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IL DONO O IL RECINTO

24 Apr 26

A cura di Francesco Bollorino Redazione

Manifesto editoriale per una psichiatria come bene comune

Scrivo queste righe nello stesso giorno in cui ho pubblicato, sulle pagine di questa rivista, una risposta al saggio con cui Richard Barbrook, nel 1999, provò a dare un nome al paradosso silenzioso che attraversava allora la Rete nascente: cyber-comunismo. Trent’anni dopo, il paradosso non è svanito. Si è soltanto rovesciato di segno. E la domanda che allora appariva teorica – può l’economia del dono sopravvivere dentro il capitalismo? – è diventata pratica, quotidiana, clinica. Lo si vede ogni giorno nello studio clinico: pazienti immersi in un flusso continuo di stimoli, riconoscimenti e “doni” algoritmici, ma strutturalmente impossibilitati a restituire. È in questa asimmetria che si gioca oggi una specifica patologia del legame: una passività iperstimolata in cui il terzo obbligo maussiano — l’obbligo di ricambiare — viene meno per design, non per resistenza del soggetto. Ciò che si atrofizza non è il desiderio di legame, ma l’esercizio del contro-dono come gesto costitutivo della soggettività.

Sopravvive nel modo in cui sopravvivono le cose fragili: per scelta.

I. Una promessa tradita

Negli anni Novanta il web era, per molti di noi, una prateria aperta. L’informazione digitale, liberata dal supporto fisico, possedeva per natura quella che gli economisti chiamano non-rivalità: il mio leggere non impedisce a nessun altro di leggere. Su questa proprietà tecnica Richard Barbrook e Andy Cameron fondarono la loro intuizione politica: se il costo marginale di riprodurre sapere è pressoché zero, il sapere è naturalmente un bene comune. Bastava lasciarlo essere.

Non è andata così. Quella prateria è stata progressivamente recintata. Le piattaforme dietro silos proprietari, gli algoritmi dietro muri di brevetto, gli archivi accademici dietro paywall, la memoria di tutti dentro i server di pochi: Karl Polanyi avrebbe riconosciuto senza esitare, in questa dinamica, la riedizione digitale delle grandi enclosures che nell’Inghilterra sette-ottocentesca trasformarono le terre comuni in proprietà privata. È lo stesso gesto, con altra tecnica: la recinzione di ciò che era comune per farne valore negoziabile.

L’economia del dono, in questo paesaggio, non è scomparsa. È stata simulata per essere estratta.

II. Il triplice obbligo e la sua abolizione

Per misurare la gravità della mutazione occorre tornare a Marcel Mauss. Nel Saggio sul dono (1925) Mauss dimostrava che nelle società arcaiche lo scambio non mercantile obbediva a tre obblighi intrecciati: dare, ricevere, ricambiare. Il dono, scriveva, non è mai gratuito nel senso dell’indifferenza; è carico di un debito morale che genera legame. Chi riceve si riconosce obbligato, e quel riconoscimento costruisce la comunità. Per questo – come avrebbe mostrato Lewis Hyde mezzo secolo dopo, in un libro mirabile e ancora troppo poco letto in Italia – il dono deve circolare: fermarlo significa ucciderlo.

Le piattaforme del tecno-capitalismo hanno operato una sostituzione chirurgica. Hanno mantenuto il primo obbligo – l’utente continua a dare pensieri, immagini, tempo, preferenze, persino la durata di uno scroll – e hanno abolito il terzo. Al dono dell’utente non corrisponde alcun ricambio. Non c’è contro-dono, non c’è debito riconosciuto, non c’è comunità costruita. C’è soltanto estrazione.

Questa non è una metafora sociologica. Ha un correlato psichico preciso, e la clinica lo vede ogni giorno. La soggettività sottoposta a un dono costante ma mai ricambiato produce esattamente il quadro che incontriamo negli studi: un io esibito nella vetrina del feed, costretto a un cottimo narcisistico inesauribile – like, condivisioni, visualizzazioni – incapace di riposare perché il silenzio della piattaforma è vissuto come scomparsa. La letteratura internazionale studia questi fenomeni sotto l’etichetta di Problematic Usage of the Internet, documentandone correlati neurocognitivi sovrapponibili a quelli delle dipendenze da sostanze: alterazioni della corteccia prefrontale dorsolaterale, ridotta attivazione dei circuiti della regolazione emotiva, iperattivazione insulare di fronte agli stimoli-bersaglio. Letti attraverso Mauss, questi quadri non sono accidenti del digitale: sono il sintomo di un dono che non torna.

III.  La recinzione del sapere scientifico

Se la mutazione del dono-utente in dato-estratto è il livello quotidiano della trasformazione, c’è un livello accademico che la specchia nella sua forma più sfacciata. Ed è il livello che più direttamente ci interroga come clinici.

Elsevier, controllata dal gruppo RELX, è oggi il più grande editore scientifico mondiale e pubblica circa un quarto della letteratura peer-reviewed del pianeta. Nel 2024 la sua divisione scientifica ha chiuso con un utile operativo di 1,17 miliardi di sterline su un fatturato di 3,05 miliardi: un margine operativo del trentotto per cento, superiore a quelli dichiarati nello stesso anno da Apple (circa 24%) e da Google (circa 21%). Il dato non è nostro: è pubblicato nel RELX Annual Report depositato a Londra e verificabile da chiunque.

Questo margine – lo dichiarano gli stessi analisti finanziari nelle relazioni agli azionisti – è cresciuto soprattutto grazie al modello pay-to-publish che, dietro la bandiera ormai appropriata dell’open access, ha sostituito un recinto con un altro: prima pagavano i lettori per accedere, oggi pagano gli autori per pubblicare. Le Article Processing Charges superano senza difficoltà i quattromila dollari nelle riviste medio-alte e, nelle sedi di punta del gruppo Nature Portfolio, raggiungono cifre che sfiorano i dodicimila euro per un singolo articolo. I ricercatori producono gratis, revisionano gratis, editano gratis; il prodotto del loro lavoro viene poi rivenduto alle stesse università che li stipendiano, le quali – con i fondi dei contribuenti – devono ricomprare ciò che hanno finanziato per produrre. In Inghilterra, nel 2025, le Università di Sheffield, Surrey e York hanno rotto collettivamente il big deal nazionale con Elsevier proprio per denunciare la sproporzione. È una delle più sofisticate operazioni di estrazione di valore della storia economica contemporanea. Ed è, nella sua eleganza contabile, una delle più ingiuste.

Quando la conoscenza medica diventa una merce accessibile solo a chi può permettersi costosi abbonamenti o costosissime APC, si produce una disuguaglianza epistemologica che ferisce in primo luogo il paziente. Perché il medico di una ASL periferica, lo specializzando di un ospedale provinciale, il ricercatore di un’università meridionale, il clinico dei paesi del Sud globale non sono astrazioni: sono il tessuto reale attraverso cui il sapere psichiatrico arriva, o non arriva, alla sofferenza dei viventi. La psichiatria, disciplina il cui mandato fondativo è la cura della sofferenza umana, non può accettare di essere rinchiusa in un recinto per pochi senza tradire il proprio giuramento professionale.

IV. La scelta di Psychiatry on Line Italia

Quando nel 1995 questa rivista venne fondata, l’open access non era ancora un movimento, un acronimo, una politica pubblica. Era soltanto una scelta morale, ed era quasi una scelta solitaria. La scelta di fare circolare il sapere psichiatrico italiano gratuitamente, senza barriere, senza dazi, senza paywall, senza sponsor.

Trent’anni dopo quella scelta è rimasta identica. Psychiatry on Line Italia non ha mai avuto un paywall, non ha mai accettato pubblicità farmaceutica, non ha mai monetizzato i propri lettori, non ha mai venduto dati di navigazione, non ha mai chiesto una Article Processing Charge a un autore. Gli oltre diecimila articoli pubblicati da questa rivista in trent’anni sono liberamente leggibili da chiunque abbia una connessione a Internet. Gli autori donano il loro lavoro, la redazione dona il suo tempo, i lettori ricevono e – nei modi propri della pratica clinica quotidiana, della citazione, del dibattito in calce – restituiscono. Il triplice obbligo maussiano, per lo spazio che siamo capaci di custodire, è ancora intero.

Non lo scriviamo per vanto. Lo scriviamo per dire che si può. Che trent’anni dopo Barbrook l’economia del dono non è morta: si è ritirata nei luoghi che l’hanno voluta, e resiste lì, quotidianamente, per scelta. Ogni articolo che qui leggete è la prova – modesta, ostinata, continua – che una piazza aperta è ancora possibile, e che la psichiatria italiana può avere un luogo in cui pensare ad alta voce senza chiedere permesso al mercato.

È un atto terapeutico nel senso più letterale. Perché, come intuiva Ivan Illich nei suoi scritti sulla convivialità, una disciplina che perde il contatto con i suoi destinatari diventa strumento di espropriazione. Una psichiatria che si lascia recintare dietro i paywall accetta implicitamente di parlare solo tra pari. Una psichiatria che si tiene aperta – aperta davvero, non a pagamento – accetta invece la responsabilità di essere interrogata, corretta, arricchita, contestata da chiunque abbia qualcosa di serio da dire. Questa seconda psichiatria è l’unica che merita ancora di essere chiamata, senza vergogna, civile.

V. Una chiamata

Ma un bene comune non vive per decreto del suo custode. Vive se la comunità che lo abita lo riconosce come proprio. Per questo, oggi più che mai, queste pagine non sono un vanto ma una chiamata.

Ai clinici: non smettete di scrivere su riviste come questa quando potete farlo. Il vostro articolo, qui, non vi procurerà punti per un concorso e non varrà una riga del vostro curriculum bibliometrico. Varrà di più: circolerà. Sarà letto da uno studente che non può permettersi l’abbonamento a The Lancet, da un collega di una ASL di provincia, da un paziente informato, da un familiare in cerca di risposte. Varrà quanto vale ogni gesto che sceglie la polis prima della propria metrica.

Agli autori accademici: se credete nel mandato fondativo della nostra disciplina – la cura della sofferenza umana – interrogatevi, prima della prossima sottomissione, sulla coerenza fra quel mandato e la consegna del vostro lavoro a editori che rivendono il sapere con margini da big tech. Interrogatevi se la firma su una rivista ad alto impact factor vale davvero più del diritto di un giovane medico di Reggio Calabria o di Caltanissetta a leggervi gratis. E se la risposta è sì – può esserlo, in alcuni casi specifici, e siamo i primi a riconoscerlo – almeno depositate una copia nella vostra pagina istituzionale, nei repository aperti, ovunque il sapere possa tornare a circolare.

Ai lettori: ogni volta che scendete fino in fondo a un articolo e lasciate un commento con il vostro nome, ogni volta che condividete un link di questa rivista invece di uno screenshot rubato al paywall, ogni volta che segnalate un’imprecisione o aggiungete un riferimento, tenete viva l’ecologia del dono. È il gesto più piccolo, ed è anche l’unico che le piattaforme estrattive non sanno replicare: perché il commento firmato su una rivista aperta non è engagement, è cittadinanza.

Ai silenziosi: siete molti più di quanti immaginiate. Questa rivista ha letture ben più numerose dei suoi commenti firmati. Oggi chiediamo anche a voi di farvi presenti, almeno una volta. Non per piacerci; perché esserci – con il proprio nome, in uno spazio non estrattivo – è il minimo atto politico che un lettore adulto possa compiere nell’era del silos.

VI. Il dono o il recinto

Non è una formula retorica. È la scelta che ogni giorno, in ogni atto di pubblicazione, di lettura, di citazione, di condivisione, ciascuno di noi compie – lo sappia o no. È, alla lettera, una scelta clinica: perché la psichiatria che accettiamo di consegnare al recinto è una psichiatria che ha già rinunciato a pensare la cornice politica dei sintomi che cura; la psichiatria che custodiamo come bene comune è l’unica che conserva il diritto di chiamarsi, ancora, scienza della sofferenza umana.

Fra trent’anni, qualcuno rileggerà queste pagine. Ci interessa che le trovi ancora aperte.

 

 

 

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4 Commenti

  1. Leo Nahon

    Grazie di questo magnifico articolo. Sono un vecchio psichiatra , ho fatto a tempo fare il volontario all Opsp Psichiatrico dí Gorizia e l,assistente di Franco Basaglia a Trieste dal 73 al 75. Sento in questo articolo lo stesso entusiasmo , la stessa spinta vocazionale e sì ,anche politica , e la stessa cultura profonda che animava una parte della psichiatria a quei tempi e che tra tante vicissitudini è andata avanti fino a oggi.
    Vi esprimo molta gratitudine per questo vostro dono epistemologico
    È un grande augurio di continuazione e innovazione

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    • Vittoria Valentino

      Mi ha colpito soprattutto l’idea dell’“ecologia del dono”, perché riesce a dire con grande forza che la partecipazione non è una semplice metrica, ma una forma di responsabilità civile e intellettuale.
      In questa prospettiva, il dono si oppone al recinto, alle logiche di chiusura e di appropriazione, e indica con chiarezza una direzione già tracciata.

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  2. Pier Marco Passani

    A proposito del Dono….quando lacoonte vide il Cavallo disse”Timeo Danaos e dona ferentes”(Eneide Virgilio)il mio Professore del Liceo,illuminato,tradusse la frase :
    1 Temo i greci soprattutto se portano doni
    2Temo i greci anche se portano doni
    3Temo i greci e chiunque porti dei doni…
    Questo a significare la importanza il peso il legame di un Dono…

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  3. Anna Bagalà

    Grazie, questo articolo è un dono per ognuno di noi, che pur consapevoli del recinto che alza barriere sempre più alte, paradossalmente , percepiamo un senso di solitudine per aver scelto il valore del dono nella quotidianità

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