
Un giovane psichiatra italiano che voglia «fare carriera» sa perfettamente cosa deve fare, e lo sa da vent’anni: smettere di scrivere in italiano. Non è un consiglio sussurrato nei corridoi, è l’architettura formale del sistema. Le commissioni di concorso pesano le pubblicazioni secondo metriche bibliometriche che riconoscono quasi esclusivamente le riviste internazionali indicizzate. I dottorati premiano gli articoli in inglese. I capiscuola più accorti indirizzano gli allievi verso i journal anglosassoni sin dal primo anno di specialità. Il messaggio, ripetuto con coerenza per un quarto di secolo, è inequivocabile: l’italiano è la lingua della clinica, l’inglese è la lingua della scienza; e dove si valuta, si vince scrivendo in inglese.
Questa architettura, costruita con buone intenzioni — l’uscita dal provincialismo, il confronto internazionale, la peer review rigorosa —, ha prodotto un danno che oggi è tempo di nominare. La psichiatria italiana ha silenziosamente smesso di pensare a voce alta nella propria lingua. E per una disciplina che ha nella parola il proprio strumento, questa non è una perdita di stile: è una compromissione epistemica.
Perché in psichiatria la lingua conta doppio
Il punto va fatto con cautela, perché la critica alla pubblicazione in inglese è facile preda del rancore nazionalistico o della mediocrità mascherata da tradizione. Non è questo il registro. L’inglese funziona bene per la cardiologia, per l’oncologia molecolare, per la farmacocinetica: discipline in cui l’oggetto descritto è indipendente dal codice che lo descrive. Una metanalisi su un inibitore della pompa protonica produce in italiano, in inglese e in giapponese esattamente lo stesso contenuto scientifico; cambia soltanto la veste.
Non così in psichiatria. Il sintomo psichiatrico non preesiste alla sua descrizione clinica: è co-costituito dal linguaggio in cui il clinico lo nomina e il paziente lo racconta. La distinzione jaspersiana tra Verstehen ed Erklären non è un vezzo filosofico: è la constatazione che in psicopatologia il significato è parte del dato. Quando Binswanger descrive la mania, quando Borgna scrive della malinconia, quando Callieri analizza la presenza, stanno facendo clinica dentro una lingua — e quella lingua non è intercambiabile con un’altra senza residui. Un caso clinico tradotto dall’italiano all’inglese perde, quasi sempre, la sfumatura che lo rendeva un caso.
Un esempio specifico, e non antiquario. La formula con cui in Italia, dal 1978, si nomina l’organizzazione territoriale dei servizi — «salute mentale di comunità» — viaggia regolarmente nella letteratura internazionale come community mental health. La traduzione è esatta sul piano lessicale, fuorviante sul piano concettuale. Nella tradizione anglosassone community mental health designa un modello organizzativo di servizi ambulatoriali decentrati. «Salute mentale di comunità», nella tradizione italiana post-Basaglia, designa qualcosa di più ambizioso e di più discutibile: la presa in carico territoriale della sofferenza come questione di cittadinanza, non solo di prestazione sanitaria. La differenza non è una sfumatura: è la distanza fra un’opzione di service delivery e un’ipotesi sul rapporto fra Stato e malattia mentale. Quando il modello italiano viene esportato nei journal anglofoni, perde sistematicamente questa seconda dimensione: gli editor la trovano inattuale, i revisori la giudicano «not generalizable». Diventa un capitolo della storia dei servizi, e smette di essere un’ipotesi viva. È una perdita che la statistica delle citazioni non registra, ma che ogni clinico italiano formato sull’eredità della Legge 180 riconosce immediatamente.
Il bilancio di un’illusione
Il paradosso è che la pubblicazione in inglese, pagata al prezzo di queste perdite, ha reso in cambio molto meno di quanto i suoi apologeti ammettano. La visibilità internazionale della clinica italiana resta marginale. I nostri lavori escono, in maggioranza, su riviste di fascia media: citati poco, letti ancor meno, percepiti come produzione di contorno rispetto a quella dei grandi centri anglosassoni. Il ritorno scientifico reale è modesto. Il costo domestico, invece, è grave: una generazione di psichiatri che sa argomentare uno studio in inglese ma non saprebbe — e sovente non vorrebbe — scrivere una riflessione clinica lunga in italiano.
Più in profondità, si è eroso un patrimonio. La psichiatria italiana, come tradizione di pensiero, si è costruita in quasi un secolo di scrittura in italiano — dalle pagine di Basaglia alle monografie di Callieri, dagli studi di Benedetti alla saggistica di Borgna. Quella biblioteca esiste, ed è cospicua. Ma sta diventando la biblioteca di autori non più letti dai propri eredi, perché gli eredi, per sopravvivere ai concorsi, leggono e scrivono ormai in un’altra lingua. È l’inizio di una non-trasmissione: il modo più discreto in cui una tradizione intellettuale si estingue.
L’inversione resa possibile dalla traduzione neurale
Questo lamento avrebbe avuto, fino a ieri, l’aria della nostalgia impotente. Se l’unica via per essere letti fuori dall’Italia passava per l’inglese, pazienza per le sfumature: si scriveva in inglese. Era il ragionamento implicito di tre generazioni di ricercatori italiani, e non era sbagliato, date le tecnologie disponibili.
Nel 2026 non è più così. Le infrastrutture di traduzione neurale hanno raggiunto, sui testi clinici scritti bene e sotto supervisione editoriale, una qualità che soltanto cinque anni fa sarebbe sembrata implausibile. Non sono — ed è bene dirlo — equivalenti alla migliore traduzione umana, e le loro scivolate terminologiche restano numerose; ma sono ormai sufficientemente affidabili da non costituire più, di per sé, un ostacolo alla circolazione del pensiero in lingua originale. I modelli multilingui rispettano registro e terminologia tecnica, se istruiti correttamente; il doppiaggio neurale conserva persino timbro e prosodia del parlante. Per la prima volta nella storia della scienza moderna, la lingua franca non è più un prezzo obbligato dell’internazionalizzazione: è una scelta, e dunque una responsabilità.
Non è una buona notizia accessoria: è un cambio di paradigma. Significa che uno psichiatra italiano può, oggi, scrivere nella propria lingua un saggio clinico di diecimila parole — sfumato, narrativamente denso, intellettualmente libero — e vederlo arrivare in inglese, in portoghese, in spagnolo con una perdita gestibile e dichiarabile.
E qui conviene prevenire l’obiezione più ovvia, che è anche la più insidiosa: se il significato psichiatrico è co-costituito dalla lingua, e nessuna traduzione lo trasferisce senza residui, come può la stessa traduzione neurale diventare d’un tratto affidabile? La risposta dissolve l’apparente contraddizione e, nel dissolverla, rafforza la tesi. La perdita non è la medesima nei due casi, perché non avviene nel medesimo momento. Pensare fin dall’inizio in una lingua povera e non propria impoverisce il pensiero alla sua sorgente, prima ancora che prenda forma: è una perdita a monte, irrimediabile, perché ciò che non è stato pensato non potrà essere restituito da nessuna traduzione. Tradurre a valle un testo già scritto in italiano, ricco e compiuto, comporta invece una perdita di superficie — reale, ma circoscritta, misurabile, dichiarabile. Tra l’amputazione del pensiero nascente e l’attrito della sua traduzione finale non c’è continuità di grado: c’è differenza di natura. È precisamente questa differenza che la vecchia alternativa ignorava, e che la traduzione neurale, oggi, rende operativa.
La vecchia alternativa — o scrivi corto e piatto in inglese, o scrivi ricco ma invisibile in italiano — è dunque decaduta. Chi continua a imporla agli allievi sta difendendo non più la scienza, ma l’abitudine.
POL.it come prototipo
Il modello che tutto questo richiede non è un’utopia da fondare: in forme parziali esiste già. È un modello in cui il saggio clinico lungo convive con il video-dialogo, in cui la rivista funziona come comunità di lettura oltre che come archivio, in cui l’italiano è scelto non per timore dell’inglese ma come lingua di pensiero da cui, oggi, si può irradiare senza svalutarsi. Dove esso prende forma — e Psychiatry on Line Italia ne è, da trent’anni, una delle realizzazioni più compiute — ciò che si intravede non è il futuro di una testata, ma il prototipo di un’editoria possibile.
Il punto, dunque, non è la sorte di una rivista. È che un intero sistema — quello della psichiatria accademica italiana — deve decidere se la propria lingua sia un residuo da superare o una risorsa clinica da riattivare. Chi possiede gli strumenti per dimostrarlo ha il compito di farlo: non per occupare una posizione, ma per aprire un dibattito che la trascende.
Le obiezioni che meritano risposta
Una tesi così formulata deve incontrare, non eludere, le proprie obiezioni più forti. Sono almeno tre, e nessuna è frivola.
La prima è la più solida: la pressione bibliometrica internazionale, sgradevole quanto si vuole, ha imposto alla valutazione accademica italiana una disciplina esterna che la storia recente dimostra necessaria. Senza metrica indipendente, l’università italiana è ricaduta più volte nei suoi vizi storici — la cooptazione, lo scambio di favori, la scuola che colloca i propri. L’inglese ha funzionato come correttivo proprio perché veniva da fuori. È un argomento serio. Va però dissociato in due affermazioni distinte: che la valutazione accademica abbia bisogno di criteri esterni e oggettivabili, e che quei criteri debbano essere esclusivamente bibliometrici e linguisticamente vincolati. La prima è vera; la seconda no. Una commissione che valuti anche saggi italiani lunghi, sottoposti a peer review nazionale rigorosa e a revisione internazionale resa possibile dalla traduzione, non torna alla raccomandazione: introduce una pluralità di criteri che non era impossibile prima del 2000, e non lo è oggi.
La seconda obiezione è epistemologica: senza la circolazione internazionale in lingua franca, una tradizione clinica nazionale rischia l’autoreferenzialità. Le idee deboli sopravvivono perché nessuna critica esterna le rimuove. Anche questo è vero. Ma la cura non è la conversione linguistica: è l’esposizione. Una rivista italiana plurilingue per via di traduzione, leggibile da un revisore di Madrid o di Boston, è più esposta alla critica internazionale di una rivista che pubblica in inglese ma su una fascia editoriale dove, di fatto, non la legge nessuno. La differenza fra esposizione formale ed esposizione reale è esattamente ciò che il sistema attuale finge di non vedere.
La terza obiezione è la più empirica: in venticinque anni di transizione all’inglese, la psichiatria italiana ha effettivamente prodotto contributi di rilievo internazionale. È vero, ne ha prodotti. Conviene però chiedersi quali. La Legge 180, l’esperienza basagliana, il modello di Trieste — i contributi italiani che hanno realmente attraversato i confini negli ultimi cinquant’anni — sono nati prima della transizione bibliometrica, in italiano, e sono stati esportati per via di traduzione e per l’interesse che hanno saputo suscitare. Negli ultimi venticinque anni, mentre la produzione in inglese cresceva, il peso internazionale del pensiero clinico italiano non sembra essere cresciuto di pari passo — e più d’un osservatore lo direbbe diminuito. La correlazione, se confermata, è imbarazzante, e merita almeno che le si cerchi un’ipotesi causale, anziché rimuoverla.
Tre proposte, al posto della perorazione
Primo. Le commissioni di concorso universitario devono riconoscere, fra i titoli scientifici valutabili, la produzione in italiano lunga, argomentata, editata — saggi clinici, monografie, editoriali di profondità — con un peso non simbolico. Il criterio non può restare solo bibliometrico, perché la bibliometria premia ciò che la lingua franca misura e non misura ciò che la clinica italiana sa fare. Una revisione dei parametri ANVUR in questa direzione è un atto di politica scientifica, non di nostalgia.
Secondo. Le società scientifiche — la Società Italiana di Psichiatria in primo luogo — devono assumere una posizione formale sulla traduzione automatica dei contenuti clinici, promuovendo linee guida terminologiche che impediscano la deriva di una psichiatria italiana tradotta male. La traduzione neurale è potente ma cieca ai propri errori: se non sorvegliata, consegna al lettore internazionale una versione generica del pensiero italiano. Un glossario clinico bilingue, autorevole e aggiornato, è oggi un’infrastruttura scientifica tanto importante quanto, nel Novecento, lo era un dizionario di farmacopea.
Terzo. Le riviste italiane di psichiatria — tutte, non una soltanto — devono coordinarsi per costruire un canale condiviso di traduzione curata verso l’inglese e verso lo spagnolo, finanziato consortilmente, che renda automaticamente disponibili in lingua i contenuti migliori di ciascuna. Non per imitare i grandi editori internazionali: per non dipenderne. Un’editoria psichiatrica italiana plurilingue per via tecnica, e italiana per via intellettuale, è l’unica formula che permetta di conservare la voce e insieme di farsi udire.
L’ultima, la più scomoda
Resta una considerazione che i convegni preferiscono evitare. La fuga verso l’inglese non è stata imposta: è stata scelta. Scelta per ragioni in parte legittime — concorsi, carriere, visibilità — ma anche per una ragione meno confessata: il prestigio che si ottiene non parlando più ai colleghi del proprio Paese. Rivolgersi in inglese a una platea anglofona ha, in certi ambienti accademici italiani, lo stesso valore simbolico che due secoli fa aveva parlare francese a corte: un segnale di distinzione sociale, non una scelta epistemologica.
Questa distinzione ha avuto un costo che la psichiatria, proprio la psichiatria, non può più permettersi: l’inaridirsi del pensiero clinico lungo nella lingua in cui la clinica accade. Tornare a scriverlo — in italiano, per iscritto, con ambizione, lasciando che le macchine lo traducano per chi vorrà leggerlo altrove — non è un ripiegamento identitario. È, nel senso più stretto, un atto clinico.
Psychiatry on Line Italia, per la posizione che occupa e per gli strumenti che ha maturato in trent’anni, è tra i soggetti più adatti a sostenere questa tesi senza equivoci. Ma la tesi, per essere efficace, deve uscire dalle pagine di una sola rivista e diventare il terreno di un dibattito più ampio: nelle società scientifiche, nei dipartimenti universitari, nelle redazioni delle altre testate. Se questo editoriale riuscirà a provocarlo, avrà fatto il proprio dovere. Se si limiterà a compiacere chi già la pensa così, sarà stato un altro elegante esercizio di stile — proprio quello che la psichiatria italiana, in questo momento, non può più permettersi.
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Sono completamente d’accordo, bisogna assolutamente recuperare le nostre radici culturali italiane, ancorate nella antica sapienza della Grande Madre mediterranea.
In psichiatria la lingua non è un veicolo neutro del sapere, ma una componente del processo conoscitivo. A differenza di altre discipline mediche, la psichiatria lavora su fenomeni che diventano osservabili attraverso il linguaggio: il paziente racconta, il clinico ascolta e restituisce significato. Il dato psicopatologico non è indipendente dalla sua formulazione linguistica, ed è questo a rendere l’argomento valido per la psichiatria, non per la cardiologia, o la ginecologia, geriatria ecc ecc, dove l’oggetto è indipendente dal codice. Estenderlo “alla medicina in generale” ne indebolirebbe la forza, che sta proprio nella delimitazione.
Va però aggiunto un argomento ancora più forte. La psicopatologia non si limita a descrivere la sofferenza in una lingua: genera da essa le proprie categorie. Vissuto, presenza, Stimmung, Melancholia, perdita dell’evidenza naturale non sono etichette traducibili, ma concetti nati dentro una tradizione, che portano con sé l’osservazione clinica che li ha prodotti. Ne segue una conseguenza: una comunità che smette di produrre linguaggio clinico originale smette, col tempo, di produrre nuove categorie della sofferenza mentale. Non è perdita di trasmissione, ma di generatività, la più grave, perché non si misura su ciò che si dimentica, ma su ciò che non verrà mai concepito.
La storia lo conferma: le innovazioni teoriche non sono nate in una lingua franca. Charcot, Jaspers, Basaglia, non scrivevano in funzione del mercato internazionale o degli indicatori bibliometrici. Prima è esistita la lingua del pensiero, poi quella della diffusione. La traduzione neurale permette oggi di separare i due momenti, pensare nella propria lingua e rendersi accessibili, ma è una leva, non una garanzia: lo stesso strumento che libera il pensiero abbassa anche la barriera all’auto-referenzialità che la bibliometria teneva a freno.
Il rischio maggiore, dunque, non è che la psichiatria italiana scriva troppo poco in inglese, ma che, scrivendo quasi solo in inglese smetta di sviluppare l’elaborazione concettuale che in passato le ha dato contributi riconosciuti oltre i confini. L’editoriale in questo senso per me, non difende una lingua: difende la possibilità di continuare a coniare i concetti con cui la clinica pensa.
Tema complesso che implicherebbe un ripensamento complessivo del rapporto fra lingua e potere. Meglio tardi che mai.