Percorso: Home 9 Clinica 9 Elephant in Italia

Elephant in Italia

1 Apr 26

A cura di FRANCESCO BOLLORINO

 

C’è un fantasma che si aggira per le aule delle nostre scuole. Un’ombra che credevamo confinata oltreoceano e che oggi bussa con violenza alle nostre porte. I fatti di cronaca delle ultime settimane ci pongono di fronte a una realtà che ha superato ogni soglia di allarme.

Il 25 marzo 2026, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, uno studente di tredici anni ha accoltellato la propria insegnante di francese nel corridoio della scuola, colpendola ripetutamente al collo e al torace. L’aggressione è stata filmata e trasmessa in diretta su Telegram; poche ore prima, il ragazzo aveva pubblicato sulla stessa piattaforma un testo intitolato Soluzione finale, nel quale annunciava ciò che stava per compiere. Indossava pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta «Vendetta». L’insegnante è sopravvissuta grazie al tempestivo intervento di un compagno di classe — che ha affrontato l’aggressore prendendolo a calci, rischiando a propria volta la vita — e dell’équipe dell’elisoccorso, che ha praticato una trasfusione di sangue già in volo. Un fendente si è fermato a mezzo millimetro dall’aorta. Nella casa del tredicenne sono stati rinvenuti materiali potenzialmente esplosivi e sostanze acquistate sui canali illegali di Telegram.

Pochi giorni dopo, il 30 marzo, l’operazione «Hate» del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri ha portato all’arresto di un diciassettenne pescarese, domiciliato in provincia di Perugia, che progettava una strage nel proprio istituto scolastico seguita dal suicidio, ispirandosi esplicitamente al massacro della Columbine High School del 1999. Il ragazzo era affiliato al gruppo Telegram «Werwolf Division» — un’organizzazione suprematista e neonazista già nota alle autorità per aver progettato, nel 2024, un attentato ai danni della Presidente del Consiglio — e aveva raccolto manuali per la fabbricazione di armi da fuoco con stampanti 3D, istruzioni per la sintesi del TATP (il perossido di acetone utilizzato negli attentati di Parigi e Bruxelles) e documentazione su armi chimiche e batteriologiche. Si era autodefinito «incel». Sul suo telefono sono stati trovati anche filmati pedopornografici. Nell’ambito della stessa indagine, coordinata dalla Procura minorile dell’Aquila, sono stati perquisiti altri sette minorenni tra Abruzzo, Emilia-Romagna, Umbria e Toscana, tutti indagati per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa: un ecosistema digitale radicalizzato, transnazionale e accelerazionista in cui gli autori di stragi di massa vengono celebrati come «santi» da emulare.

Il dubbio non è più tale. Elephant, il capolavoro raggelante con cui Gus Van Sant ha mostrato la banalità del male tra i banchi di scuola — Palma d’Oro a Cannes nel 2003 — non è più soltanto una metafora cinematografica. Sta entrando nel nostro spazio sociale. Forse, più tragicamente, è già qui.

Di fronte a questa deriva, chi si occupa di salute mentale ha il dovere di nominare ciò che accade. Senza edulcorazioni. Senza silenzi compiacenti. Senza la viltà di chi aspetta che sia un altro a parlare per primo.

 

Cosa sta succedendo ai nostri adolescenti?

Stiamo assistendo all’emersione di un disagio psichico e sociale che non riesce più a tradursi in parola e si manifesta sempre più spesso attraverso l’agito. Il passaggio all’atto — l’acting out nella sua accezione clinica più cruda — diventa il linguaggio di chi non dispone di altri strumenti simbolici. Manca la struttura psichica, manca il contenimento emotivo, manca una funzione adulta capace di accogliere, dare nome e dare senso alla sofferenza. Là dove la parola fallisce, il corpo e l’azione irrompono.

I dati disponibili delineano un quadro che non ammette più eufemismi. Secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), il 20% dei minorenni italiani è affetto da un disturbo neuropsichiatrico: circa due milioni di bambini e ragazzi. I ricoveri in neuropsichiatria infantile sono aumentati del 180% nell’ultimo decennio. I disturbi d’ansia tra gli adolescenti sono cresciuti del 265%, i disturbi del comportamento alimentare del 483%, i comportamenti autolesivi del 170%. A livello globale, l’UNICEF stima che un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni soffra di un disturbo mentale diagnosticato. In Italia, il suicidio è la terza causa di morte nella fascia 15-29 anni. I dati OCSE del 2025 documentano un incremento di circa il 20% nella prevalenza di ansia e depressione tra i giovani sotto i vent’anni.

Numeri che non possono più essere archiviati come fisiologiche «crisi evolutive». Numeri che gridano.

Come ha sottolineato la presidente della SINPIA, Elisa Fazzi, occorre sfatare il mito che la prevenzione cominci a quattordici anni: alla base di molti sintomi adolescenziali vi è un disturbo del neurosviluppo insorto precocemente, anche a tre-cinque anni, esploso poi con l’adolescenza. Le finestre terapeutiche in questa fase della vita sono preziose e, una volta chiuse, difficilmente si riaprono. Ogni ritardo diagnostico è un’occasione perduta; ogni taglio di bilancio, una sentenza.

Quando la fatica del crescere, l’angoscia identitaria e il fragile bisogno di appartenenza si scontrano con il vuoto relazionale degli adulti e delle istituzioni, molti adolescenti cercano rifugio nelle camere dell’eco digitali. In questi spazi — gruppi radicalizzati, suprematisti, accelerazionisti — il vuoto viene riempito da un’ideologia rigida e delirante, capace di fornire identità, appartenenza e una narrazione violenta del mondo. La rabbia, privata di contenimento, viene armata.

La violenza diventa così una sintassi estrema per affermare la propria esistenza e il proprio dolore. Il gesto non nasce dal nulla, ma da un vuoto: il vuoto di relazioni significative, di adulti affidabili, di servizi capaci di intercettare il disagio prima che si cristallizzi in progetto distruttivo. Questi ragazzi non sono «mostri»: sono il sintomo di una società che ha progressivamente abdicato alla propria funzione educativa e protettiva.

L’elefante nella stanza: la radicalizzazione digitale dei minori

Il titolo del film di Van Sant rimanda all’espressione inglese elephant in the room: il problema enorme che tutti vedono e che nessuno vuole nominare. Nel nostro caso, l’elefante nella stanza è la radicalizzazione digitale dei minori, un fenomeno ormai strutturale che la politica continua ad affrontare in modo episodico, reattivo e sostanzialmente inefficace.

I dati europei sono inequivocabili. Il rapporto Europol per il 2024 ha documentato 58 attacchi terroristici compiuti in Europa, segnalando che il 43% degli indagati ha tra i 20 e i 30 anni e rilevando percorsi di radicalizzazione in crescita preoccupante tra i minorenni. Anche in Italia, gli interventi preventivi si moltiplicano: a febbraio 2026 la Digos di Napoli ha eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di un minore che diffondeva tutorial su tecniche terroristiche scaricati dal dark web, con giuramento di fedeltà allo Stato Islamico; nell’estate 2025, ventidue giovani tra i 13 e i 17 anni erano stati perquisiti in numerose regioni perché coinvolti in chat estremiste di matrice sia jihadista sia suprematista. Non si tratta più di episodi isolati: è un fenomeno capillare e sistemico.

Le piattaforme digitali — Telegram in posizione centrale ma non esclusiva — funzionano come veri e propri incubatori di violenza. Il tredicenne di Trescore Balneario aveva acquistato il coltello e il materiale esplosivo attraverso i canali illegali di Telegram; il diciassettenne vi trovava manuali per la fabbricazione di armi e istruzioni per la sintesi di esplosivi. In entrambi i casi, la piattaforma non è stata soltanto il veicolo della propaganda, ma lo strumento operativo dell’azione violenta.

Però è fondamentale non fermarsi alla superficie tecnologica. Questi canali non offrono soltanto un’ideologia: offrono ciò che molti adolescenti cercano disperatamente — riconoscimento, appartenenza, identità — e che non hanno trovato altrove. La radicalizzazione colma un vuoto che famiglia, scuola e servizi non sono riusciti a colmare. È questa la dinamica clinica che dobbiamo avere il coraggio di nominare: il terrorismo minorile appare, nella sua radice più profonda, come un disturbo della relazione. E come ogni disturbo della relazione, richiede una risposta relazionale, non soltanto securitaria.

Dove stiamo andando

Se non si interviene con la radicalità che la situazione impone, il rischio è la progressiva normalizzazione dell’orrore. La scuola, luogo primario di crescita e socializzazione, si sta trasformando in uno spazio percepito come vulnerabile, minacciato, attraversato dalla paura. Una società che produce isolamento, frammentazione e deserto relazionale raccoglie inevitabilmente violenza e autodistruzione.

Non è una fatalità. È il risultato di scelte politiche precise, di omissioni reiterate, di priorità sistematicamente rovesciate.

Colpiscono, in questo contesto, le parole dell’insegnante ferita, che ha definito il proprio aggressore «confuso, trascinato e indottrinato dai social», e ha chiesto che la sua ferita non diventi «un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica». Parole che suonano come una potente accusa — tanto più potente perché priva di rancore — a un sistema che ha lasciato soli sia gli adulti sia i ragazzi. Parole che la politica dovrebbe avere il pudore di ascoltare prima di tornare ai propri comunicati stampa.

La dinamica dell’emulazione rende il quadro ancora più grave. Il tredicenne di Trescore filmava e trasmetteva in diretta; il diciassettenne si ispirava esplicitamente ai mass shooters americani elevati a «santi» nei gruppi neonazisti; già a quindici anni, secondo le carte dell’inchiesta, progettava di replicare la Columbine una volta raggiunta la quinta superiore. Siamo entrati nella spirale della spettacolarizzazione del male, dove ogni atto di violenza diventa modello e istigazione per il successivo. Non è più una questione di «se», ma di «quando» e «dove».

Il ruolo della politica e il collasso dell’assistenza

Di fronte a questo scenario, la risposta politica appare non soltanto insufficiente, ma colpevolmente inadeguata. È la politica a dettare le linee guida per l’assistenza, a definire le priorità sanitarie e sociali del Paese. Eppure, la neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza, così come i servizi per la salute mentale territoriale, sono stati per anni sistematicamente definanziati, marginalizzati, svuotati di risorse umane ed economiche.

I numeri del definanziamento sono impietosi. La spesa italiana per la salute mentale non supera il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, a fronte dell’impegno — mai onorato — di destinarne almeno il 5%, come approvato dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni già nel 2001. L’Italia è il fanalino di coda in Europa in materia di investimenti sulla salute psichica. Il costo stimato del disagio mentale per il sistema-Paese è di 20 miliardi di euro l’anno, pari al 3,3% del PIL: una cifra che rende evidente come il mancato investimento nella prevenzione e nella cura non sia soltanto un’ingiustizia, ma un’irrazionalità economica. I servizi di neuropsichiatria infantile sono al collasso: richieste con priorità clinica «breve», che per legge dovrebbero essere evase entro dieci giorni, vengono fissate a mesi di distanza, anche in casi di rischio suicidario.

Il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, approvato in Conferenza Unificata il 28 dicembre 2025 dopo tredici anni di attesa, rappresenta un passo avanti sul piano programmatico: diagnosi precoce, équipe multidisciplinari di transizione, psicologo di base, continuità assistenziale tra età evolutiva ed età adulta. Ma — come hanno osservato numerosi professionisti e lo stesso presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, David Lazzari — il Piano non prevede obblighi vincolanti né risorse strutturali adeguate. Gli 80 milioni stanziati in Legge di Bilancio 2026 sono una cifra irrisoria di fronte a un’emergenza da 20 miliardi di costo sociale. La frammentazione tra Dipartimenti di Salute Mentale, consultori, neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze e medicina generale rende la continuità di cura un miraggio. La governance è debole, priva di indicatori di qualità e di meccanismi di accountability. Come ha dichiarato Lazzari: «Una politica pubblica sulla salute mentale non può basarsi solo sulla psichiatria. Serve un equilibrio tra dimensione biologica, psicologica e sociale».

Si risponde all’emergenza con l’indignazione a favore di telecamera o invocando misure puramente securitarie, per poi tornare a dimenticare che i dipartimenti di salute mentale sono al collasso. Il ministro dell’Istruzione visita l’insegnante in ospedale e invoca la collaborazione con i gestori dei social: parole necessarie, ma che rischiano di restare formule vuote se non accompagnate da investimenti reali nei servizi territoriali. Si tagliano i fondi alla sanità pubblica e si lasciano le famiglie sole a gestire crisi esplosive che richiederebbero prese in carico multidisciplinari, capillari e tempestive. Non si fa prevenzione; si fa, quando va bene, solo una tardiva e inefficace contenzione. Si chiede alla psichiatria di intervenire a disastro avvenuto, trattando il profondo sintomo sociale come una mera questione di ordine pubblico.

Particolarmente critica è la cesura netta al compimento dei diciotto anni tra neuropsichiatria infantile e psichiatria degli adulti. Oltre il 40% dei ragazzi in carico si perde in questa transizione, con conseguenze spesso devastanti: interruzione delle terapie, perdita del rapporto terapeutico, ricadute, abuso di sostanze psicoattive come forma di automedicazione, aggravamento irreversibile del quadro clinico. Come ha documentato il format Caffè e Psichiatria di Psychiatry on line Italia nell’intervista al Prof. Sergio De Filippis, ragazzi di quindici o sedici anni che avrebbero bisogno di un reparto di neuropsichiatria infantile finiscono ricoverati nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura per adulti, a contatto con pazienti cronici: una soluzione che non soltanto non aiuta, ma può aggravare il quadro in modo significativo. Le finestre terapeutiche nell’adolescenza sono preziose e, una volta chiuse, difficilmente si riaprono.

Cosa fare davvero

Serve un cambio di paradigma. Non bastano interventi simbolici o misure emergenziali destinate a esaurirsi nel ciclo dell’indignazione mediatica. Occorre un piano strutturale che riporti la salute mentale giovanile al centro delle politiche pubbliche, con la stessa urgenza e la stessa determinazione che si riservano alle emergenze economiche o securitarie.

Riteniamo non più rinviabili i seguenti interventi.

Primo. La salute mentale deve ricevere almeno il 5% del Fondo Sanitario Nazionale, come già deliberato nel 2001 e mai realizzato. Con vincoli di destinazione per la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Con indicatori di risultato verificabili e trasparenti. Gli 80 milioni attualmente stanziati — a fronte di un’emergenza che costa al Paese 20 miliardi l’anno — non sono una risposta: sono un alibi.

Secondo. Le équipe multidisciplinari di transizione, previste dal PANSM, devono diventare realtà operativa e non restare sulla carta. La cesura anagrafica dei diciotto anni è un’assurdità clinica: nessun disturbo mentale si risolve per decreto anagrafico, nessun percorso terapeutico può essere interrotto perché un ragazzo compie gli anni. La presa in carico condivisa tra neuropsichiatri infantili, psichiatri, psicologi clinici e medici delle dipendenze deve iniziare a sedici anni e proseguire senza soluzione di continuità.

Terzo. Gli insegnanti devono essere formati — sistematicamente, obbligatoriamente, non con un corso online da spuntare — al riconoscimento dei segnali prodromici di ritiro sociale, radicalizzazione, autolesionismo e ideazione suicidaria. Devono avere protocolli chiari di segnalazione e un raccordo reale con i servizi territoriali. Non possono essere lasciati soli a fare da sentinelle di un disagio che non hanno gli strumenti per intercettare, e non possono essere abbandonati alla paura di entrare in classe ogni mattina senza sapere cosa li aspetta.

Quarto. La radicalizzazione digitale dei minori richiede un intervento legislativo e operativo che vada oltre il mero divieto d’accesso. Le piattaforme devono essere responsabilizzate — penalmente e civilmente — quando consentono a un tredicenne di acquistare coltelli ed esplosivi e a un diciassettenne di scaricare manuali per armi chimiche. Il monitoraggio attivo dei canali di reclutamento estremista e la collaborazione strutturata tra autorità giudiziaria, forze dell’ordine, servizi sociali e servizi di salute mentale non sono opzioni: sono condizioni di sopravvivenza civile.

Quinto. Un ragazzo in crisi deve trovare una risposta clinica immediata e competente. Non una lista d’attesa di sei mesi. Non un numero verde. Non un depliant. Un professionista, in carne e ossa, formato e disponibile, in un presidio territoriale dedicato all’adolescenza all’interno delle Case di Comunità. In sei mesi di attesa può accadere l’irreparabile. In sei mesi di attesa, un ragazzo può trovare su Telegram ciò che il Servizio Sanitario Nazionale non gli ha saputo offrire.

Sesto. Le famiglie devono essere sostenute, non abbandonate. La famiglia del tredicenne di Trescore, attraverso il proprio legale, ha auspicato che le indagini potessero approfondire il ruolo di soggetti conosciuti attraverso i social network che avrebbero «indotto un ragazzo di soli tredici anni, in una condizione di particolare fragilità, a compiere un gesto di tale gravità». Queste parole dicono tutto sulla solitudine di genitori che non sanno cosa accade nella vita digitale dei propri figli, perché nessuno li ha formati a saperlo. Servono servizi di accompagnamento, formazione e presa in carico familiare integrata: non dopo la tragedia, ma prima.

 

Il dovere della parola — e il dovere dell’autocritica

Come Psychiatry on line Italia, sentiamo la responsabilità di affermare che la riflessione clinica seria non è un esercizio accademico, ma uno strumento essenziale per comprendere e trasformare la realtà. Questo editoriale non vuole essere né un’invettiva sterile né un lamento corporativo: vuole essere un atto di denuncia civile e un manifesto per l’azione, fondato su dati, su esperienza clinica e su un’etica della responsabilità.

Ma sarebbe disonesto chiedere conto alla politica senza chiedere conto anche a noi stessi. La comunità professionale della salute mentale — psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, psicoterapeuti — ha le proprie responsabilità in questo disastro. Non abbiamo saputo farci ascoltare con sufficiente forza e coesione. Troppo spesso siamo rimasti chiusi nei nostri recinti disciplinari, divisi da querelle corporative, incapaci di parlare un linguaggio che la politica e l’opinione pubblica potessero comprendere e fare proprio. Abbiamo denunciato, sì, ma troppo spesso in convegni tra addetti ai lavori, in riviste che leggono solo i colleghi, in documenti che nessun parlamentare aprirà mai. Abbiamo lasciato che la narrazione pubblica sulla salute mentale fosse dettata dall’emergenza e dalla cronaca nera, invece di costruire pazientemente una cultura della prevenzione. Se oggi la politica ignora la salute mentale, è anche perché noi non siamo stati capaci di renderla un tema impossibile da ignorare.

Questo editoriale vuole essere anche un atto di ammissione. E da questa ammissione, un nuovo inizio.

La salute mentale non è un lusso per pochi, non è una voce sacrificabile a bilancio, non è un’emergenza da gestire con comunicati stampa e visite in ospedale: è il fondamento stesso della tenuta democratica e civile di un Paese. Un’intera generazione sta gridando il proprio dolore con l’unico linguaggio che le è rimasto — la violenza, l’autodistruzione, il ritiro dal mondo — e noi, adulti, istituzioni, classe politica, professionisti della cura, continuiamo a voltarci dall’altra parte, a produrre indignazione a consumo mediatico e a rimandare le soluzioni strutturali a un domani che non arriva mai.

L’insegnante ferita, dalla corsia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha scritto ai suoi studenti: «Non lasciamoci vincere dal buio». E ha aggiunto: «Questa vita è un dono che non sprecherò». Una donna che ha rischiato di morire per mano di un suo alunno di tredici anni non chiede vendetta: chiede cura. Non chiede muri: chiede ponti. E noi, che della cura abbiamo fatto la nostra professione e la nostra ragione d’essere, non possiamo offrirle meno di ciò che lei, dal suo letto d’ospedale, ha saputo offrire a tutti noi.

Sta a noi — professionisti della salute mentale, educatori, cittadini, decisori politici — fare in modo che queste parole non restino un appello solitario e inascoltato, ma diventino il fondamento di un’azione collettiva all’altezza della sfida che ci attende.

Continuare a ignorare questo grido d’allarme, abdicando alle proprie responsabilità politiche e istituzionali, significa essere complici del prossimo, annunciato disastro.

Il tempo delle parole vuote è finito.

Il tempo dell’azione è adesso.

 

ARTICOLI CORRELATI

Joker. O la clinica della violenza

Da Orlando una lezione di psicologia sui danni sociali dell’Omofobia

Due anni di pandemia, due anni di psicodemia

Loading

Autore

2 Commenti

  1. Silvia De Napoli

    da professionista della salute mentale che lavoro con adolescenti ritrovo in ogni parole le tante famiglie e le moltitudine voci silenziose dei giovani che incrocio.
    purtroppo tutto è legato alla possibilità dei genitori di potersi permettere una terapia e i servizi riescono ad organizzare un incontro di rete dopo 4 mesi dalla richieste del minore!
    orrore

    Rispondi
    • sergio de filippis

      Francesco ha il merito di nominare con chiarezza ciò che sta accadendo: non siamo più di fronte a episodi isolati, ma a un segnale strutturale che riguarda i nostri adolescenti.

      L’adolescenza è oggi una terra di mezzo svuotata di riferimenti, di passaggi simbolici, di spazi di riconoscimento. Quando ciò che si prova non trova parola, trova azione.

      La violenza, è un linguaggio estremo. Un modo disfunzionale di esprimere un disagio che non è stato intercettato. Il problema è che arriviamo sempre dopo.
      Se non investiamo nella prevenzione, nella continuità di cura e nella costruzione di contesti relazionali solidi, continueremo a rincorrere le emergenze.
      L’adolescenza non è il problema.
      È il luogo in cui il problema emerge.
      E ignorarlo significa, semplicemente, preparare il prossimo caso..

      Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia