
Un ricercatore di ventisette anni lascia Anthropic e dichiara che chi costruisce l’intelligenza artificiale crede sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio. La notizia è vera, ma va letta per quello che è: non una previsione sul mondo, bensì una testimonianza sopra uno stato mentale collettivo. Ed è questo a farne un oggetto psichiatrico prima ancora che tecnologico.
La notizia mi è arrivata mercoledì mattina nella forma in cui arrivano ormai tutte le notizie: un titolo, poi un secondo titolo leggermente diverso, poi un terzo che smentiva i primi due senza avvedersene. Un ricercatore di Anthropic si è dimesso avvertendo che l’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Il responsabile della sicurezza di Anthropic si è dimesso. L’azienda ha confermato che l’intelligenza artificiale potrebbe sterminare l’umanità. Tre notizie, una sola esatta. Non è quella che ha viaggiato più lontano.
Jacob Coxon, britannico, ventisette anni, ricercatore sul pre-addestramento dei modelli, in Anthropic da circa quattro mesi e prima ancora per due anni in OpenAI, dove aveva lavorato al modello GPT-4o, ha annunciato le proprie dimissioni in una sequenza di messaggi pubblicati su X nella notte fra l’8 e il 9 settembre. Ha scritto che «le persone che sviluppano l’IA credono sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio», e ha aggiunto: «Non è una mossa di marketing. Nessun’altra attività umana comporta un tale livello di pericolo». Ha accusato il proprio datore di lavoro e il suo principale concorrente di correre dritti verso una superintelligenza capace di migliorare da sé se stessa, scommettendo con le nostre vite. Qualche ora dopo, in televisione, ha detto una frase che i giornali hanno ripreso con evidente sollievo, perché somigliava finalmente a qualcosa di già noto: che tutto questo «non sembra poi così diverso da Terminator».
Conviene rileggere lentamente la prima di quelle frasi, perché non dice quello che le hanno fatto dire. Coxon non ha scritto che l’intelligenza artificiale ci ucciderà. Ha scritto che chi la costruisce crede sinceramente che possa farlo. L’oggetto della proposizione non è il futuro del mondo: è lo stato interiore di un gruppo professionale. Coxon non parla da profeta. Parla da testimone, e ciò che porta non è una misura ma una convinzione altrui. Nella gerarchia delle prove che noi medici abbiamo imparato a rispettare la testimonianza sta molto in basso, appena sopra l’aneddoto. Qui però è la cosa più solida di cui disponiamo, perché non esiste esperimento capace di dirimere la questione prima che la questione si sia dirimuta da sola. La posizione è scomoda e poco frequentata: dobbiamo decidere quanto peso dare a ciò che alcune persone informate dichiarano di temere, sapendo che non potremo verificarlo se non troppo tardi.
Su un punto vale la pena essere pedanti, perché qui la pedanteria è una forma di rispetto. Coxon non era il responsabile della sicurezza di Anthropic, come hanno titolato in molti: lavorava al pre-addestramento ed era in azienda da poco più di un trimestre. Dentro la sicurezza c’è un altro, Evan Hubinger, che dirige l’Alignment Science, è rimasto al suo posto e ha commentato che Jacob ha ragione, che davvero, sinceramente, si crede che l’intelligenza artificiale possa uccidere tutti gli esseri umani; e ha attribuito a titolo personale a quell’esito una probabilità superiore al dieci per cento nell’arco del decennio. L’azienda non ha smentito e non ha confermato. Ha fatto dire da un portavoce che «siamo sempre stati trasparenti sul fatto che l’IA porterà benefici enormi e rischi senza precedenti»: una frase che chiunque potrebbe firmare e che non impegna nessuno a niente. Non è la stessa cosa che un’azienda ammetta di poter sterminare l’umanità, come si è letto da noi.
Aggiungo la seconda correzione. Si scrive che migliaia di scienziati abbiano firmato negli ultimi anni appelli analoghi. Gli appelli esistono davvero e sono documentati: la dichiarazione del Center for AI Safety del maggio 2023, una sola frase che equiparava il rischio di estinzione da intelligenza artificiale alle pandemie e alla guerra nucleare, sottoscritta da alcune centinaia di ricercatori fra i quali, si noti, gli stessi amministratori delegati dei laboratori; e lo Statement on Superintelligence dell’ottobre 2025, che ha superato le settantaduemila adesioni. Ma settantaduemila adesioni non sono settantaduemila scienziati. Sono firme, e vi si trovano imprenditori, politici, attori, gente comune. La differenza non è un cavillo da redazione. Chi si accontenta del numero grosso regala al primo lettore ostile il diritto di non leggere il resto, e in questa materia il diritto di non leggere è già ampiamente esercitato.
Ciò che mi interessa, da psichiatra e non da futurologo, non è stabilire se Coxon abbia ragione. Non posso saperlo, e diffido istintivamente di chiunque dichiari di saperlo, in un senso o nell’altro. Mi interessa un fatto assai più modesto e assai meglio accertato: esiste un gruppo professionale numeroso, competente, corteggiato e ben retribuito, il quale afferma pubblicamente di ritenere possibile che il proprio lavoro conduca all’estinzione della specie, e ogni mattina torna al proprio posto a farlo. Questo sì è un oggetto per noi. Non riguarda le macchine. Riguarda gli uomini che le fanno, e per estensione riguarda noi che li lasciamo fare.
La parola che affiora subito è dissociazione, e bisogna resistere a usarla. Applicare categorie cliniche a un gruppo sociale è un vizio che la nostra disciplina ha già pagato caro almeno due volte nel Novecento, e non ho intenzione di ricadervi per il gusto di una formula efficace. Diciamo allora, più modestamente e più esattamente, che qui si vede a occhio nudo una cosa che in clinica si incontra ogni giorno: si può aderire intellettualmente a una proposizione e condursi come se fosse falsa, senza per questo mentire a nessuno, e meno che mai a se stessi. Lo fa il fumatore che conosce a memoria le statistiche. Lo fa il collega che prescrive con scrupolo e dorme cinque ore. Nessuno di noi vive come se credesse davvero alle cose che dichiara di credere, e la discrepanza non è una patologia: è il modo ordinario in cui la mente rende abitabile una conoscenza altrimenti insostenibile. La novità non è la scissione, dunque. È la sua scala, e la circostanza che questa volta gli scissi siano anche gli unici a possedere le chiavi.
Poiché alla domanda «accadrà?» nessuno oggi può rispondere onestamente, conviene cambiarla. Non per distogliere lo sguardo: per guardare dove qualcosa si può ancora verificare. Che genere di frase è questa. Chi la pronuncia. A quale prezzo personale. In quale momento e dentro quale mercato. Sono domande piccole, e hanno il pregio di avere risposte.
Il prezzo, in questo caso, è documentato, ed è la parte della vicenda su cui ho pensato più a lungo. Coxon ha lasciato l’azienda prima che maturasse una sola delle sue azioni, e lo ha spiegato ad Axios con una franchezza che non si può non apprezzare: non ha più nulla da guadagnare, ha detto, dal gonfiare la valutazione di Anthropic. Ha convertito del denaro in credibilità, e lo ha fatto sapere. È un gesto onesto. Rivela però qualcosa di desolante sulla nostra condizione: gli crediamo perché ha rinunciato ai soldi, non perché abbia portato prove. Abbiamo smesso di saper valutare gli argomenti e abbiamo imparato a valutare gli incentivi.
Del resto è esattamente ciò che facciamo noi, in calce a ogni articolo scientifico, quando pretendiamo la dichiarazione di conflitto d’interessi: ammettiamo, e anzi istituzionalizziamo, che il ragionamento da solo non basta più a garantire se stesso e che occorre sapere chi paga l’autore. È una resa ragionevole, e non ne conosco di migliori. Resta una resa. Vale anche per queste righe, che scrivo per una rivista senza finanziatori — circostanza della quale vado fiero da trent’anni — e che tuttavia abita lo stesso mercato dell’attenzione in cui è nata la notizia che sto commentando. Chi ragiona sull’economia della credibilità altrui ha il dovere minimo di dichiarare la propria.
Un altro ex ricercatore della stessa azienda, Rafi Ayub, ha obiettato che Coxon punta il dito nella direzione sbagliata: il danno da misurare non è l’estinzione del 2030, sono le comunità, i legami e il pensiero critico del 2026. Condivido l’obiezione, e vi aggiungo un sospetto che presento per quello che è, un sospetto senza prove: nulla riposa quanto una catastrofe collocata abbastanza lontano. La fine del mondo ha il vantaggio di non chiedere niente a nessuno per lunedì mattina. È anche un modo efficace di non guardare il presente, ed è curioso che a proporcela siano precisamente coloro che del presente hanno la responsabilità operativa.
Sull’effetto che tutto questo produce in chi ascolta, la letteratura del secolo scorso ci ha già istruiti. Robert Jay Lifton, studiando i sopravvissuti di Hiroshima e poi la condizione psichica dell’era nucleare, chiamò psychic numbing l’ottundimento con cui la mente si protegge da una minaccia troppo grande e troppo continua per essere tenuta desta. Chi ha la mia età ha già attraversato almeno due apocalissi annunciate con tanto di data, e sa che l’effetto dell’annuncio ripetuto non è la vigilanza. È l’assuefazione, e poi una forma pacata di cinismo che si presenta in società come saggezza. Il rischio maggiore, con Coxon, non è che abbia torto. È che abbia ragione, e che noi si sia già stanchi di sentirlo dire.
Non ho conclusioni da offrire, e chi ne offre su questa materia mi insospettisce. Di tutta la vicenda so pochissimo, e il poco l’ho verificato una fonte alla volta, diffidando dei titoli, compresi quelli che mi davano ragione. So che un uomo di ventisette anni ha chiuso il computer ed è uscito dall’edificio senza prendere i soldi: è l’unico fatto interamente accertato dell’intera storia. Tutto il resto, da una parte e dall’altra, è ancora soltanto qualcosa che qualcuno crede.
Aggiungo una cosa sola, e non è un’obiezione a Coxon. Mentre scrivevo queste righe non ho smesso un momento di servirmi degli strumenti di cui sto parlando. Domani mattina tornerò al lavoro anch’io.
Riferimenti essenziali
Il Post, «Cosa denunciano i ricercatori che scappano dalle aziende di AI», 10 settembre 2026.
ANSA, «Ricercatore di Anthropic si dimette: l’umanità a rischio entro la fine del decennio», 9 settembre 2026.
Newsweek, «Who Is Jacob Coxon? Anthropic Researcher Quits — Warns AI Could Kill Everyone», 9 settembre 2026.
Axios, «Anthropic whistleblower gave up his equity to leave the company», 9 settembre 2026.
CBS News, «Ex-Anthropic researcher warns AI could grow smart enough to kill us», 9 settembre 2026.
Center for AI Safety, Statement on AI Risk, 30 maggio 2023.
Future of Life Institute, Statement on Superintelligence, ottobre 2025.
R. J. Lifton, Death in Life. Survivors of Hiroshima, Random House, New York 1967
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