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CINQUANTASETTE A UNO

2 Set 26

A cura di Francesco Bollorino Redazione

Quando il dono non torna indietro: i conti degli altri e i nostri

C’è, nell’ultimo rapporto sullo stato dell’informazione italiana, un numero che alla prima lettura sembra un refuso. Gli italiani che pagano per informarsi online sono l’otto per cento: la metà rispetto a dieci anni fa, il valore più basso fra i paesi confrontabili. Di quell’otto per cento, il trentotto per cento dichiara di pagare per motivazioni ideali — sostenere il giornalismo, oppure garantire ad altri l’accesso gratuito. Quasi quattro paganti su dieci, cioè, pagano perché qualcun altro possa leggere senza pagare.

Un economista chiamerebbe questo comportamento un sussidio volontario al free rider e lo archivierebbe fra le anomalie. Ha però un altro nome, e ha centun anni. Nel Saggio sul dono Marcel Mauss mostrò che lo scambio non mercantile obbedisce a tre obblighi intrecciati — dare, ricevere, ricambiare — e che è il terzo a produrre il legame: chi riceve si riconosce debitore, e in quel riconoscimento nasce la comunità. Su queste pagine ho sostenuto, non molto tempo fa, che il capitalismo delle piattaforme avesse abolito per design proprio quel terzo obbligo, lasciando l’utente in una condizione di donatore permanente che non può mai ricambiare. I numeri del 2026 obbligano a una correzione, e la correzione è più interessante della tesi che corregge. Il terzo obbligo, in una minoranza dell’otto per cento, non sembra affatto estinto: possiamo leggerlo come sopravvissuto, e come approdato alla forma del denaro. Uso il condizionale perché quelle motivazioni ideali potrebbero significare anche altro — mecenatismo, appartenenza politica, sostegno a un bene pubblico —, e chi le riduce tutte a Mauss sta forzando un dato per farne una prova. Resta che qualcuno paga perché altri non paghino, e che questo somiglia a un contro-dono più di quanto somigli a un acquisto. Su che cosa consenta a quel gesto di accadere, e su che cosa lo impedisca, si gioca il futuro di riviste come questa: alla fine di queste pagine ci saranno i conti del canale YouTube di Psychiatry on Line Italia, ed è per arrivarci che vale la pena attraversare tutto il resto.

Conviene guardare il paesaggio in cui questa minoranza si muove, perché è desolato. L’interesse degli italiani per le notizie tocca il minimo storico: trentaquattro per cento, contro il settantaquattro del 2016, quaranta punti persi in dieci anni — il crollo più marcato fra tutti i paesi del confronto. La fiducia nelle notizie scende al trentadue per cento. L’interesse per la politica si ferma al sedici, ultimo posto fra i quarantotto paesi dell’indagine globale. Eppure il cinquantasette per cento consulta le notizie più volte al giorno, secondo dato più alto dopo la Finlandia. Gli autori del rapporto italiano definiscono questo paradosso — alta frequenza, bassa fiducia — non come una crisi dell’attenzione ma come una crisi della relazione. Il pubblico non se n’è andato: si è allontanato.

Da qui la conclusione che tutti traggono, e che è sbagliata proprio nel punto che conta. In un paese così, si dice, il modello a pagamento non può funzionare; l’unica strada è alzare muri sempre più alti e sperare che qualcuno paghi il pedaggio. La strategia si vede all’opera ogni giorno sui siti dei quotidiani italiani, dove la quota di articolo leggibile si assottiglia di stagione in stagione. E il caso italiano di maggior successo dimostra l’esatto contrario.

Il Post ha chiuso il 2025 con ricavi superiori agli undici milioni di euro, in crescita del diciotto per cento, e con un utile di seicentotrentottomila. È il sesto esercizio consecutivo in attivo, dopo una perdita di duecentomila euro nel 2019. Gli abbonamenti sono cresciuti del ventidue per cento e valgono oltre tre quarti del fatturato; la pubblicità è scesa al nove, da un milione e ottocentomila euro nel 2019 a circa uno oggi. Con quelle risorse la testata mantiene oltre ottanta dipendenti, di cui più di cinquanta giornalisti, e una ventina di collaboratori stabili. Ha guadagnato di più incassando meno dalla pubblicità. E non ha alcun paywall: tutto quello che pubblica è leggibile gratuitamente da chiunque, abbonati compresi.

La data della svolta è il 2019, e nel rendiconto che il Post pubblica ogni maggio è descritta con una formula che vale più di molte analisi: fu l’anno in cui i lettori vennero invitati a partecipare al progetto degli abbonamenti. Non fu messo in vendita l’accesso, che restava e resta gratuito. Fu chiesto di finanziare un’esistenza. L’abbonato del Post non compra ciò che legge — potrebbe leggerlo comunque —, compra il fatto che quel giornale continui a esserci, e in cambio riceve alcuni contorni e una tessera di appartenenza. È il contro-dono maussiano con il modulo di pagamento.

L’obiezione ovvia è la scala, e subito dopo la lingua: sessanta milioni di italofoni non sono trecento milioni di anglofoni, e ciò che regge a Milano con ottanta dipendenti non dice nulla a chi ne ha zero. L’obiezione va presa sul serio e cade lo stesso, perché lo stesso meccanismo funziona due ordini di grandezza più in basso. Valigia Blu — senza pubblicità, senza paywall, senza editori — si finanzia dal 2015 con un crowdfunding annuale: oltre dodicimila donazioni cumulate, più di centocinquanta persone che collaborano, una raccolta che nell’edizione 2024 ha toccato i sessantaseimila e ottocentoquarantasei euro con le ricompense e i settantatremila e ottocentoquarantasette sull’intero anno. Un centesimo del Post, e regge da undici anni.

Messi accanto, i due casi non fanno affatto la stessa cosa, ed è la differenza a essere istruttiva. Valigia Blu ha una campagna: una data d’inizio e una di chiusura, una soglia da raggiungere, ricompense, e il rischio concreto di non farcela — lo ha detto meglio di qualunque analista definendola un sottoporsi ogni volta al giudizio di chi ti segue, con l’ansia di non esserne all’altezza. Il Post non ha nulla di tutto questo: l’abbonamento si sottoscrive quando si vuole e non scade con l’anno. Ha però l’altra metà della stessa cosa, e la ripete puntualmente ogni maggio: pubblica i propri conti, li commenta, dichiara quanto ha speso e in che cosa, e rinnova davanti a tutti il patto che nel 2019 aveva proposto. Ciò che i due condividono non è la forma della richiesta. È il fatto che una volta l’anno, in un giorno riconoscibile, la questione della propria sopravvivenza venga posta in pubblico.

È il punto che Mauss aveva già visto e che l’era del pulsante ha dimenticato. Il dono obbliga perché è iscritto in un tempo e in una scena pubblica: si dà in un giorno determinato, davanti a qualcuno, e il debito che ne nasce entra in un tempo entro cui dovrà trovare risposta. Un pulsante di donazione permanentemente disponibile in fondo alla pagina abolisce entrambe le cose. Non c’è un quando, e non c’è nessuno che guardi. Disponibile sempre, si traduce in praticamente mai — non per avarizia di chi legge, ma perché a nessuno è stato detto che quello era il momento.

Prima di applicare tutto questo a una rivista scientifica, però, bisogna cambiare termine di paragone, perché il giornalismo generalista non è il vicinato di Psychiatry on Line Italia. Il vicinato si chiama diamond open access: le riviste gratuite tanto per i lettori quanto per gli autori. Lo studio commissionato da cOAlition S e finanziato da Science Europe ne ha censite, fra il 2020 e il 2021, fra diciassettemila e ventinovemila nel mondo, il sessanta per cento in scienze umane e sociali: più della metà spende meno di diecimila euro l’anno, circa un quarto opera in perdita, quasi tutte poggiano in misura decisiva sul volontariato. In Italia, Ginevra Peruginelli e Sebastiano Faro hanno descritto questo modello come l’alternativa più equa alle article processing charges, e insieme come quella la cui sostenibilità dipende interamente da sostegni che nessuno garantisce.

Su quel censimento è stato costruito un lavoro del 2024 che merita di essere citato per il suo risultato più scomodo. Analizzando milletrecentotrentacinque riviste, JungWon Yoon, Halin Ku ed EunKyung Chung non hanno trovato alcuna relazione statisticamente significativa fra il grado di dipendenza dal volontariato e la sostenibilità di una rivista — e hanno aggiunto di propria iniziativa che il dato non va letto come una giustificazione per fondare una rivista sulla dedizione volontaria. Hanno trovato invece che le riviste dell’area medica risultano meno sostenibili delle altre. È un materiale prezioso proprio perché si rifiuta di diventare una ricetta: il volontariato non condanna e non salva, e chi ci costruisce sopra trent’anni non può appellarsi a nessuna legge, né per rassicurarsi né per disperare.

Una precisazione di metodo, prima delle cifre che seguono. Chi cerca un termine di confronto per i tassi di conversione delle membership su YouTube troverà ovunque la stessa forbice, fra lo 0,5 e il tre per cento degli iscritti. Non esiste, dietro quel numero, alcuna rilevazione pubblicata: circola su guide per creatori, calcolatori di ricavi e contenuti promozionali che si citano a vicenda. È folklore professionale, e va detto perché il fenomeno è istruttivo — una cifra mai misurata che, a forza di essere ripetuta, è diventata il metro con cui migliaia di persone giudicano il proprio lavoro. La reificazione non è una malattia dei soli concetti psicoanalitici.

Vengo dunque ai numeri di questa rivista, che nessuno mi ha chiesto e che non ho ragione di nascondere. Il canale YouTube di Psychiatry on Line Italia conta circa cinquantaduemila iscritti e un archivio di circa seimilacinquecento video, in crescita costante. Al 3 agosto 2026 i membri paganti sono centoquattordici. Le quote vanno da due euro e novantanove centesimi al mese a trenta.

Le proporzioni vanno maneggiate per quello che sono, e conviene dirlo prima di esibirle. Centoquattordici su cinquantaduemila fa lo zero virgola ventidue per cento, ma il denominatore è un accumulo storico: fra quei cinquantaduemila ci sono account inattivi, iscrizioni di dieci anni fa, persone che non aprono un video da anni. E seimilacinquecento diviso centoquattordici fa cinquantasette, però un video del 2011 non è stato donato a un membro del 2026: le due grandezze non appartengono allo stesso tempo. Cinquantasette a uno non è un tasso di conversione, è una figura dello squilibrio — e come figura resta esatta, perché lo squilibrio c’è e non dipende da come lo si calcola.

Un’altra cautela, e riguarda il prezzo. La quota minima costa meno di un caffè al mese e la massima è dieci volte tanto: questo rende poco plausibile che l’ostacolo sia l’impossibilità materiale di spendere tre euro, ma non elimina affatto il prezzo dalle variabili in gioco. Fra il potere spendere e il voler destinare proprio a quel progetto proprio quella somma ci sono la percezione del valore, la diffidenza verso gli addebiti ricorrenti, il numero di piccoli abbonamenti già attivi, la fatica di registrarsi. La mancata adesione non si riconduce dunque all’impossibilità materiale di spendere tre euro; le ragioni restano da capire.

Una cosa però va evitata, ed è trasformare questa reticenza in un tratto morale degli italiani. Lo zero virgola ventidue per cento e l’otto per cento nazionale non misurano la stessa cosa: il primo è la conversione di un pubblico già autoselezionato, il secondo una quota di popolazione. Ma se un italiano su dodici paga qualcosa per informarsi, e quattro di quei dodicesimi lo fanno perché altri leggano gratis, allora esiste in questo paese una disponibilità che non ha bisogno di essere creata dal nulla. E non si spiega nemmeno con il canale, che è il secondo luogo comune da smontare. Si ripete che in un mondo a forma di smartphone il titolo e l’occhiello bastino, e che il popolo dello scroll non voglia altro. Il rapporto del 2026 dice il contrario con una precisione quasi imbarazzante. La Smart TV è usata per informarsi dal quarantasei per cento degli italiani, e quasi metà di loro ci arriva attraverso YouTube, che il rapporto qualifica come piattaforma di approfondimento e non di aggiornamento rapido. I creatori di contenuti e i singoli giornalisti sono seguiti dal trentasei per cento degli italiani e dal sessantasei per cento dei diciottenni-ventiquattrenni, apprezzati non per la brevità ma per la chiarezza e per la capacità di contestualizzare. I video brevi sui social risultano largamente consumati e insieme non percepiti come strumento informativo di primo piano. La brevità, scrivono gli autori, non è un valore assoluto. Un archivio di seimilacinquecento spiegazioni lunghe in italiano non è dunque nel posto sbagliato.

Resta allora una domanda aperta, e non fingo di chiuderla. Le spiegazioni possibili sono molte: che l’esistenza stessa della membership sia poco nota, che non sia chiaro che cosa finanzi, che un pubblico di professionisti abituato all’accesso istituzionale gratuito non veda perché dovrebbe pagare, che nessuno percepisca urgenza perché la rivista, in trent’anni, non ha mai dato segno di poter finire. Nessuna di queste è stata verificata, e nemmeno la mia. La mia è che manchi la scena: un giorno dell’anno in cui si dice pubblicamente a che punto siamo, quanto serve e che cosa accade se non arriva. Il Post lo fa ogni maggio pubblicando i conti; Valigia Blu ogni dicembre esponendosi al giudizio. Questa rivista, in trent’anni, non lo ha mai fatto — fino a questo paragrafo. È un’ipotesi, ed è forse la più semplice da mettere alla prova: si comincia scegliendo una data.

C’è però una torsione che tiene onesto il ragionamento, ed è quella che lo riporta al mestiere di chi scrive qui. Se il capitalismo delle piattaforme produce sofferenza perché abolisce il terzo obbligo, tenendo l’utente in una condizione di donatore che non può mai ricambiare, allora esiste un secondo modo di disinnescare quello stesso obbligo, e veste molto meglio: dare senza sosta e non presentare mai il conto. Moralmente le due situazioni non hanno nulla in comune — nessuno, qui, sta sfruttando nessuno. Ma la struttura del legame si somiglia, e non è una struttura che produce comunità. La generosità che non chiede mai protegge l’altro dal mercato e insieme lo lascia in una minorità cortese: non gli è impedito di obbligarsi, il pulsante esiste ed è a due clic; gli manca il momento in cui farlo insieme ad altri, davanti ad altri, e sapere che qualcuno se ne accorgerà.

Sarebbe elegante chiudere dicendo che questo non è un appello. Non lo è nelle intenzioni — non chiedo di abbonarsi e non so nemmeno se servirebbe: il lavoro coreano dice che fra volontariato e sopravvivenza non c’è relazione dimostrabile, il che significa che nessuno può promettere che chiedere funzioni né che tacere sia fatale. Ma un testo che pubblica il proprio squilibrio, ricorda al lettore quanto ha ricevuto e cita l’antropologia del debito produce un obbligo comunque, lo voglia o no, e negarlo sarebbe il modo più raffinato di esercitarlo. Meglio dire che cosa è: la pubblicazione di un numero in una data, che è la cosa più simile a una scena che questa rivista abbia mai costruito, e che non ha ancora deciso se ripetere.

Cinquantasette a uno, al 3 agosto 2026. Dei tre obblighi che Mauss descrive, questa rivista ne ha praticato uno solo, il primo. E c’è una cosa che l’Essai aggiunge, ed è meglio non tacerla: chi dà e non riceve nulla in cambio non resta in una posizione neutra, si colloca più in alto; e chi accetta senza poter restituire scivola nella condizione del cliente. Trent’anni di generosità non ricambiata non sono soltanto una voce mancante in un bilancio. Sono una forma di dislivello. Questo articolo lo rende pubblico per la prima volta, e non sa ancora se serva a scioglierlo o soltanto a certificarlo.

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Riferimenti bibliografici

Bosman, J., Frantsvåg, J. E., Kramer, B., Langlais, P.-C., & Proudman, V. (2021). OA diamond journals study. Part 1: Findings. cOAlition S, Science Europe, OPERAS, SPARC Europe.

Cornia, A., Ferrando, M., Piacenza, P., & Satta, C. (2026). Digital News Report Italia 2026. Master in Giornalismo «Giorgio Bocca», Università degli Studi di Torino.

Il Post. (2026, 28 maggio). Com’è andato il Post nel 2025.

Mauss, M. (1925). Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques. L’Année Sociologique, nouvelle série, 1, 30-186.

Peruginelli, G., & Faro, S. (2024). Diamond Open Access: A viable approach to scholarly communication. Symphonya. Emerging Issues in Management, (2). DOI: 10.4468/2024.2.05peruginelli.faro

Valigia Blu. (2025). Il crowdfunding per sostenere l’edizione 2025 di Valigia Blu.

Yoon, J., Ku, H., & Chung, E. (2024). The road to sustainability: Examining key drivers in open access diamond journal publishing. Learned Publishing, 37(3), e1611. DOI: 10.1002/leap.1611

 

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