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Elzeviro: Kevin Spacey, cultura della cancellazione e la rinascita mediatica

28 Dic 25

A cura di Francesco Bollorino Redazione

C’è un momento, nella vita pubblica di un attore, in cui il racconto che gli altri fanno di te diventa più potente dei personaggi che hai interpretato. Kevin Spacey conosce bene questo contrappasso: due Oscar in bacheca, un ruolo che ha plasmato l’immaginario politico globale — Frank Underwood — e poi il vuoto, la caduta, il silenzio. Dal 2017, con l’espulsione da House of Cards dopo le accuse di molestie, l’uomo di scena è diventato scena dell’uomo; e la cultura della cancellazione ha fatto il resto, trasformando la sua figura pubblica in un campo minato dove ogni passo mediatico sembrava improponibile.

Eppure, nel dicembre del 2025, la parabola ha disegnato un’orbita inattesa: Spacey riparte dall’Italia, non dai boulevards hollywoodiani ma da RaiPlay, con una sitcom surreale dal titolo Minimarket. Un ritorno piccolo nella scala produttiva, enorme nella portata simbolica: spazio digitale della tv di Stato, dieci episodi distribuiti in due blocchi — 26 dicembre i primi cinque, 9 gennaio la stagione intera — e un ruolo che è già autoanalisi. Spacey interpreta sé stesso come amico immaginario e coscienza artistica del protagonista, il giovane Manlio Viganò.

La scena del minimarket, posto di fronte alla sede Rai di Roma, è una porta girevole tra desiderio e realtà. Lì, tra scaffali che strabordano di beni ordinari, si consuma l’incontro con l’eccezione: il mentore che non esiste se non nella mente del discepolo, la proiezione di un carisma caduto ma ancora agente, la voce dell’arte che resiste come fantasma benevolo. È una trovata narrativa che parla, con sorprendente delicatezza, di precarietà creativa e di resilienza dell’immaginazione.

La cultura della cancellazione, in fondo, ha una grammatica semplice e una sintassi complessa: non lavori più è la frase elementare; l’insieme di atti, sentenze, assunzioni morali e pilotaggi algoritmici che conducono a quell’esito è il periodo ipotetico della responsabilità. Nel caso Spacey, il procedimento giudiziario britannico del 2023 si è concluso con l’assoluzione; e tuttavia la sanzione reputazionale non si è dissolta per decreto. Permangono cause civili negli Stati Uniti e, soprattutto, persiste un frame culturale che associa la persona a un elenco di colpe, anche quando quelle colpe si sono sbriciolate in aula.

Minimarket gioca su questa frizione: Kevin, l’amico immaginario, non può essere toccato né licenziato, perché non occupa un set reale ma un luogo mentale. È una funzione più che una persona: suggerisce, ironizza, disciplina, prova a riordinare il desiderio del giovane protagonista. È un modo per dire che, quando la comunità non sa che cosa fare con un individuo controverso, lo colloca nella finzione — là dove la responsabilità si può pensare senza l’urgenza del giudizio.

La scelta italiana non è casuale. L’Italia offre spesso spazi liminali dove l’industria audiovisiva sperimenta linguaggi e casting controintuitivi: la piattaforma RaiPlay è diventata un laboratorio off del servizio pubblico; Minimarket appartiene a quel filone che ibrida sitcom, meta‑fiction e diario di bottega. Per Spacey è un palcoscenico di rischio controllato, un contesto in cui la vulnerabilità può essere raccontata senza essere ostentata.

Infine, una nota di costume: il ritorno su una piccola comedy italiana è coerente con la logica della ripartenza. Cominciare dal basso, rinunciare all’epica, entrare in un gioco leggero che non pretende redenzione ma chiede ascolto. Minimarket è un cantiere aperto: lo si può vedere come un atto di umiltà strategica o come il primo mattone di un racconto diverso, che restituisce all’attore un diritto di esistenza mediale senza invocarne la riabilitazione morale.

Elzeviro, per tradizione, è anche un esercizio di stile. Qui lo stile vuole restare sobrio e interrogante: nessuna apologia, nessuna lapidazione. Kevin Spacey in Minimarket è una figura liminare che ricorda come il teatro dell’immaginario possa ancora ospitare chi, nel teatro del reale, non trova posto. Non è un happy end: è una ripartenza. E la ripartenza, nelle storie che contano, è già una forma di speranza — forse la più umana e la più fragile.

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