Perché Psychiatry on line Italia porta l’educazione sentimentale nel formato meno adatto a insegnarla

Il primo aforisma di Ippocrate, quello che apre il libro e che in un certo senso apre la medicina occidentale, dice che la vita è breve e l’arte è lunga, che l’occasione è fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile. Cinque proposizioni in dodici parole. Il testo fondativo della nostra disciplina è, alla lettera, una raccolta di forme brevi.
Vale la pena ricordarlo prima di dire tutto il resto, perché tutto il resto sarà una confessione.
Dal 20 luglio Psychiatry on line Italia pubblica ogni giorno, cinque giorni su sette, una pillola video di educazione sentimentale in formato verticale. Cinquantaquattro episodi, distribuiti in contemporanea su YouTube Shorts, TikTok, Instagram, Facebook e LinkedIn. I testi sono della Redazione, la voce è di Marilde Cavuto. Ogni episodio dura meno di tre minuti e si guarda con il telefono in verticale, tenuto nella mano che scorre.
Ecco la confessione: non crediamo che questo sia il modo migliore per imparare.
Tutto ciò che sappiamo dice il contrario, e lo sappiamo dalla clinica, non dalla teoria. La competenza affettiva non si trasmette: si costruisce, e si costruisce nel tempo. Freud diede un nome preciso alla parte del lavoro che non si può accelerare — Durcharbeiten, la rielaborazione, il passaggio ripetuto sulle stesse resistenze finché cedono — e non è un caso che sia la sola fase del processo terapeutico a cui non si sia mai riusciti ad applicare una scorciatoia. Il transfert impiega mesi a formarsi. Il lutto ha le sue stagioni e non le salta. L’ora di cinquanta minuti è lunga cinquanta minuti perché sotto quella soglia non accade nulla di ciò che deve accadere. La psichiatria è, prima di ogni altra cosa, una disciplina della durata.
Il video verticale è esattamente il contrario. È il formato dell’interruzione: nasce per essere abbandonato, ha nel pollice il suo unico giudice, e la sua economia interna premia chi arriva al punto entro il terzo secondo. Costruire educazione sentimentale dentro quel formato somiglia a costruire una cattedrale dentro una scatola di fiammiferi. Chi ci accusa di aver scelto il contenitore sbagliato ha ragione, e noi lo sappiamo con maggiore precisione di chi ce lo rimprovera.
E allora perché.
Perché la domanda non è mai stata se centottanta secondi valgano cinquanta minuti. Nessuno lo sostiene, men che meno noi. La domanda vera è un’altra, ed è spiacevole: quello spazio non è vuoto. Non ci sta aspettando. È già occupato, interamente, minuto per minuto, e l’alternativa reale non è tra il formato breve e il formato lungo, ma tra il formato breve abitato da chi sa quello che dice e il formato breve abitato da chi non lo sa.
Un ragazzo che alle tre di notte si sveglia con il pensiero di essere sbagliato non apre un manuale. Apre il telefono. E lì trova, nell’ordine: sette segnali che il tuo partner è un narcisista, come farlo tornare in cinque mosse, l’attaccamento evitante spiegato da chi ne ha letto la voce su un’enciclopedia libera, la promessa che se ancora soffre è perché non ha lavorato abbastanza su di sé. Tutto questo dura quarantacinque secondi ed è fatto benissimo, nel senso che funziona. Nessuno di quei quarantacinque secondi è mai stato sottoposto a un solo controllo. Noi la nostra parte del mestiere l’abbiamo fatta: abbiamo scritto ottimi articoli, e li abbiamo scritti per chi già ci leggeva.
«Fare di necessità virtù» è un’espressione che ha il difetto di suonare rassegnata, come se si trattasse di accontentarsi. Ma nella nostra pratica quella formula ha un altro nome e nessuna rassegnazione: si chiama lavorare con ciò che c’è. È quello che si fa in un servizio quando il paziente concede venti minuti e non cinquanta, quando la famiglia è quella e non un’altra, quando il setting ideale non esiste e il setting reale è un corridoio. Nessun clinico ha mai rifiutato di curare perché le condizioni non erano ottimali. Rifiutare il formato verticale in nome del formato giusto sarebbe, per una testata che si occupa di salute mentale, la stessa cosa: una purezza pagata dal paziente.
Non è nemmeno la prima volta che la psichiatria italiana sceglie deliberatamente di parlare male per farsi sentire. Nel 1969 Franco e Franca Basaglia curarono per Einaudi un libro di fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Morire di classe. Non era un trattato, non era una monografia, non era un articolo peer reviewed: era un formato popolare e brutale, immagini e didascalie, costruito per aggirare la mediazione dell’accademia e arrivare direttamente all’opinione pubblica. Fece più di quanto avesse fatto qualsiasi pubblicazione scientifica del decennio precedente, e contribuì a chiudere i manicomi. La scelta del mezzo popolare non fu un cedimento: fu una strategia clinica.
E c’è un precedente più domestico, che ci riguarda direttamente. Il 15 maggio 1995 questa testata pubblicò il suo primo numero su internet, poche settimane dopo l’arrivo effettivo del web in Italia. Ci fu spiegato con pazienza che una rivista scientifica su internet non era una rivista scientifica, che il supporto squalificava il contenuto, che si trattava di una stravaganza destinata a durare una stagione. Trent’anni e diecimila articoli dopo, l’obiezione è identica parola per parola: è solo cambiato il formato a cui viene rivolta. Chi oggi porta la psichiatria clinica dentro l’algoritmo è la stessa redazione che allora la portò per prima sul web.
Resta il costo, e va nominato, perché un manifesto che tace i propri costi è soltanto pubblicità.
Il formato verticale non tollera l’ambivalenza. Non sa dire «dipende», non sa reggere l’eccezione, non ha spazio per la clausola che rende vera un’affermazione clinica. Premia strutturalmente l’assertivo e punisce il dubbioso, e il dubbio non è un accessorio del nostro lavoro: è lo strumento. Un algoritmo che seleziona per certezza applicato a una disciplina che vive di sfumature produce, se lasciato a sé, esattamente ciò che vediamo ogni giorno: sicurezza inversamente proporzionale alla competenza.
Da qui il vincolo che ci siamo dati, e che dichiariamo pubblicamente perché sia verificabile. Ogni pillola deve aprire una domanda, mai chiuderla. Nessun episodio dice cosa fare. Nessun episodio promette una guarigione, un metodo, un numero di passi. Nessun episodio diagnostica qualcun altro al posto di chi guarda — che è poi il vizio più diffuso e più dannoso di tutto quel mercato. Ciò che un episodio può fare, e che nel formato breve si può fare bene, è una cosa sola: dare un nome esatto a qualcosa che chi ascolta sentiva senza saperlo nominare. Non è poco. La parola giusta è già metà del lavoro, e talvolta è la metà che manca.
È per questo che chiamiamo questi cinquantaquattro episodi una soglia, e non una risposta. Dietro c’è il resto, ed è la parte lunga: in autunno la serie integrale in formato orizzontale, l’edizione podcast, e alle spalle l’archivio di una testata che pubblica ininterrottamente da trent’anni. Il verticale non sostituisce l’approfondimento e non lo cannibalizza. Lo indica. Fa il lavoro che nella cura fa il primo colloquio, che non guarisce nessuno e serve soltanto a far tornare la persona una seconda volta.
Ci piacerebbe avere il tempo. Ci piacerebbe che l’educazione sentimentale avvenisse dove dovrebbe avvenire, nelle scuole, nelle famiglie, in un’ora di lezione discussa da vent’anni e mai istituita. Quel tempo non c’è, e mentre attendiamo che ci sia, i ragazzi continuano a cercare risposte e continuano a trovarle.
Quello che abbiamo sono centottanta secondi al giorno, cinquantaquattro volte, e la certezza che se non li usiamo noi li userà qualcun altro.
Non è il modo migliore per imparare ad amare. È il solo che abbiamo per farci trovare.
«Educazione Sentimentale», 54 episodi, dal 20 luglio 2026 su tutti i canali di Psychiatry on line Italia. Testi della Redazione, voce di Marilde Cavuto.
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Caro Francesco ti ringrazio per questo editoriale. Lo trovo particolarmente prezioso.
C’è un neo: aprendo la home page di Psychiatry On Line, è praticamente impossibile trovare le strisce. Se un giovane incappa nel sito e, leggendo il tuo editoriale, si incuriosisce verso la ricerca di questo tipo di testo per immagini, credo che rimanga molto deluso. Mi sembra che la usuifruibilità dei contenuti sia altrettanto importante.
Caro Luigi l’articolo è stato pubblicato PRIMA dell’avvio della pubblicazione della serie ORA è presente il link verso l’indice. Per altro i video sono aggredibili e visibili anche dalla homepage. Non mi pare siano nascosti o poco fruibili. I video vericali sobno e saranno presenti anche su altre piattaforme oltrea Youtube e questo si spera allarghi audiebce. Molto dipende dagli algoritmi che gestiscono la visbilità ma pure dall’aiuto di chi vorrà supportarci diffondendo i link. Ci contiamo visto che da soli possiamo fare poco