La medicina può essere garantita dalla scienza, ma quando si chiede alle “discipline psy” di mettere in campo il loro garante possono solo proporre dello “scientismo” quale Weltanschauung intenzionata a inverarsi e confermarsi.
Arida e biancastra, la calcinata materia psichiatrica è ridotta a calce viva e caratterizza un ambiente umano sui generis che nella forma di “APPARATO” lascia rinvenire il processo di decomposizione non assistita nell’ontologia psichiatrica così come sviluppatasi dagli esordi per giungere a noi nella versione odierna di “campo specialistico” sottoposto alla plasmatura della “scienza come forza produttiva”.
Un tale sistema si è potuto costituire assorbendo in sé i tratti peculiari e specifici della logica della produzione e circolazione neoliberista( aziendalizzazione-produzione di neo-merci psichiatriche cui provvede un apparato industriale-farmaceutico che una logica da marketing provvede a immettere sul “mercato-tertitorio” garantendone la “DOCG” depurata di tutti quegli elementi volatili quali “linguaggi, pensieri, vissuti e mondi” ai cui portatori è garantita una libera circolazione supportata da un metabolismo chimico orientato alla loro “rifunzionalizzazione sociale” sub specie inclusionis.
Da qualche parte è stato scritto che esistono eccentrici vagheggiatori col ” vizio della lettetatura”, anzi del confondere “letteratura e scienza”….e he ciò sarebbe non solo fuorviante ma non avrebbe niente a che fare col “Sacro Graal” della “scienza psichiatrica” in luminosa esposizione nel “Pantheon della scienza di precisione”: monumento eretto non dall’imperiale Menenio Agrippa, bensì dai presbiteri dell’A.P.A. alloggiati al “800 Maine Avenue SW- Washington, D.C.- 20024 U.S.A.
Ciò solo per alludere a “eredità ed eredi “, ovvero all’assenza di maestri e allievi.
L’ostinata mutilazione cui è sottoposta la disciplina psichiatrica, condotta secondo un presunto “illuminismo biomedico”, opera come forma di NEGAZIONE che riposa su un fondo di inavvertita DISSOCIAZIONE che da IDENTITARIA si è fatta CULTURALE, cioè essa definisce operativamente “chi sono” i “neuro-professionisti” odierni. Ma qui “Professione” non argomenta più in loro favore, alludendo invece alla sola ricerca di qualcosa tipo “le condizioni operative di possibilita’ ” .
1) LA SVOLTA CRITICA E LE RESISTENZE DELL’APPARATO: L’ULTIMO CANTO DEL CIGNO.
La profonda transizione storica, ovvero l’odierna fase di rottura della cosiddetta “egemonia neo-liberista” quale modus viventi et cogitante, meglio nota come “globalizzazione”, viene messa in discussione sotto la dicitura classica di “Kaos” , ivi compreso l’ambito psichiatrico essendone di fatto solo “una proiezione specialistica”.
Molto è stato scritto, intere biblioteche testimoniano di questa “corrente-distruzione creatrice” cristallizzata come “stato di coscienza collettivo “, ma nessuna analisi dei problemi inerenti il “modo di produzione e circolazione” della “cosa psichiatrica”.
Si è preferito rimanere sul piano della spiegazione di volta in volta ” filosofico”, “culturale” e in alcuni casi sul piano di un “vitalismo della volontà armato del solo senso della militanza”.
Per quanto diversi, tutti questi discorsi sembrano condividere la mancanza di interesse rispetto al compito necessario che è quello di identificare, esporre e criticare le contraddizioni e i limiti di ciò che si è costituito come “APPARATO”.
Se Basaglia non aveva tutte le risposte, così come la stessa fenomenologia ha incontrato i suoi limiti, ebbene è da queste “sollecitazioni” che possono venire contributi all’analisi critica della “società nel cui contesto operano le istituzioni scientifiche” che reggono l’odierno discorso psichiatrico.
2) I DIBATTITI ITALIANI E LA NUOVA LETTURA FENOMENOLOGICA.
Nonostante l’introduzione, nel 1978, della “legge 180” e del contemplato concetto di “emancipazione-riconoscimento” di diritti e inclusione sociale come tentativo di raggruppare in una nuova visione l”approccio al “fatto psichiatrico”, non si è mai realizzata una posizione omogenea disponibile su tutto il territorio nazionale, salvo il consolidarsi di quanto è confluito nella “torsione ideologica” cui sembra sottostare la psichiatria quando una preliminare “abdicazione culturale” della stessa apre la strada alla sua “ideologizzazione generalizzata”.
Tutti i dibattiti che si sono succeduti fino ad oggi non hanno mai superato tali carenze ideologiche cui una mera contrapposizione bipartisan tra “Accademia ” e “Realta’Territoriali” ha dato la forma nel campo di battaglia del “modello biopsicosociale”, ciò che si risolto in una gara a chi fosse, di volta in volta, “più bio” dell’altro piuttosto che “sociale” ovvero più “filosofico di tutti”.
Denominatore comune di questa pseudo-contesa era la centralità della “filiazione positivista” come matrice teorica. Alcuni “giovano eredi” dell’epoca, insoddisfatti di una tale querelle hanno iniziato un lavoro di critica radicale che se non ha prodotto una riedizione della “Scuola di Francoforte”, ha tuttavia sollecitato quanto ancora residuava di quella “capacità di insubordinazione” che, piaccia o meno, e’ ancora richiesta allorché , trattandosi di “eredita’, la si supera solo oltrepassandola.
Ma bisogna saper essere “contadini” per poter estrarre dalle radici ciò che è conservato sotto terra.
3) RICOSTRUZIONE DELLA CRITICA BASAGLIANA ALLA PSICHIATRIA ACCADEMICA.
I numerosi autori confluiti nel cosiddetto “movimento basagliano” hanno tutti optato per un” programma metodologico” che ribaltando la psichiatria dei manicomi costruiva una prospettiva analiticamente incardinata sul concetto di “emancipazione-inclusione sociale” da realizzarsi nelle forme consentite dalla dialettica “follia-societa’ ” così come apparivano ed erano consentite dal grado di sviluppo della proveniente società liberale di quegli anni.
Preoccupazioni “essoteriche” (vale a dire preoccupazioni politiche e/o popolari…) hanno impedito di completare ed estendere questo compito sistematico.
Ciò ha fatto sì che spiriti più sensibili e avveduti si siano assunto il compito di “ricostruire la dialettica interna della disciplina psichiatrica” mostrando come il nucleo di quest’ultima contenesse, paradossalmente, l’elemento più tangibile e distinguibile nell’analisi: quel “principio di esclusione della soggettivita” alla cui reintegrazione sociale si era votata tutta la precedente opera di riforma.
4) IL DISAGIO NELLE “TEORIE EMANCIPATORIE”.
Negli ultimi anni è stata intrapresa un’ambiziosa esegesi della storia della psichiatria attraverso lo “strumento fenomenologico” che ha consentito di affermare che la “critica basagliana” è stata una rivoluzione teorico-pratica parziale ( e , oggi, del tutto insufficiente…), poiché l’innovazione apportata da quest’ultima è rimasta vincolata e confinata proprio all’interno delle prerogative proprie delle categorie neoliberiste: emancipazione, inclusione, diritti, cittadinanza, applicate alla pratica psichiatrica costituiscono l’allargamento al “soggetto psichiatrico” di quanto già la socialdemocrazia aveva “riconosciuto” alla “classe operaia”.
L’enfasi sull’odierna dissoluzione della psichiatria è tale in quanto sono i suoi stessi presupposti logico-operativi-ingenuamente rivendicati- che ne delineano la sua decomposizione poiché “l’osservazione empirica” ci restituisce la vulnerabilità di un ontologia psichiatrica dedotta da un fossile teorico: “quell’ente di natura chiamato malattia mentale”.
Conclusione estremamente inverosimile poiché se “l’abito neurologico fa il monaco psichiatra” è la medicina scientifica che ne opera la sua “spoliazione” allorché sollecita i “neo-neurologi” a “dire qualcosa” che esclude del tutto il ricorso alle prerogative dell’internistica.
Ed è proprio su questo punto che si è edificata l’odierna “Babele dei linguaggi” che destabilizza l’intero campo, poiché il solo prodotto che vi si diffonde è l’ecolalia con cui si rincorrono.
Va da sé che il peggio resta sempre l’oblio e l’impotenza cui conduce l’indifferenza di un tale pensiero sommario.
5) POLEMICI E ACCADEMICI.
I due rami più importanti della critica alla psichiatria sono rappresentati dai già ricordati movimento basagliano e dal polo fenomenologico: entrambi hanno mostrato una certa “coerenza” nel tenersi lontano dal mondo accademico e dalle sue particolari forme di retorica.
Ciò ha fatto sì che pur a motivo della stessa lontananza da tale istituzione, i due versanti non siano stati oggetto dello stesso tipo di attenzione. In particolare, il filone fenomenologico, di cui si è detto essere rappresentato da “clinici-filosofi”, ha alimentato una riflessione critica che, ove fosse raccolta in un testo, potrebbe benissimo essere qualificato come “libro nero della psichiatria”, ovvero “il canto del cigno della disciplina”.
Un tale testo costituirebbe un saggio di storia controcorrente, un intervento teorico in un epoca eccessivamente esaltata da una generalizzata “euforia neurobiologica”.
Ma sul lungo termine, lo stile talvolta polemico, le escursioni teoriche spesso assai dense, non sono ancora apparse potabili e adatte al successo popolare, men che meno a quello accademico.
L’approccio ultracritico, per quanto adeguatamente educato nei confronti dei teorici contemporanei, a volte è potuto sembrare arrogante e sprezzante fino al punto di guadagnarsi gli “epiteti postmodernizzati” del disprezzo.
Ma proprio “questa critica” al non plus ultra della scientificazione della psichiatria, raggiunge la forma della “personificazione” di tutto ciò che di sbagliato viene indicato come suo contenuto.
Oggi, una certa consapevolezza di tutto ciò sembra possa prendere piede, anche attraverso il dibattito sviluppatosi su queste colonne.
Molte riflessioni riguardano la “provenienza e la genealogia” di un certo filone critico, e spesso taluni di essi sono acrimoniosi e territoriali.
Tuttavia va ribadito che ciò che è fondamentalmente in gioco per in tale stile di pensiero critico va ben oltre la narcisistica idea accademica di “voler occupare una nicchia” e, di certo, non lo sì può ridurre a una “questione di affermazione del proprio cerchio”.
La questione più importante che deve essere posta, anche a “questa agorà “, non riguarda se le idee promosse da un tale approccio siano o meno “originali”, bensì se piuttosto abbiano o meno “quella forza esplicativa” rispetto all’attuale situazione storica , dal momento che offrono una adeguata prospettiva di antagonismo nei confronti del “nuovo dogma psichiatrico”.
Ed è proprio la continua insistenza sulla nozione di “crisi” ciò che consente a questo filone di pensiero di prospettare una teoria adeguata al suo collasso che, bisogna ribadirlo, è sistemico.
6) UNA CRITICA CATEGORIALE.
Una vera critica radicale all’apparato psichiatrico deve ambire a una totale “rottura ontologica” col suo edificio teorico-concettuale e con la razionalità illuministica a essa inerente.
Ciò implica che si vada oltre la sua odierna forma di legittimazione sociale coagulata nel paradigma biopsicosociale cui si tende con un inconsapevole ecumenismo che si trasfigura in “riformismo” della sua categoria fondamentale: del “disturbo mentale” quale “malattia d’organo” come “dato acquisito”.
Se la “critica emancipatrice” per i propri fini di “branding” ne ha sottaciuto i limiti, la relazione che bisogna instaurare con tale concetto può essere solo meglio definita negativamente: come un processo continuo di analisi critica col quale se ne prendono le distanze.
La maggioranza dei “sedicenti riformisti”, associati o meno all’influsso “basagliano/fenomenologico” , non sono stati altro che “discepoli” incapaci di comprendere e sviluppare criticamente il suddetto “vangelo”.
Nel sacro luogo dell’emancipazione ci sono solo poche eccezioni orientate all’analisi della forma contemporanea assunta da quella che è a tutti gli effetti una ” ‘NEO-NEUROLOGIA”.
Di fatto ciò che va aggiornata e valorizzata è la critica alla “dubbia collocazione biomedica” di questa “new entry” e al suo impianto complessivo, mettendone a nudo le reticenze, le ambiguità e le opacità della sua pratica.
È dall’analisi dell’insieme di questi aspetti che può derivare il senso autentico di una “critica categoriale”.
D’altra parte il movimento di pensiero centrale in tale operazione, consiste nel reinstallare “la nozione di conflitto” all’interno delle dinamiche sottese alla produzione e circolazione del cosiddetto “sapere psichiatrico” e dei volano che gli sono propri: quelle strutture istituzionali e scientifiche preposte alla sua socializzazione.
La dimensione della crisi odierna è tale che non può più essere ridotta a un semplice , irrilevante disturbo in quello che altrimenti sarebbe un “macchinario funzionante” senza alcun intoppo: in tal senso è ben nota “l’aspirazione dei neurologi della precisione” per i quali….” se solo si potesse immettere più scienza e neuroscienze…” !!
La prospettiva che qui invece si vuole dischiudere implica una “rottura con tutte le categorie psichiatriche” derivate dalla forma del valore acquisito da una disciplina fattasi propaggine di un apparato-industriale-farmaceutico, e consiste in una “‘defeticizzazione della razionalità che la sottende”.
In altri termini, la “forma valore dell’odierna merce psichiatrica” è una forma che contiene già in maniera latente il suo potenziale di crisi, cioè a dire “quell’essenza” che non può non manifestarsi.
Come “durezza corporativa” essa si liquefa sul territorio.
E se oggi siamo qui a scriverne e discuterne, è proprio dei paradossi e dei limiti di quel “‘Rigor de la ciencia” che ci ha già anticipato un’altro “visionario”: J.L.Borges.
7) UNA GENEALOGIA DEL DISSENSO.
Come dovrebbe essere ormai evidente, una teoria della crisi psichiatrica implica anche una coerente postura antipolitica: NON ESISTE ALCUN PROGRAMMA RIFORMATORE/’EMANCIPATORE, NON C’È NESSUN PIANO POLITICO-nè nell’opera del “movimento psichiatrico”, né nelle teorie proposte dai vari “boards “- che riguardi il come realizzare “l’emancipazione” da una struttura di sapere sottesa all’attuale “sistema” teso a magnificare solo se stesso.
Tutto quello che abbiamo è una “concezione negativa” di un sistema in fase di collasso secondo quella ” forma a cuspide” cosi ben analizzata da R. Thom.
Ciò che si è raccolto e definito sia attraverso l’epopea basagliana che con la riflessione fenomenologica, e’stato poco più che una mera espressione delle specifiche circostanze storiche dell’epoca.
L’evoluzione storica, dopo tale fase, ha dimostrato che lo stesso “movimento psichiatrico” era interno agli stessi esistenziali neoliberisti ciò che preclude a una reale “soppressione della sua visione”.
In altre parole: la sfida è quella di “storicizzare l’apporto basagliano ” e andare oltre le stesse incongruenze cui si è prestata la stessa fenomenologia.
Ciò che consentirà di evitare l’ulteriore errore di concepire “l’emancipazione dalla disciplina psichiatrica” come proiettata nel futuro, vista come se costituisse un’idea astratta di un qualche “soggetto rivoluzionario”, collegandola invece a una disamina critica alla quale “l’innesco della riflessione di GDP” ha dato un contributo originale e dirompente. Una tale critica ha considerato o vari nodi strutturali di un sistema che non è in dissoluzione in virtù dell’esistenza di un “movimento” o delle “risorse teoriche della stessa fenomenologia , perché queste semmai possono avete indicazioni “di metodo”; il fatto è che invece il punto di inerzia critico dell’apparato psichiatrico è già stato raggiunto e tuttavia la sua “rottura” non implica in alcun modo una “transizione graduale verso un suo lussuoso superamento”.
Pertanto la domanda è: di fronte a un tale scenario, come riattivare un pensiero speculativo al di là di quelle che sono le forme storicamente cristallizzate e obsolete di “politiche e di scienza nuova”?…
8) RISIGNIFICAZIONE/RIVOLUZIONE: TEORIA O MOVIMENTO?…
Ribadite le considerazioni circa i limiti delle categorie concettuali e della logica operativa della branca psichiatrica nel contesto neo-liberista, va sottolineato che gli antagonismi ivi prodottisi sono del tutto coerenti con un “pragmatismo ” che ne riflette il suo pensiero funzionalista, non si tratta di “trasformare”, a livello locale e/o nazionale i “soggetti psichiatrici” in quelli che sarebbero dei “soggetyi storici”: la fine del dominio di una pratica , strutturata come le “linee e i punti dell’alfabeto Morse”- ologramma x….molecola y” – implica un movimento reale di cambiamento che può realizzarsi solo a partire dalla eliminazione di tutti i suoi feticci fondamentali.
A partire dal “Dogma Greisingeriano”.
Se la monumentalizzazione di Basaglia( di cui ricorrono e si celebrano le sole ricorrenze….)
si è risolta in una sorta di neutralizzazione e sterilizzazione del suo pensiero, così come sulla fenomenologia incombe l’amaro sarcasmo di Athur Tatossian …” una gloriosa inutilità “….va ribadito ancora una volta che non si tratta di “un modo migliore di gestire la psichiatria” così come è altrettanto evidente che NON esiste “‘una forza sociale” in grado di realizzare la sua “risignificazione ” quale esito di un “soggetto rivoluzionario” come storicamente esperito, poiché l’idea di un tale soggetto è solo un residuo problematico di quella che è stata l’ideologia borghese in veste illuministica.
Le dinamiche che anche lo scritto di GDP per parte sua ci induce a osservare in realtà sono delle crepe: finché in esse si realizzano azioni e pratiche riformiste esse continueranno ad avere “LA PSICHIATRIA” come unico orizzonte. Ma, simultaneamente, nelle loro azioni contro una tale psichiatria ciò che affrontano è proprio la loro stessa esistenza in quanto pratiche che, oggi in crisi, devono trattarla come qualcosa da sopprimere.
Ecco quindi ritornare l’enfasi sulla complessiva “complicità ” degli odierni “funzionari-officianti” circa la sua legittimazione sociale.
Ciò anche per evitare che una “critica del valore feticistico della disciplina psichiatrica” risulti del tutto priva di “nemici” e senza volere nel contempo confinare coloro che, sensibilizzati alla questione si scoprissero privi di risorse.
Una “postura che si volesse meramente avanguardistica rischia l’irrilevanza via via e nella misura in cui la crisi di sistema peggiora, essendo stati invece convocati per rispondere alla questione: “COSA, DOPO LA PSICHIATRIA?…”
( che, detto per inciso,deve sostituire l’insulso ossimoro “salute mentale” rivelatosi l”oggetto fantasmatico di un dispositivo meramente propagandistico.)
Luigi Ferrara, 5 luglio 2026.
Sono una psicologa che ha lavorato tanti anni come infermiera in un ex manicomio. Ricordo come fosse ora l’impatto dell’inizio… la puzza, i corpi di quelle donne lavate con le canne dell’acqua dagli operatori, le loro urla, il loro battere la testa o picchiettare continuamente sui muri…
Mi sentii’ “perduta” .
Ma poi con l’aiuto dei colleghi più anziani e quel medico attempato, sempre lì che compariva come fosse il “salvatore”.. ad un certo punto i corpi presero forma, iniziai a scoprire che dietro quei volti c’era Maria .. e Virginia.. e Linda.
Erano donne con profonde, sofferte storie di vita. Ognuna in lotta alla ricerca della propria pace. Ognuna intrappolata dalla propria follia… insorta o provocata.
Non so’ definire cosa sia stato ciò che ho vissuto in quel luogo ma di certo l’energia delle persone che ho conosciuto, il loro operare con determinazione, controllo, pazienza e umanità ha profondamente influito sul mio modo di percepire l’assistenza e la Salute Mentale.
Ora in corsia ci stanno i PC, i protocolli, le linee guida, le ore conteggiate e i mille conteggi ma credo anche che rispetto un tempo l’assistenza alla Salute Mentale sia nettamente migliorata. E questo grazie anche ai giovani medici volenterosi e motivati che sempre più, se pur in pochi, stanno sostituendo chi in corsia ha vissuto nella puzza.
Nadia G
Credo che la grande eco suscitata dall’invito alla resistenza di Di Petta, evidentemente risuonata alle orecchie non solo dei giovani specializzandi, dipenda soprattutto dall’effetto “vestito nuovo dell’imperatore”. Gilberto dice a voce alta quello che è evidente a molti, se non a tutti, ma che è improbabile ascoltare da uno psichiatra in qualunque sede ufficiale. Avete mai letto le stesse cose su una rivista specialistica mainstream? Mai sentito un relatore, di uno qualsiasi della miriade di congressi che si tengono in Italia, mettere il dito sulla piaga con altrettanta franchezza?
Chi segue il lavoro di Di Petta conosce bene i suoi argomenti. La grave crisi dei servizi, il loro collasso strutturale, si evince soprattutto da un dato concreto: nessuno ne è soddisfatto. Non gli operatori, non i pazienti, non i familiari. E questa radicale insoddisfazione ha un motivo ben preciso: il fallimento della clinica. Se la clinica psichiatrica è fatta soprattutto dall’incontro fra il clinico e il paziente, ebbene, nella realtà quotidiana dei dipartimenti di salute mentale questo incontro è quasi sempre mancato.
Non si tratta quindi di un generico sfogo né un rimpiangere i bei tempi andati o lamentare (solo) la carenza di risorse. No, sotto accusa sono i modelli di cura dominanti nel nostro paese. E’ vero che l’autore non accetta di derubricare le sue parole ad atto di accusa e certamente non è mosso dall’intenzione di trovare capri espiatori. Ma il fallimento della clinica corrente, se è tale, avrà pure delle ragioni. E come si fa a non individuare come prima fra queste ragioni la psichiatria che viene insegnata all’università, presentata nei congressi e nelle pubblicazioni più diffuse e influenti?
A parte alcune eccezioni la psichiatria ufficiale italiana ha sposato in pieno un modello fatto di etichettamento diagnostico superficiale, scevro di approfondimenti psicopatologici (un delirio è un delirio, punto; la depressione è maggiore, ogni altra distinzione è irrilevante; la personalità è quella di scale e questionari) a cui corrispondono risposte tecniche puntiformi, proceduralizzate, per lo più farmacologiche o talvolta psicoterapiche e riabilitative, presuntamente “evidence based”.
Ecco, la retorica dell’evidence based è forse uno dei bersagli impliciti più importanti del discorso di Gilberto, quello più difficile da mettere nel mirino. Intendiamoci, non l’idea in sé che non va, ci mancherebbe! Chi di noi può essere contrario al principio che in psichiatria si debbano usare solo interventi di provata efficacia, come nel resto della medicina? Ma il punto è essere sinceri, intellettualmente onesti. Farmaci a parte (o, al limite, ECT) quali fra le tecniche EB più pubblicizzate, affermatasi nel mondo rarefatto dei trial controllati, fa davvero la differenza nella clinica quotidiana dei pazienti gravi?
Tutta l’insistenza di certe comunicazioni dall’alto (accademia, Pansm, opinionisti congressuali) sul fatto che bisognerebbe applicare su larga scala queste tecniche “validate” e che nella loro carenza risieda l’arretratezza dei servizi, lascia il tempo che trova. Soprattutto è un modo per non vedere il collasso strutturale, organizzativo e culturale che va ben oltre questa mancanza (ma scusate: se davvero strumenti tipo i gruppi di psicoeducazione, Cognitive Remediation, DBT facessero la differenza, a prescindere dalle condizioni di ospedali, ambulatori e residenze, non ce ne saremmo già accorti? I servizi che le usano non sarebbero isole felici?)
Forse la evidenza più concreta a cui riferirsi è quella, macroscopica, che ogni operatore, paziente e familiare si trova di fronte tutti i giorni. Servirebbe innanzitutto accettare la “reality based evidence” che i servizi, così come sono organizzati e condotti, quasi ovunque non funzionano. Dovremmo smascherare senza reticenze anche l’attuale grande illusione, dopo che abbiamo dovuto prendere atto della caduta dell’illusione “sociologica” dell’ultimo Basaglia (quella per cui sarebbe bastato inserire i matti nella società perché la società se ne prendesse carico e risolvesse il loro sradicamento). Anche l’illusione più in voga oggi, quella del riduzionismo bio-medico o tecnico-clinico, ha fallito. No, i pazienti psichiatrici gravi non sono pazienti come tutti gli altri; e la psichiatria non è una specialità medica come tutte le altre. Considerarla così e organizzare i servizi con una logica prestazionale, che prescinde dall’idea stessa di presa in carico (ambulatori su agenda, aperti poche ore la settimana, possibilmente iper specializzati e ad alta soglia di accesso; zero attività domiciliare, zero continuità territoriale, tutte le urgenze delegate al 118 e all’ospedale; grandi contenitori residenziali separati per gli “incurabili”, cioè per quelli che non stanno dentro al modello dominante) crea le premesse per il fallimento dell’incontro clinico. Significa rinunciare ai risultati della ricerca psicopatologica, delle esperienze concrete dei servizi che pure sono esistiti ed esistono, capaci di dare un senso concreto all’idea di presa in carico e di modello bio-psicosociale (che non è mettere insieme prestazioni farmacologiche psicoterapiche e sociali). E implica l’abdicazione al compito primario e fondamentale del “dialogo con l’insensato”, senza il quale la psichiatria non è più la psichiatria, ma, appunto, una specialità medica qualunque, incapace di occuparsi davvero dei suoi pazienti più bisognosi.
In questo senso Gilberto capovolge anche l’altro tenace luogo comune, onnipresente nella comunicazione di chi detiene oggi il potere istituzionale, per cui i Csm sono inefficaci perché pensati per i pazienti più gravi e inadatti alle nuove patologie, che richiedono, per l’appunto, la nuova organizzazione evidence based (leggasi medica come tutte le specialità mediche). No, è proprio l’opposto. E’ semmai la moderna psichiatria riduzionista che sta abbandonato i pazienti più gravi, per concentrarsi solo sul controllo di sintomi e comportamenti, rinunciando a interrogarsi sulla specificità dei loro bisogni relazionali e a organizzare risposte adatte al loro modo peculiare di stare al mondo.
E contro questa strisciante rinuncia che trova un senso concreto, per giovani e non, la resistenza a cui ci chiama Di Petta. Naturalmente, come dice Riccardo Ierna, per resistere bisogna anche analizzare i fattori sociali e politici che hanno condotto all’attuale deriva dell’assistenza psichiatrica ed essere disponibili a metterli in discussione e contrastarli. Un vasto programma…Ma nessun grande obiettivo di trasformazione in psichiatria può prescindere da una generosa dose di idealità e, forse, personale onnipotenza.
Dato l’accorato dibattito che il testo di Gilberto Di Petta ha prodotto, propongo una sintesi disincantata di quanto scritto finora, A partire dalle sue critiche e dalle sue proposte
1. Collasso del sistema pubblico: Il Sistema della Salute Mentale vive una crisi strutturale acuta, accentuata dal pensionamento in massa dei professionisti storici e dalla carenza di ricambio generazionale.
2. Burocratizzazione e riduzionismo: La disciplina si sta riducendo a una “psichiatria algoritmica” concentrata su adempimenti burocratici, checklist e interventi puramente farmacologici. La complessità esistenziale del malato viene appiattita a disturbo biologico o disabilità da ricondurre a standard di produttività sociale.
3. Isolamento dei giovani medici: I neo-specialisti operano in strutture territoriali fatiscenti, privi di guide esperte o di équipe multidisciplinari solide, schiacciati da carichi clinici insostenibili e dalle pretese legali e sociali di famiglie, magistratura e forze dell’ordine.
A fronte di questa analisi, Di Petta propone:
1. Ritorno alla clinica pura: Recuperare il primato dell’approccio clinico e della fenomenologia come strumenti indispensabili per orientarsi nella follia e non smarrire l’identità del medico.
2. Centralità del paziente: Restituire centralità e protagonismo alla persona, all’ascolto e all’incontro umano, lasciandosi colpire dalla sofferenza dell’altro senza l’interposizione di schermi o protocolli asettici.
3. Cura di sé e libertà: Difendere la propria salute psicofisica e libertà intellettuale, evitando di trasformare il lavoro nei servizi pubblici in un sacrificio identitario moralizzante.
È evidente che questa mia sintesi schematica toglie all’intervento di Di Petta la passione. È probabile che se l’avesse scritto così non avrebbe suscitato tutto questo interesse. Tenere insieme disincanto e passione è una priorità specialmente in questo momento storico.
Detto ciò propongo adesso una sintesi altrettanto spassionata del dibattito e dei commenti, divisa su posizioni divergenti:
1. Commenti favorevoli:
Molti operatori e familiari concordano con la denuncia della deriva burocratica, difendendo il valore dell’umanizzazione delle cure. Propongono un’alleanza intergenerazionale per sottrarre i servizi pubblici all’impoverimento e restituire centralità al paziente come persona.
2. Commenti contrari e critiche.
Le obiezioni si muovono su più fronti:
2.1. La critica accademica (es. Valdo Ricca): Gli psichiatri universitari e i direttori delle scuole di specializzazione contestano la contrapposizione tra università e territorio. Evidenziano che la formazione odierna deve necessariamente integrare le competenze neuroscientifiche con quelle psicopatologiche, e che la vera sfida è preparare i giovani a un contesto normativo e strutturale mutato, senza idealizzare il passato.
2.2 La critica dei giovani: Molti neo-specialisti rimproverano alla generazione precedente di non aver difeso il SSN mentre si sfaldava.
2.3 La critica organizzativa (es. Fabrizio Starace): Si sottolinea che il solo ritorno alla clinica non basta; senza riforme strutturali e una difesa attiva delle risorse istituzionali, l’approccio relazionale rimane inefficace.
Sintesi spassionate come questa, si sa, prestano il fianco alla critica di eccessiva semplificazione. Me ne assumo la responsabilità. La mia speranza è fornire un punto di ripartenza soprattutto per le proposte ulteriori che seguiranno.
Se qualcuno vorrà sapere come la penso io, dedicherò a questo il mio prossimo intervento
Giovanni Stanghellini
Prof. Stanghellini buongiorno….credo che a molti non possa non interessare come la pensa, rappresentando una delle voci più autorevoli e originali di quella fenomenologia che ha intrapreso la strada dell’approfondimento critico delle sue stesse premesse. Ciò a fronte dello stato di evidente estenuazione quando non di estenuante ecolalia di derivazione mainstream. Pur attese, “altre voci” sembrano afone o preferire il silenzio dell’indifferenza. Sicché “una voce socratica” è senz’altro benvenuta.Cordiali saluti.
Luigi Ferrara, 1 luglio 2026.
Grazie Riccardo della tua sensibilita’. Cosa restera’ quando i clinici come te non saranno piu’ attivi? E’ possibile che la Salute mentale attuale partorisca un mostro di funzionario senza anima forse prggiore dell’alienista che si e’ lasciata alle spalle? Vedremo. Intanto noi ci siamo stati.
L’amico Gilberto ha ormai da tempo identificato la sua versa specialità, la scrittura di lamentatio (un po’ passivo-aggressive) sulla realtà e il ruolo dello psichiatra in Italia oggi, confezionate in una lingua alta, sicuramente degna della migliore letteratura italiana, altro che gli orribili cinquine dello Strega. E’ un maestro, in questo, e riesce a dire molte grandi verità, e ad interpretare il comune sentire di migliaia di colleghi e operatori psichiatrici. Tutti noi, molte volte, ci sentiamo investiti di compiti impossibili, costretti ad inventarci soluzioni immaginarie, a sposare una delle miriadi di tecniche e cure che servono sostanzialmente “per non incontrare l’altro”, per non confonderci con lui, per non sprofondare con lui. La psichiatria, la “salute mentale”, questo orrido eufemismo, ormai sorpassato dall’ancora più disgustoso “disagio mentale”, è in crisi, è sempre stata in crisi, fin dal manicomio, dagli anni ’70 (“la parabola agonica della psichiatria”, vi ricordate), e, come dice lo stesso Gilberto, “non è mai stata bella”. E’ un servizio, infatti, che si fa alla comunità; è un cuscinetto che ammortizza l’impatto tra il reale e l’irreale, il possibile e l’ipotetico. In questo spazio ammortizzante si confrontano le ipotesi di lavoro; ai comportamenti, alle convinzioni e ai deliri dei pazienti si contrappongono quelli degli psichiatri, “psicomi” non certamente lisergici ma emotivi, o peggio, politici. La complessità della psichiatria di comunità è diventata tale da essere diventata ingestibile, ed ha creato una babele di linguaggi spesso in contrasto o incompatibili, basta vedere le chat degli psichiatri. Non si è mai vista una categoria professionale così eterogenea e in disaccordo su tutto, dalle diagnosi alle cure, agli interventi di inclusione, e a quelli di reclusione con l’egida delle misure di sicurezza. per questo si fanno inutili piani quinquennali e non si riesce a partorire una riforma che cambi davvero qualcosa, anche di piccolo (ad esempio creare dei dispositivi di legge, garantisti per carità, per obbligare le persone a curarsi per alcuni mesi almeno, e non pochi giorni negli angusti SPDC).
Almeno una volta si parlava di clinica, ci si limitava alla clinica, e la psicoterapia si faceva nel segreto di setting blindati. Forse da quando gli psichiatri sono usciti da questi aurei confini, che hanno prodotto una letteratura immortale, si sono perduti, hanno smarrito la loro identità, hanno perduto un valore riconosciuto: molti, che non si limitano ad essere degli onesti impiegati statali, ne soffrono e la loro quotidianità può diventare intollerabile. Gilberto è senz’altro uno di questi.
Io direi che è venuto il momento, per gli psichiatri, di esigere il ripristino di un ambiente di lavoro che, se per definizione non può essere felice, non deve necessariamente diventare fonte di continua frustrazione, squalifica, colpevolizzazione. E la libera professione come fantasia di liberazione è, a mio avviso, un miraggio: la clientela, soprattutto se paga, è sempre più esigente, e la società in toto ha dato il meglio di sè per produrre sempre più maligna psicopatologia, pensiamo a quella giovanile che diventerà presto dell’età matura, cronica e immodificabile.
Alla fine bisogna pensare che se siamo qui, a fare gli psichiatri, abbiamo scansato la possibilità abbastanza concreta di essere dall’altra parte, a fare i pazienti. C’è sempre qualcuno che sta peggio, questo è un pensiero da tenere sempre in mente, sebbene si una magra consolazione. Osserviamo il panorama invece di dover scalare le montagne 365 giorni l’anno.
Sono comunque molto contento he Gilberto abbia ottenuto questo numero strabiliante di visualizzazioni e così tanti commenti, tra i quali vedo quelli di molti accademici, che un tempo non si sarebbero certamente mescolati alla folla dei lavoratori.
Sono veramente contento del grande successo del testo dell’amico di sempre Di Petta, scritto, come al solito, con una grande lingua letteraria da far invidia ai finalisti dello Strega. Una lingua che si incarica di mettere in risalto una iper-risonanza empatica al contesto di lavoro in cui, nei servizi, ci troviamo, con molte e incomprensibili diversità regionali.
La partecipazione al testo di Di Petta, evidente dai numerosi commenti nei quali gli accademici si confrontano come non mai con i lavoratori dei servizi, è dovuto al fatto che se non si lavora come un qualsiasi dirigente di un servizio pubblico, pensando allo stipendio e alle ferie estive, limitando le grane a partire dai turni notturni e festivi, gli psichiatri sono infelici. Più ci mettono passione, se idealizzano la follia (basso continuo implicito nel discorso di Di Petta), se pensano di poter mettere in atto pratiche trasformative, se credono nell’inclusione sociale e nella recovery anzichè nella segregazione e reclusione sociale, se cercano di coinvolgere la rete sociale e la politica locale, di ottenere ascolto e finanziamenti dai direttori sanitari delle mega asl, il loro livello di frustrazione è tale da accumularsi nel tempo fino alla insopportazione del lavoro e al ricorso al pensionamento anticipato. Si sono mai visti, un tempo, quando gli psichiatri si limitavano a fare i medici e gli interventi psicoterapeutici si svolgevano in setting blindati, simili tassi di infelicità? Ai tempi dei nostri maestri ogni escamotage era utilizzato per rimanere in servizio e mantenere una posizione che allora era di prestigio e, diciamolo pure, di privilegio e di potere.
Certamente, le ragioni sono molte, ognuno dice le sue, l’aziendalizzazione, l’ossessione di controllo della asl, il definanziamento , la burocratizzazione, linee guida e procedure continuamente riviste e continuamente disattese, reportistica ossessiva e insensata, conteggi di qualsiasi cosa, senza che più ci sia un discorso sulla follia, sul senso della pratica e così via. Da quando gli psichiatri sono diventati operatori della salute mentale o, come si sta dicendo sempre più spesso, del “disagio menale” che la società degli ultimi decenni e il mondo degli ultimi anni producono a dismisura, da quando sono divenuti esecutori di sentenze, ordinanze e disposizioni giudiziarie emesse da giudici mai visti, sulla base di pareri discutibili di periti che non hanno alcun rapporto coi servizi, sono diventati infelici. Questo è il senso ultimo della lamentatio di Di Petta.
Certamente, la psichiatria non è mai stata bella, ma almeno era affascinante. Era un mestiere che si poteva fare se non altro perchè è sempre meglio osservare i fenomeni psicopatologici, “pensarli”, “concettualizzarli”, che produrne, cosa che, parlando di psichiatri, poteva succedere con una certa probabilità.
Ora la psichiatria, termine in dismissione, “disciplina al capolinea”, è divenuta un coacervo di psicomi certamente non lisergici ma emotivi prodotti da ogni sorta di psichiatra in dipendenza della sua inclinazione, formazione, elusione della frustrazione. Tecniche, opinioni, pratiche e orientamenti più vari, procedure, linee guida, evidenze scientifiche (anche divenute luoghi comuni e sempre ben poco sorrette da campioni appropriati) sono sostanzialmente mezzi per tenere a distanza l’altro, cuscinetti ammortizzanti l’impatto con l’irreale, l’iperreale, o anche solo la consapevolezza del carattere tragico della vita. Lo psichiatra deve per forza non confrontarsi se non superficialmente con questi temi, evitando le esperienze base della riflessione psicopatologica : il rispecchiamento, il riconoscimento, il rischio di sprofondamento negli abissi che l’altro ci propone. Lo psichiatra oscilla in ultima analisi tra l’essere “un funzionario” (come dice Luigi Ferrara), oppure un condensatore di sofferenze, senza che nessuno lo aiuti a scaricarne il peso.
Ben vengano quindi ulteriori contributi come quello magistrale Di Petta, e dei molti commenti che si sono succeduti, soprattutto se potessero produrre non solo una condivisione di doleances, quanto alcuni cambiamenti di leggi, anche semplici, che potessero migliorare la condizione di chi lavora nei servizi: innanzitutto tornare alle competenze professionali senza disperderle in una miriade di impegni di tutt’altro genere, tornare a guardare gli occhi dei pazienti invece degli schermi dei computer; poi consentire di avere il tempo per poter curare le persone in luoghi adatti per il tempo necessario piuttosto che essere strangolati dal controllo delle degenze medie o affidarsi al privato sociale non controllato e non controllabile. Infine, ripristinare una distinzione netta tra operare sanitario e controllo sociale che la legge 81 ha surrettiziamente, con tutt’altri presupposti, fatta ritornare nella pratica dei servizi. Sono tutti temi, questi, non più eludibili a costo della sopravvivenza stessa del sistema. Quindi, più che resistere, direi, combattiamo uniti in questa direzione del cambiamento.